In breve
Fra la metà del III millennio e il 1450 a.C., a Creta, si sviluppò una società dell’età del bronzo organizzata attorno a grandi complessi che gli archeologi chiamano “palazzi”: Cnosso, Festo, Malia. Sorti verso il 1900 a.C. da una lunga fase prepalaziale, erano insieme magazzini, officine, archivi e centri cerimoniali, privi di mura difensive. La loro arte, dagli affreschi del salto del toro alla ceramica esportata fino in Egitto, poggiava su un’economia di conservazione e ridistribuzione di olio, vino e lana, e sul commercio marittimo. Il nome “minoico”, con cui li conosciamo, non è antico: lo coniò Arthur Evans dopo il 1900, dal mito del re Minosse.
Contesto
Creta è un’isola lunga e montuosa al centro del Mediterraneo orientale, a metà strada fra la Grecia continentale, l’Anatolia, la Siria e l’Egitto. Nel III millennio a.C. la sua popolazione viveva di un’agricoltura mediterranea che combinava cereali, vite e olivo: la cosiddetta “triade”, che permetteva di conservare a lungo il surplus sotto forma di olio e vino dentro grandi contenitori di terracotta. Questa capacità di immagazzinare valore in forma non deperibile fu il presupposto materiale di tutto il resto. Nella fase prepalaziale, dalla metà del III millennio, gli insediamenti crescevano, la lavorazione dei metalli si diffondeva e le tombe collettive circolari della piana di Messarà restituivano corredi che indicavano differenze crescenti di ricchezza. L’isola non aveva grandi fiumi né pianure alluvionali paragonabili a quelle del Nilo o della Mesopotamia: la ricchezza non veniva dall’acqua e dal fango, ma dalla combinazione fra colline coltivabili e un mare navigabile in tutte le direzioni. Chi controllava la raccolta, la conservazione e la ridistribuzione dell’olio, del vino e della lana controllava la società.
Svolgimento
Intorno al 1900 a.C. sorsero i primi grandi complessi edilizi, a Cnosso, a Festo e a Malia: sono i “primi palazzi”. Erano edifici organizzati attorno a un cortile centrale rettangolare, con ali di magazzini, officine per la ceramica e la lavorazione dei metalli, e ambienti per archivi. Nei magazzini si allineavano file di pithoi, giare alte anche quanto una persona, destinate a olio, vino e cereali; la capacità complessiva di stoccaggio di un singolo palazzo si misurava in decine di migliaia di litri, ben oltre il fabbisogno di chi vi abitava. Quel surplus veniva raccolto dal territorio circostante e ridistribuito, e per governarlo serviva tenerne conto. In questi ambienti comparve la scrittura Lineare A, usata per registrazioni contabili e ancora oggi non decifrata. Attorno ai magazzini lavoravano vasai, fabbri e tessitori: la lana delle greggi dell’entroterra alimentava una produzione tessile che è tra le voci più ricorrenti nei conti dell’età del bronzo egea. La ceramica policroma detta di Kamares, prodotta in queste officine, fu esportata fino in Egitto, dove alcuni pezzi furono ritrovati in contesti databili: uno dei rari punti fermi cronologici dell’intera vicenda. Intorno al 1700 a.C. i primi palazzi furono distrutti, forse da terremoti, forse da incendi o conflitti. Furono ricostruiti su scala più ampia: sono i “secondi palazzi”, della fase neopalaziale, quella cui appartiene la maggior parte di ciò che oggi si vede a Cnosso. In questa fase furono dipinti gli affreschi più noti, fra cui la taurocatapsia, il salto acrobatico sopra un toro. Nessuno di questi complessi era protetto da mura difensive, un tratto che li distingueva nettamente dalle città fortificate della coeva Anatolia o dalla successiva Micene. Intorno al 1450 a.C. i secondi palazzi furono a loro volta distrutti, con l’eccezione di Cnosso, dove comparve una nuova scrittura, la Lineare B, che notava una forma arcaica di greco: segno che il controllo dell’isola era passato a genti provenienti dal continente.
