In breve
Intorno al 1350 a.C., in Egitto, il faraone Amenhotep IV della XVIII dinastia impose il culto quasi esclusivo del disco solare Aton, chiuse i templi del dio Amon e ne fece cancellare il nome dai monumenti. Si ribattezzò Akhenaton, “utile ad Aton”, e nel deserto tra Menfi e Tebe fondò una capitale interamente nuova, Akhetaton, l’odierna Amarna. La riforma fu insieme religiosa e politica: colpiva il clero di Amon, uno dei maggiori proprietari terrieri del paese, e ridisegnava l’economia dei templi. Alla morte del faraone, intorno al 1336 a.C., la corte tornò ad Amon, abbandonò la città e ne cancellò il ricordo. Amarna resta uno dei pochi insediamenti egizi costruiti e lasciati in una sola generazione, e per questo scavabili quasi come una fotografia.
Contesto
Nel XIV secolo a.C. l’Egitto della XVIII dinastia era lo stato più esteso e più ricco del Vicino Oriente. Il suo dominio arrivava a nord fino alla Siria, dove confinava con l’impero ittita e con Mitanni, e a sud dentro la Nubia, da cui affluiva l’oro. La ricchezza materiale del paese poggiava sulla piena annuale del Nilo, che depositava limo fertile e permetteva un raccolto sicuro di orzo ed emmer in una valle stretta chiusa dal deserto. Su questa base agricola cresceva una macchina di templi. Quello di Amon a Karnak, presso Tebe, controllava terre, magazzini, greggi e manodopera in misura tale da costituire un potere economico parallelo alla corona. I sovrani precedenti, e in particolare il padre di Akhenaton, Amenhotep III, avevano già dato spazio nella teologia regale al sole visibile, l’Aton, accanto agli altri dei. La corte viveva di una religione affollata di divinità, ognuna con il suo tempio, il suo sacerdozio e le sue rendite. Il faraone era il perno tra gli dei e gli uomini, ma non era l’unico interlocutore del divino: tra lui e le divinità si frapponeva un clero numeroso e radicato. Era questo l’equilibrio, materiale prima che spirituale, che la riforma di Akhenaton avrebbe rotto.
Svolgimento
Amenhotep IV salì al trono intorno al 1353 a.C. Nei primi anni regnò da Tebe e fece costruire, ai margini del recinto di Amon a Karnak, grandi edifici dedicati ad Aton, decorati con un rilievo di stile nuovo. Intorno al quinto anno di regno cambiò il proprio nome in Akhenaton e annunciò la fondazione di una capitale nuova su un terreno che, secondo le sue iscrizioni, non apparteneva ad alcun dio: Akhetaton, “l’orizzonte di Aton”, in una piana desertica sulla riva orientale del Nilo. Fece incidere i confini della città su grandi stele scolpite nella roccia. Nel giro di pochi anni la corte, gli uffici e i templi si trasferirono. Il culto fu ricondotto ad Aton, rappresentato non come figura umana o animale ma come disco da cui scendevano raggi che terminavano in mani. I templi di Amon furono chiusi e le loro rendite dirottate; squadre di operai risalirono i monumenti di tutto il paese per scalpellare via il nome di Amon, e in alcuni casi la parola stessa “dei” al plurale. L’arte di corte adottò forme allungate e naturalistiche: il re raffigurato con la famiglia, la regina Nefertiti in posizione di grande rilievo, le figlie. Ad Amarna gli archivi di corte conservarono le “lettere di Amarna”, tavolette in accadico cuneiforme scambiate con i re di Babilonia, Assiria, Mitanni e con i vassalli siro-palestinesi: mostrano un faraone impegnato nella diplomazia mentre riordinava il culto in patria. Alla periferia della città, verso il deserto orientale, un villaggio di case addossate ospitava gli operai che scavavano e decoravano le tombe rupestri; l’acqua e il grano che li tenevano in vita dovevano essere portati dalla valle del Nilo, perché la piana desertica non produceva nulla. Akhenaton morì intorno al 1336 a.C.
Conseguenze
Nel breve periodo la riforma non sopravvisse al suo autore. Dopo un breve regno intermedio, il giovane Tutankhaton tornò al culto tradizionale, cambiò il proprio nome in Tutankhamon e riaprì i templi di Amon; la corte lasciò Amarna e rientrò tra Menfi e Tebe. La città, priva della sua ragione di esistere, fu abbandonata in una generazione. Sotto i sovrani successivi il nome di Akhenaton fu a sua volta cancellato dalle liste reali e i suoi monumenti smontati: le pietre di Amarna e di Karnak furono reimpiegate come riempimento in altre costruzioni. Fu, con un termine latino tardo, una damnatio memoriae. Nel lungo periodo proprio questa condanna produsse un effetto paradossale. Il reimpiego delle pietre ne conservò migliaia sotto altre strutture, e l’abbandono rapido di Amarna lasciò un insediamento non stratificato da secoli di rioccupazione, raro in Egitto. Sul piano storiografico la vicenda mostra quanto potere economico concreto si annidasse dietro le questioni di culto: spostare la capitale e chiudere i templi significava spostare terre e rendite. Va evitato invece l’uso di Akhenaton come “precursore” di religioni monoteiste posteriori, una lettura più tarda che dice più dei suoi interpreti che del XIV secolo a.C.
Nel frattempo altrove
- 1.600 a.C.La dinastia Shang — Asia orientale
- 1.500 a.C.Gli Ittiti e il ferro — Medio Oriente
- 1.500 a.C.I Veda — Asia meridionale
- 1.450 a.C.Micene — Europa
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 1.250 a.C.Gli Olmechi — Americhe
- 1.200 a.C.Il crollo del bronzo — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Le fonti sono di tipi diversi e in tensione tra loro. L’archeologia di Amarna è eccezionale proprio perché la città fu abitata per poco più di una generazione e poi lasciata: gli scavi restituiscono case, laboratori, il villaggio degli operai e i loro resti umani, che parlano di diete povere e lavoro duro dietro la teologia solare. Le stele di confine documentano la fondazione con le parole stesse del re. Le lettere di Amarna sono un archivio diplomatico in accadico, e vanno lette come tale: registrano ciò che vassalli e sovrani stranieri volevano che il faraone sapesse. I monumenti scalpellati sono a loro volta una fonte, perché la cancellazione di un nome è un atto datato e deliberato. Restano dibattiti aperti che la voce non pretende di chiudere. Il primo riguarda la natura del culto: monoteismo vero e proprio, che nega gli altri dei, o enoteismo, che ne privilegia uno solo lasciando esistere gli altri. La cancellazione del plurale “dei” spinge alcuni verso la prima lettura, ma le prove non sono univoche. Il secondo riguarda il movente: impulso religioso o manovra contro il potere economico del clero di Amon. Le due cose non si escludono, ed è prudente tenerle insieme. Va infine segnalato, come speculazione priva di prove documentarie, il legame tra Akhenaton e il monoteismo biblico proposto da Sigmund Freud: è un’ipotesi novecentesca, non un dato antico, e come tale va trattata.
Approfondimenti
- Barry J. Kemp, The City of Akhenaten and Nefertiti (2012) — la sintesi di chi ha diretto gli scavi ad Amarna, utile per vedere la città come insediamento e non come simbolo.
- Dominic Montserrat, Akhenaten: History, Fantasy and Ancient Egypt (2000) — smonta le letture moderne del faraone e distingue ciò che sappiamo da ciò che gli abbiamo attribuito.
- Cyril Aldred, Akhenaten: King of Egypt (1988) — più datato, ma resta un riferimento sulla ricostruzione del regno e sulla cronologia.