Salta al contenuto
Atlante della storia umana

Età del bronzoNascita degli stati

Caral e la costa peruviana

Piazze circolari e piramidi sulla costa del Perù, contemporanee di Cheope

esatto

3.300 a.C.Età del bronzo1.200 a.C.

In breve

Attorno al 2600 a.C., nella valle del fiume Supe sulla costa centrale del Perù, sorse Caral, fra i più antichi centri urbani delle Americhe. Era una città di sei piramidi a piattaforma e piazze circolari infossate, costruita da una società che non conosceva la ceramica, il metallo, la scrittura né la moneta. La sua economia univa il cotone coltivato all’interno e il pesce del Pacifico, in una simbiosi fra valle e costa. Le piramidi di Caral erano all’incirca contemporanee di quelle di Cheope in Egitto, ma nacquero da tutt’altro ordine di cose.

Contesto

La costa centrale del Perù è uno dei deserti più aridi della Terra: sulla fascia litoranea può non piovere per anni. Eppure dalle Ande scendono al Pacifico alcuni fiumi che tagliano il deserto con strisce di verde, e al largo la corrente fredda di Humboldt fa risalire acque nutrienti che rendono quel mare fra i più pescosi del pianeta, ricco di acciughe, sardine e molluschi. A questa abbondanza si opponeva l’instabilità: ogni pochi anni El Niño scaldava le acque, faceva sparire i pesci e scaricava piogge distruttive sulla costa. La premessa materiale di Caral stava in questa combinazione: un deserto attraversato da valli irrigabili e affacciato su un mare fertilissimo. Sulla costa peruviana la vita sedentaria era cominciata presto proprio grazie al pescato, prima ancora che l’agricoltura diventasse centrale, e comunità stabili occupavano il litorale da secoli. Nella valle del fiume Supe, a un centinaio di chilometri a nord dell’attuale Lima e a una ventina dalla costa, agricoltori e pescatori popolavano il territorio ben prima che sorgessero le piramidi. Non conoscevano la ceramica, il metallo, la ruota, la scrittura né alcuna forma di moneta. La domesticazione del cotone e delle piante da orto aveva però dato loro gli strumenti per legare i due mondi.

Svolgimento

Attorno al 2600 a.C. la valle del Supe si riempì di architettura monumentale. Caral, il sito maggiore, si estendeva su circa sessanta ettari e ospitava sei grandi piramidi a piattaforma: la più alta superava i diciotto metri e poggiava su una base di oltre centocinquanta. Davanti agli edifici si aprivano piazze circolari infossate, scavate sotto il livello del suolo e raggiunte da scalinate. Alzare quelle masse richiese di coordinare molto lavoro: le piattaforme furono riempite con pietre trasportate dentro reti di fibra vegetale, gli shicra, sacchi che oggi servono anche a datare i riempimenti. A nutrire chi portava quelle pietre provvedeva il raccolto della valle e il pesce che risaliva dalla costa; senza quel surplus alimentare regolare i cantieri non si sarebbero retti. In cima ad alcune strutture si trovavano recinti con focolari e condotti di ventilazione sotterranei, pensati per alimentare fuochi rituali: erano offerte bruciate, non abitazioni. Attorno ai monumenti si distinguevano un settore di case più ampie e curate, vicino alle piramidi, e abitazioni più modeste ai margini: una differenza di rango leggibile nelle pietre. Tutto questo avvenne senza vasellame di terracotta. L’economia univa due ambienti. Nell’entroterra si coltivavano, con l’irrigazione dei fiumi, cotone, zucca e fagioli; il cotone serviva a filare le reti e le lenze. Sulla costa, a siti come Áspero, si pescava e si raccoglievano molluschi. Pesce essiccato e frutti di mare risalivano verso l’interno, cotone e piante scendevano verso il litorale: una simbiosi fra chi guardava la terra e chi guardava il mare. Fra i reperti comparvero trentadue flauti ricavati da ossa di pellicano e di condor, e un quipu, una cordicella annodata, fra i più antichi conosciuti. Ruth Shady, che scavò il sito dalla metà degli anni Novanta, non trovò mura, fossati, armi né corpi con ferite: nessun segno evidente di guerra.

