In breve
Intorno al 1600 a.C., nel cuore dell’Egeo, il vulcano dell’isola di Thera, l’odierna Santorini, esplose con una delle più violente eruzioni dell’olocene, un indice di esplosività stimato attorno a VEI 7. La deflagrazione seppellì sotto metri di pomice la città minoica di Akrotiri, scagliò colonne di cenere nell’atmosfera e generò tsunami che investirono le coste settentrionali di Creta, a un centinaio di chilometri di distanza. Akrotiri fu trovata senza corpi e senza oggetti di valore: gli abitanti l’avevano abbandonata prima della catastrofe. L’eruzione non pose fine di colpo alla civiltà minoica, che proseguì ancora per generazioni, ma colpì l’agricoltura e le rotte marittime dell’Egeo. La sua data resta uno dei problemi cronologici più contesi dell’archeologia mediterranea.
Contesto
Nella tarda età del bronzo l’Egeo era un mare percorso da rotte fitte, e Creta ne era il baricentro. Le società che gli archeologi chiamano minoiche, dal nome mitico del re Minosse coniato molto dopo dall’archeologo Arthur Evans, avevano costruito grandi complessi palaziali a Cnosso, Festo, Mallia. Non erano solo residenze di potere: erano magazzini. Vi si accumulavano olio, vino e cereali, ridistribuiti attraverso una contabilità scritta in lineare A, una scrittura ancora non decifrata. L’economia dipendeva da un mare navigabile d’estate e da una campagna che dava olive, orzo e vite su suoli sottili.
Thera stava un centinaio di chilometri a nord di Creta, all’estremità meridionale delle Cicladi. Era un’isola vulcanica, e prima dell’eruzione aveva già una forma diversa da quella odierna: un cono unico con un porto interno. Ad Akrotiri sorgeva un insediamento prospero, con case a più piani, sistemi di scarico delle acque e pareti coperte di affreschi. La sua ricchezza veniva dalla posizione: uno scalo intermedio fra Creta, il continente greco e le isole. Il vulcano che la nutriva di suoli fertili era anche la minaccia che l’avrebbe cancellata.
Svolgimento
L’eruzione non fu un istante ma una sequenza. Le indagini geologiche sui depositi di Santorini distinguono quattro fasi principali. Cominciò con una pioggia di pomice bianca che si accumulò per metri: è la fase che diede agli abitanti il tempo di reagire. Ad Akrotiri gli archeologi trovarono letti smontati, cibo lasciato a metà, ma quasi nessun oggetto prezioso e nessuno scheletro dentro le case. La città fu evacuata durante o subito dopo i primi crolli, probabilmente allarmata da terremoti premonitori: in alcuni ambienti si vedono muri già riparati alla svelta prima della fine.
Le fasi successive furono più violente. Flussi piroclastici e ondate di materiale incandescente investirono l’isola; la camera magmatica, svuotata, collassò e formò la caldera che oggi riempie il mare al centro di Santorini. Il volume di materiale eruttato si misura in decine di chilometri cubi. La colonna eruttiva salì nella stratosfera e ricadde come cenere su un’ampia porzione dell’Egeo orientale: se ne trovano strati nei carotaggi marini e nei siti di Creta, Rodi e dell’Anatolia. Il collasso e l’ingresso dell’acqua marina nel condotto generarono tsunami. Sulle coste settentrionali di Creta, ad Amnisos e altrove, gli scavi mostrano pietre da costruzione spostate e depositi marini fuori posto, compatibili con onde di parecchi metri.
Qui va detto con nettezza cosa l’eruzione fece e cosa non fece. Non distrusse la civiltà minoica. I palazzi di Creta continuarono a funzionare per decenni dopo la catastrofe di Thera. La fine dell’ordine palaziale minoico è più tarda: intorno al 1450 a.C. molti siti cretesi furono distrutti o passarono sotto controllo miceneo, e a Cnosso la contabilità cambiò lingua, dal lineare A al lineare B, che notava una forma di greco. Fra l’eruzione e quella svolta passò troppo tempo perché l’una sia la semplice causa dell’altra.