Conseguenze
Nel breve periodo, il sistema dei palazzi organizzò per alcuni secoli l’economia e la vita cerimoniale di Creta attorno a pochi grandi centri di raccolta contabile. La distruzione del 1450 chiuse questa forma di potere e aprì la fase in cui l’Egeo gravò sui centri micenei del continente. Nel lungo periodo, le conseguenze sono soprattutto due, ed entrambe riguardano il modo in cui guardiamo al passato. La prima è che i palazzi cretesi mostrano come una società complessa, capace di scrittura, arte monumentale e commercio a lunga distanza, potesse fare a meno di eserciti visibili e di fortificazioni: un ordine costruito sull’amministrazione e sul mare più che sulla guerra difensiva. La seconda è il peso enorme della ricezione moderna. Il termine “minoico” e l’immagine di una civiltà pacifica, marinara e amante della natura sono in larga misura una costruzione novecentesca, che ha proiettato sulla Creta dell’età del bronzo le attese del suo scopritore. Occorre cautela anche verso l’idea di una “talassocrazia”, un dominio dei mari cretese: l’espressione risale a storici greci molto più tardi e non trova conferma diretta nei documenti dell’età del bronzo.
Nel frattempo altrove
- 2.900 a.C.Le città-stato sumere — Medio Oriente
- 2.600 a.C.Caral e la costa peruviana — Americhe
- 2.600 a.C.Mohenjo-daro e Harappa — Asia meridionale
- 2.600 a.C.La piramide di Cheope — Africa
- 2.334 a.C.Sargon di Akkad — Medio Oriente
- 2.200 a.C.Erlitou — Asia orientale
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
Come lo sappiamo
Le fonti sono quasi soltanto materiali, e questo condiziona ciò che possiamo dire. Gli scavi cominciarono nel 1900, quando Arthur Evans avviò il lavoro a Cnosso; a lui si deve anche il nome “minoico”, che egli coniò a partire dal leggendario re Minosse. Va detto però per quello che è: un’etichetta postuma ed esterna, ricavata da un mito greco di molti secoli posteriore, non un nome con cui questa gente si designasse. Le testimonianze più solide sono le architetture, i magazzini con i loro pithoi, la ceramica, gli affreschi e le tavolette. La cronologia si regge in parte sull’incrocio con l’Egitto, dove ceramica di Kamares e altri oggetti egei furono trovati in strati databili grazie a dinastie di cui conosciamo la successione: è questo che àncora date altrimenti fluttuanti, ricavate dallo stile dei vasi e dalla sequenza degli strati di scavo. Restano incertezze notevoli e ben identificabili. La Lineare A non è decifrata: dei contenuti degli archivi conosciamo la funzione contabile, non la lingua. La funzione stessa dei “palazzi” è discussa: se fossero soprattutto centri di redistribuzione economica, sedi cerimoniali, residenze di sovrani o una combinazione delle tre cose è oggetto di dibattito aperto, e le posizioni si dividono a seconda del peso che i singoli studiosi danno agli archivi contabili rispetto agli spazi cerimoniali. C’è infine il problema delle ricostruzioni: Evans fece rialzare parti di Cnosso in cemento armato, con colonne e affreschi reintegrati secondo le sue ipotesi. Quelle ricostruzioni sono state criticate perché fissano nella pietra, letteralmente, una singola interpretazione, rendendo difficile per il visitatore distinguere il dato dello scavo dalla congettura del suo autore.
Approfondimenti
- J. Lesley Fitton, Minoans (2002) — sintesi aggiornata e leggibile, buona per capire come lo scavo ha costruito, e talvolta deformato, l’immagine dei palazzi.
- Oliver Dickinson, The Aegean Bronze Age (1994) — inquadra Creta dentro tutto il mondo egeo, utile per non isolare i palazzi dal continente e dalle isole.
- Rodney Castleden, Minoans (1990) — discute in dettaglio la funzione dei palazzi e mette in guardia dai luoghi comuni sulla “civiltà minoica”.