In breve
Tra il 1200 e il 1150 a.C. circa il sistema politico ed economico del Mediterraneo orientale si disgregò in pochi decenni. La capitale ittita Hattusa fu distrutta e abbandonata, i palazzi micenei bruciarono, la città portuale di Ugarit cadde e non fu più ricostruita; l’Egitto di Ramesse III respinse nel 1177 gli invasori che le sue iscrizioni chiamano «Popoli del Mare», ma ne uscì indebolito. Con i palazzi svanirono anche le scritture amministrative che li servivano, dalla Lineare B micenea al cuneiforme di alcune corti. Non fu una singola battaglia né una singola invasione, ma il cedimento intrecciato di economie palaziali che dipendevano l’una dall’altra e da rotte commerciali lunghe.
Contesto
Nel Bronzo tardo, fra il XV e il XIII secolo a.C., il Mediterraneo orientale funzionava come un insieme di regni collegati: l’Egitto dei faraoni, l’impero ittita in Anatolia, la Babilonia cassita, l’Assiria, i regni siriani come Ugarit, e i palazzi micenei nella Grecia continentale e a Creta. Erano economie palaziali: al centro un palazzo che raccoglieva i raccolti, gestiva magazzini, distribuiva razioni ai lavoranti e commissionava manufatti di lusso. La scrittura serviva soprattutto a tenere questi conti, non a comporre letteratura. Il bronzo, che dava il nome all’età, richiedeva rame e stagno. Il rame si trovava a Cipro e altrove, ma lo stagno arrivava da molto lontano, in parte dall’Asia centrale, attraverso catene di scambio che nessun singolo regno controllava. Questa dipendenza da una materia prima remota rendeva l’intero sistema sensibile a ogni interruzione delle rotte. I re si scrivevano, si chiamavano «fratelli», si scambiavano doni, mogli e metalli: l’archivio di Amarna in Egitto conserva questa corrispondenza diplomatica per il XIV secolo. Sul piano ambientale, le corti anatoliche dipendevano da raccolti di cereali che il clima d’altura rendeva incerti, tanto che l’importazione di grano dall’estero comparve nei documenti già prima del crollo.
Svolgimento
Il cedimento si concentrò fra il 1200 e il 1150 a.C. circa, ma singole tessere si datano meglio di altre. Hattusa, la capitale ittita sull’altopiano anatolico, fu abbandonata e in parte incendiata intorno al 1200: gli ultimi testi mostrano una corte che spostava altrove il proprio baricentro e chiedeva grano. Ugarit, sulla costa siriana, cadde nei primi decenni del XII secolo. Le sue ultime tavolette d’argilla, alcune trovate ancora nei forni dove venivano cotte, parlano di navi nemiche avvistate al largo, di città già bruciate, di truppe lontane e di carestia; una lettera cita esplicitamente la fame nel paese. Ugarit non fu più ricostruita, e questo abbandono paradossalmente ne ha conservato gli archivi. In Grecia, i grandi centri micenei come Micene, Tirinto e Pilo furono distrutti da incendi in una fascia di anni intorno al 1200; a Pilo le tavolette in Lineare B si cossero nel rogo che distrusse il palazzo, ed è per questo che sopravvivono. In Egitto Ramesse III combatté i «Popoli del Mare» e ne registrò la vittoria nel suo ottavo anno di regno, il 1177 a.C., sui rilievi e nelle iscrizioni del tempio di Medinet Habu: quelle immagini mostrano carri, famiglie in marcia e battaglie navali, e descrivono coalizioni che avevano già travolto, dicono, l’Anatolia e la Siria. L’Egitto tenne, ma il regime palaziale uscì dal secolo ridimensionato. Nel giro di due o tre generazioni la scrittura amministrativa scomparve dove i palazzi erano caduti: in Grecia la Lineare B non fu più usata, e la conoscenza della scrittura si interruppe per secoli.