Conseguenze

Nel breve periodo il modello si diffuse: la valle del Supe e le valli vicine ospitarono una ventina di insediamenti con architettura simile, un complesso che gli archeologi chiamano Caral-Supe o Norte Chico. Mantenere questi centri implicava un’organizzazione demografica precisa, capace di distogliere braccia dal cibo per destinarle alle piattaforme e di far dialogare stabilmente valle e costa. Sul lungo periodo, alcune forme durarono millenni. La piazza circolare infossata riapparve per secoli nell’architettura andina, fino al centro cerimoniale di Chavín de Huántar oltre un millennio e mezzo dopo. Il quipu, strumento per registrare tenendo il conto senza scrivere, sarebbe stato ancora in uso presso gli Inca quattromila anni più tardi: non una scrittura mancata, ma un modo diverso di fissare l’informazione, fatto di nodi e di posizioni. La conseguenza più ampia è storiografica. Le piramidi di Caral sono all’incirca contemporanee di quelle egizie dell’Antico Regno, ma nacquero senza nulla di ciò che l’archeologia europea considerò a lungo il corredo obbligatorio della civiltà: senza ceramica, senza metalli, senza scrittura, senza moneta. Costringono a separare l’urbanistica monumentale e il coordinamento del lavoro dall’elenco di tecnologie con cui a lungo li si erano impacchettati.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti sono soltanto materiali: non esistono testi, perché non esisteva scrittura. Si lavora su tre piani. L’architettura e la stratigrafia dei riempimenti; i resti botanici e alimentari, che raccontano cosa si coltivava e si mangiava; e le datazioni al radiocarbonio. Queste ultime sono decisive e, in assenza di ceramica per una cronologia relativa, poggiano sui materiali organici: le fibre dei sacchi shicra, i resti vegetali. Nel 2001, su Science, Ruth Shady e i suoi collaboratori collocarono la fase monumentale attorno al 2627 a.C., retrodatando di secoli l’urbanistica andina. Su tre punti la discussione resta aperta, e questa voce lo dichiara invece di scegliere in silenzio. Primo, se Caral fosse uno “stato”: Shady legge nei suoi resti un’autorità centralizzata capace di comandare il lavoro, ma quanto quel potere fosse istituzionalizzato non si può stabilire dai soli edifici. Secondo, il ruolo della guerra: Jonathan Haas e Winifred Creamer sottolineano l’assenza di fortificazioni come tratto costitutivo del periodo, mentre altri ricordano che l’assenza di prove non prova un’assenza. Terzo, cosa finanziò la monumentalità: Michael Moseley aveva proposto che a farlo fosse stata la ricchezza del mare, l’ipotesi delle “fondamenta marittime”, mentre chi valorizza l’agricoltura irrigua del cotone e dei fagioli sposta il peso verso l’entroterra. Questa voce tratta i due poli come inseparabili, perché è proprio lo scambio fra loro a spiegare il cotone nelle reti dei pescatori. Va aggiunto che gli scavi sistematici sono cominciati solo negli anni Novanta: il quadro è recente e ancora in movimento.

Approfondimenti

  • Ruth Shady Solís et al., Dating Caral (Science, 2001) — l’articolo che fissò le date al radiocarbonio; da leggere per vedere su quali materiali organici, e con quali margini, poggia la cronologia.
  • Michael E. Moseley, The Incas and Their Ancestors (2001) — inquadra Caral nella lunga storia andina e argomenta l’ipotesi marittima, utile per capire il dibattito su cosa sostenne queste città.
  • Charles C. Mann, 1491 (2005) — divulgazione di ampio respiro sulle Americhe prima di Colombo, buona per collocare Caral fra le altre società complesse del continente.

Riferimenti

  • Ruth Shady Solis, Dating Caral, a Preceramic Site in the Supe Valley on the Central Coast of Peru, 2001, Science
  • Michael E. Moseley, The Incas and Their Ancestors, 2001, Thames & Hudson
  • Charles C. Mann, 1491: New Revelations of the Americas Before Columbus, 2005, Knopf

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.