In breve
Fra il 1500 e il 1200 a.C. circa, nel nordovest del subcontinente indiano — il Saptasindhu, la “terra dei sette fiumi” — comunità pastorali di lingua indoaria composero a voce gli inni del Rigveda. Non erano un popolo di re e città ma di allevatori seminomadi, la cui ricchezza era il bestiame al punto che la parola per “guerra”, gavisti, significava letteralmente “ricerca di vacche”. Gli inni furono trasmessi oralmente con una fedeltà straordinaria per una decina di secoli prima di essere messi per iscritto: il testo esistette come suono molto prima che come libro. Da quel nucleo rituale, dedicato a divinità come Indra e Agni e al sacrificio del fuoco, sarebbe disceso gran parte del pensiero religioso indiano dei millenni successivi.
Contesto
Il nordovest del subcontinente indiano, la regione che gli inni chiamavano Saptasindhu, corrispondeva grosso modo all’odierno Punjab, fra India e Pakistan: una pianura alluvionale percorsa dall’Indo e dai suoi affluenti, con estati calde, inverni miti e piogge monsoniche concentrate in pochi mesi. L’acqua dei fiumi e la pioggia stagionale decidevano dove si potesse coltivare e dove pascolare le mandrie. Qualche secolo prima vi era fiorita, e poi declinata, la civiltà dell’Indo, con le sue città di mattoni cotti come Harappa e Mohenjo-daro; quando presero forma i primi inni vedici quelle città erano già in gran parte abbandonate, e il paesaggio umano era fatto di insediamenti mobili, non di grandi centri urbani. La società che emerge dagli inni non conosceva città: era pastorale e seminomade. La ricchezza si misurava in bestiame, soprattutto vacche; l’orzo si coltivava, ma erano le mandrie il capitale che si spostava, si contava, si razziava e si offriva agli dèi. Questa economia dell’allevamento plasmava perfino la lingua: gavisti, “ricerca di vacche”, era la parola per guerra, e il tempo si scandiva anche sui ritmi della transumanza. I gruppi che parlavano questa lingua indoaria antica si definivano arya, un termine di autodesignazione linguistica e sociale — qualcosa come “i nostri”, “quelli come noi” — non una categoria razziale, senso che gli venne imposto molto più tardi e da altri.
Svolgimento
Fra il 1500 e il 1200 a.C. circa presero forma gli inni del Rigveda, il più antico dei quattro Veda: 1028 componimenti raccolti in dieci libri, i mandala, rivolti agli dèi e recitati durante il sacrificio. Non furono scritti: furono composti a voce e trasmessi a voce, di maestro in allievo, per una decina di secoli prima che qualcuno li fissasse su un supporto materiale. La fedeltà di questa trasmissione era deliberata e sistematica: i sacerdoti svilupparono tecniche mnemoniche che memorizzavano il testo in più ordini paralleli — il padapatha lo scomponeva parola per parola, altre recitazioni lo intrecciavano avanti e indietro — cosicché un errore isolato risultava subito riconoscibile e correggibile. Gli dèi degli inni erano forze del mondo: Indra, il guerriero che uccideva il drago Vritra e liberava le acque trattenute; Agni, il fuoco, che come fiamma dell’altare portava le offerte al cielo; Varuna, custode dell’ordine cosmico e dei giuramenti. Al centro del culto stavano lo yajna, il sacrificio col fuoco, e il soma, una bevanda inebriante spremuta da una pianta che oggi non si identifica più con certezza. In questo mondo comparvero il cavallo e il carro leggero a due ruote, una tecnologia di origine centroasiatica che dava mobilità in battaglia e prestigio nel rito: entrambi ricorrono negli inni come beni di valore. Nei secoli seguenti si aggiunsero gli altri Veda — il Samaveda, ricomposizione cantata degli inni; lo Yajurveda, coi testi delle formule sacrificali; l’Atharvaveda, più vicino alla vita quotidiana — e il corpus divenne la base rituale e intellettuale di una tradizione lunghissima.