Conseguenze
Nel breve periodo l’effetto più diretto fu ambientale ed economico. La caduta di cenere sui campi dell’Egeo orientale danneggiò i raccolti di una o più stagioni; la cenere vulcanica non è sterile a lungo termine, ma nell’immediato soffoca le colture e contamina i pascoli. Gli tsunami colpirono proprio le coste settentrionali di Creta, dove si affacciavano gli scali che collegavano l’isola al resto dell’Egeo: barche, moli e magazzini costieri erano il punto più vulnerabile di un’economia marittima. Thera stessa, snodo intermedio delle rotte, sparì dalla mappa come scalo. Una rete commerciale che dipendeva da pochi nodi ne perse uno di colpo.
Nel lungo periodo le conseguenze sono più difficili da isolare, e proprio per questo interessanti. La tentazione di far discendere il crollo minoico dall’eruzione è forte e va resistita: l’indebolimento fu reale ma graduale, e la conquista micenea arrivò generazioni dopo, dentro un quadro più ampio di competizione fra centri dell’Egeo. Più solida è la conseguenza per la scienza. Perché fu così grande e così ben datata su più archivi naturali, l’eruzione di Thera è diventata un orologio: un singolo strato di cenere, o un singolo picco di solfati nel ghiaccio, che permette di allineare cronologie di regioni diverse. Il paradosso è che questo orologio segna un’ora contesa, e su quale sia quell’ora si gioca la datazione di un secolo di storia mediterranea.
Nel frattempo altrove
- 1.750 a.C.Declino dell'Indo — Asia meridionale
- 1.600 a.C.La dinastia Shang — Asia orientale
- 1.500 a.C.Gli Ittiti e il ferro — Medio Oriente
- 1.500 a.C.I Veda — Asia meridionale
- 1.350 a.C.Akhenaton — Africa
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 1.250 a.C.Gli Olmechi — Americhe
Come lo sappiamo
Questa voce è il caso di scuola del perché la sezione conti più delle altre, perché qui due metodi seri danno due risposte diverse e la scelta cambia molto.
Da un lato l’archeologia tradizionale. Datando l’eruzione per via relativa, cioè confrontando gli stili della ceramica trovata ad Akrotiri con sequenze note e con oggetti egizi di età databile per via storica, molti archeologi collocavano l’evento verso il 1500 a.C. o poco prima. È la cosiddetta cronologia bassa, ancorata ai sincronismi con l’Egitto faraonico.
Dall’altro le scienze naturali. La datazione al radiocarbonio di materiali sepolti dalla pomice, insieme ai picchi di acidità nelle carote di ghiaccio della Groenlandia e alle anomalie negli anelli degli alberi, spinge la data verso il 1610-1600 a.C. o anche prima. Il reperto più citato è un ramo d’ulivo carbonizzato ancora vivo al momento della sepoltura: Walter Friedrich e collaboratori lo datarono al 1627-1600 a.C. (Science, 2006). È la cronologia alta, che sposta l’eruzione di oltre un secolo rispetto alla stima archeologica.
La distanza non è un dettaglio: più di cento anni di scarto disallineano gli interi sincronismi fra Egeo, Egitto e Vicino Oriente. Sturt Manning, in A Test of Time (1999), sostenne con forza la cronologia alta proprio mostrando quanto sia fragile la catena di rimandi su cui poggiava quella bassa; altri obiettano che il radiocarbonio di quel periodo può essere distorto da fattori locali, per esempio il degassamento di anidride carbonica vecchia dal vulcano stesso. La questione, alla data di questa voce, non è chiusa. Qui adottiamo come più probabile la forbice indicata dagli archivi naturali, attorno al 1600 a.C., ma segnaliamo che si tratta di una scelta motivata e non di un fatto acquisito: chi legge una data secca per l’eruzione di Thera dovrebbe chiedersi da quale dei due metodi provenga.
Approfondimenti
- Walter L. Friedrich et al., Santorini Eruption Radiocarbon Dated to 1627-1600 B.C. (Science, 2006) — l’articolo del ramo d’ulivo, il perno della cronologia alta: si legge per vedere come un singolo reperto entri in una disputa secolare.
- Sturt W. Manning, A Test of Time (1999) — la difesa più articolata della datazione alta, utile perché smonta pezzo per pezzo la catena dei sincronismi archeologici.
- J. Lesley Fitton, Minoans (2002) — una sintesi accessibile sul mondo minoico, per collocare Thera dentro la sua società invece che come catastrofe isolata.