Conseguenze
Nell’immediato, la caduta dei palazzi tolse il centro che redistribuiva cibo e organizzava il lavoro specializzato: intere regioni si spopolarono, gli insediamenti si rimpicciolirono, il commercio a lunga distanza si contrasse e con esso l’accesso allo stagno. A lungo termine gli esiti furono diseguali, e questo è il punto più importante. In Grecia i secoli successivi videro la perdita della scrittura e una riorganizzazione su scala minore, senza palazzi: quando la scrittura tornò, secoli dopo, fu un alfabeto di origine fenicia, non più la Lineare B. In Anatolia lo stato ittita centrale non si ricostituì, ma alcune sue tradizioni sopravvissero nei regni «neo-ittiti» della Siria settentrionale. Sul piano tecnologico, la difficoltà di procurarsi stagno favorì nel tempo la diffusione del ferro, che pur richiedendo più lavoro si trovava localmente: non fu il ferro a causare il crollo, ma il crollo a rendere il ferro conveniente. Va evitato il salto retorico che fa discendere l’alfabeto, la polis o «l’Occidente» da questo singolo collasso: le linee sono lunghe e indirette, e il Vicino Oriente non conobbe ovunque la stessa cesura, dato che Assiria e Babilonia, meno legate alle rotte marittime, attraversarono quei decenni pur con difficoltà.
Nel frattempo altrove
- 1.500 a.C.I Veda — Asia meridionale
- 1.450 a.C.Micene — Europa
- 1.350 a.C.Akhenaton — Africa
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 1.250 a.C.Gli Olmechi — Americhe
- 1.046 a.C.Gli Zhou e il mandato del cielo — Asia orientale
- 1.000 a.C.Il ferro africano — Africa
Come lo sappiamo
Le fonti sono di tre tipi e vanno lette per quello che sono. Le fonti testuali antiche sono soprattutto archivi di palazzo e iscrizioni regie: le tavolette di Ugarit e Hattusa, le tavolette in Lineare B di Pilo e Micene, i rilievi egizi di Medinet Habu. Sono documenti di parte. Le lettere di Ugarit registrano un’emergenza dal punto di vista di chi la subiva; l’iscrizione di Ramesse III celebra una vittoria e ha interesse a ingigantire il nemico, per cui la sua lista dei «Popoli del Mare» va usata con cautela. L’archeologia fornisce la seconda linea: strati di distruzione e incendio, insediamenti abbandonati, l’interruzione dei manufatti importati. La terza linea è paleoclimatica e più recente: analisi dei pollini e degli isotopi da carote di sedimento in Siria, a Cipro e nel Levante, discusse tra gli altri da David Kaniewski e Brandon Drake, indicano una fase di siccità e raffreddamento a cavallo del 1200, coerente con le richieste di grano nelle lettere ittite. Resta molto dibattuto. Non c’è accordo su una causa unica, ed è anzi il consenso attuale, riassunto da Eric Cline, che si sia trattato di un collasso sistemico con più concause intrecciate: siccità e carestia, forse sciami sismici, movimenti di popolazioni, rivolte interne e la fragilità di economie interdipendenti. Robert Drews ha sostenuto una lettura opposta, che assegna il peso decisivo a una svolta militare nelle tattiche di fanteria: la sua tesi è minoritaria oggi ma utile perché costringe a difendere le alternative. Due punti meritano onestà esplicita. Il «1177» reso celebre da Cline è un segnalibro comodo, la data della battaglia egizia, non l’anno in cui il sistema cadde: il crollo fu un processo di decenni. E l’identità dei «Popoli del Mare» resta incerta, ricostruita quasi solo dalle iscrizioni egizie; furono probabilmente più un sintomo dello sconvolgimento, gente in fuga da terre già in crisi, che la sua causa prima. La questione ittita mostra anche un limite delle fonti: quando un palazzo brucia scompare l’archivio, e con esso la voce di chi lo teneva.
Approfondimenti
- Eric H. Cline, 1177 B.C.: The Year Civilization Collapsed (2014) — la sintesi più accessibile della tesi del collasso sistemico, e il libro che ha reso popolare il framing delle concause intrecciate.
- Robert Drews, The End of the Bronze Age (1993) — la lettura militare, oggi minoritaria: da leggere proprio come contraddittorio, per capire cosa deve spiegare ogni ipotesi.
- Marc Van De Mieroop, A History of the Ancient Near East (2016) — colloca il crollo dentro la storia lunga del Vicino Oriente, utile per non isolare l’evento.