Conseguenze
Nel breve periodo il Rigveda fissò un repertorio rituale e un pantheon che organizzavano la vita delle comunità pastorali: chi sapeva recitare correttamente gli inni e condurre il sacrificio deteneva un potere concreto, perché da quella competenza si faceva dipendere il buon esito delle cose. Nel lungo periodo le conseguenze furono di scala diversa. La lingua degli inni, un sanscrito arcaico, divenne attraverso la sua forma classica il veicolo di gran parte della letteratura, della filosofia e della scienza indiane per due millenni. Gli inni più tardi contengono il primo abbozzo di una divisione della società in ordini gerarchici, embrione di quello che sarebbe diventato il sistema dei varna e poi delle caste — ma sarebbe un errore far discendere un ordinamento sociale durato millenni da un solo inno: fu il risultato di una storia lunga e stratificata, di cui il Rigveda è solo il punto di partenza documentato. Sul piano religioso, i Veda restano la scrittura di riferimento delle tradizioni che oggi si raccolgono sotto il nome di induismo, e alcuni riti vedici del fuoco si celebrano ancora. Restò infine il metodo stesso: una tradizione orale così controllata da conservare per tremila anni un testo con precisione quasi editoriale, prima e indipendentemente dalla scrittura.
Nel frattempo altrove
- 1.600 a.C.La dinastia Shang — Asia orientale
- 1.600 a.C.L'eruzione di Thera — Europa
- 1.500 a.C.Gli Ittiti e il ferro — Medio Oriente
- 1.450 a.C.Micene — Europa
- 1.350 a.C.Akhenaton — Africa
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 1.250 a.C.Gli Olmechi — Americhe
Come lo sappiamo
La fonte principale è il testo stesso, e va letto per quello che è: un corpus liturgico orale, opera di un ceto sacerdotale interessato al sacrificio e alla sua efficacia, non una cronaca né una descrizione neutra della società. Dice molto su dèi, riti e bestiame, pochissimo su geografia precisa e cronologia. Per questo le date — 1500-1200 a.C. per il nucleo più antico — sono stime, ricavate dalla lingua e dai contenuti materiali (il cavallo, il carro, l’assenza del ferro), non da documenti datati.
Il punto più discusso è l’origine di chi compose gli inni. La linguistica comparata colloca l’indoario dentro la famiglia indoeuropea e ne fa un ramo arrivato nel subcontinente da nordovest: è la lettura oggi prevalente, sostenuta negli ultimi anni dagli studi sul DNA antico, che rilevano nel secondo millennio a.C. l’arrivo di gruppi con ascendenza delle steppe centroasiatiche. David Anthony ha ricostruito su base linguistica e archeologica il legame fra queste popolazioni, il cavallo e il carro. Esiste una tesi alternativa, detta “autoctona” o Out of India, secondo cui gli indoari sarebbero originari del subcontinente; è minoritaria fra i linguisti ed è caricata di significati politici nel dibattito indiano contemporaneo. Questa voce segue la lettura migrazionista, che spiega meglio i dati linguistici e genetici, segnalando però che si tratta di una ricostruzione e non di una certezza. Va aggiunto che “ario” indica qui un’appartenenza linguistica e culturale: l’uso razziale del termine è una sovrapposizione ottocentesca ed europea, estranea agli inni.
Approfondimenti
- Romila Thapar, Early India (2002) — perché colloca i Veda dentro la storia sociale del subcontinente e diffida delle letture identitarie del testo.
- David W. Anthony, The Horse, the Wheel, and Language (2007) — perché ricostruisce come lingua, cavallo e carro si mossero insieme dalle steppe verso l’India.
- Rigveda — la fonte stessa: un canzoniere sacro da leggere per quello che è, per sentire il mondo pastorale nella sua lingua prima delle sintesi degli studiosi.