In breve
Fra il II e il I millennio a.C., in più regioni dell’Africa subsahariana comparve, in punti diversi e apparentemente indipendenti gli uni dagli altri, la capacità di fondere il minerale di ferro e di forgiarlo in utensili e armi. Accadde sull’altopiano di Jos, in Nigeria centrale, dove la cultura Nok produceva già le sue terrecotte; accadde nella regione dei Grandi Laghi, fra Ruanda, Burundi e Tanzania occidentale, dove forni per la fusione sono documentati almeno dal I millennio a.C.; forse accadde anche più a ovest, nel Sahel nigerino. Il tratto che rende il caso africano diverso dalla sequenza pietra-rame-bronzo-ferro tipica dell’Eurasia è che in gran parte di queste regioni una fase estesa del bronzo non ci fu mai: molte comunità passarono dagli utensili di pietra e osso direttamente al ferro. Da dove venisse la tecnica — invenzione locale multipla o diffusione da nord, attraverso il Sahara o la valle del Nilo — è oggetto di un dibattito che dura da oltre quarant’anni.
Contesto
La fascia di savana e di foresta-savana che attraversa l’Africa subsahariana offriva minerali di ferro accessibili in superficie, spesso sotto forma di laterite, in quantità che non richiedevano miniere profonde. Il rame e soprattutto lo stagno, invece, erano rari o assenti nella maggior parte di queste regioni: senza i due metalli insieme non si fa il bronzo, e senza un bronzo diffuso non si accumula quel repertorio di tecniche — la fusione a bassa temperatura, la colata negli stampi — che altrove aveva preparato il passaggio al ferro. L’assenza di un’età del bronzo estesa non era quindi un ritardo rispetto a un percorso obbligato: era la conseguenza di una dotazione mineraria diversa, che rendeva il ferro, paradossalmente, il primo metallo utile su scala ampia.
Il combustibile non mancava: il carbone di legna, ottenuto dalla vegetazione della savana, permetteva ai forni ben progettati di superare i 1.100-1.200 gradi necessari alla fusione del ferro. Le società che svilupparono questa metallurgia erano in gran parte agricole, basate su miglio, sorgo e legumi, organizzate in villaggi capaci di sostenere fabbri specialisti.
Per quasi tutta questa regione, in questo periodo, non esistono fonti scritte locali: fanno eccezione l’Egitto e, più tardi, il regno di Kush lungo il Nilo. La cronologia si costruisce quindi quasi solo con l’archeologia e si misura in secoli, non in anni: non perché sia successo poco, ma perché gli strumenti per datarlo con precisione sono altri.
Svolgimento
Sull’altopiano di Jos, la cultura Nok produsse manufatti in ferro insieme alle sue celebri terrecotte a partire almeno dal I millennio a.C.: i dettagli di quei siti, le datazioni discusse e le tecniche di fusione locali sono trattati nella voce dedicata a quella cultura.
Nella regione dei Grandi Laghi, forni per la fusione del ferro sono attestati a partire da diversi secoli prima dell’era volgare in siti sparsi fra il Ruanda, il Burundi e la Tanzania occidentale, fra cui quelli studiati presso Nyanga, in Ruanda. Qui l’archeologo statunitense Peter Schmidt, insieme a Donald Avery, indagò negli anni settanta i forni “a torre” del popolo Haya, sulla sponda occidentale del lago Vittoria: strutture di argilla alte fino a un metro e mezzo, con tubi di aspirazione (tuyère) disposti a raggiera e un tiraggio forzato che sfruttava il vento e il preriscaldamento dell’aria in entrata. Le prove sperimentali condotte dai due archeologi mostrarono che questi forni superavano i 1.800 gradi, oltre le temperature dei forni a tiraggio naturale europei dell’epoca preindustriale: una tecnica specializzata, adattata alle risorse locali.
Più a ovest, nel Sahel nigerino, i siti del massiccio del Termit hanno restituito scorie di fusione con date proposte fin dalla metà del II millennio a.C., fra le cronologie più antiche e più contestate del continente. Più a nord, nella stessa area sahariana, i Garamanti svilupparono un’economia oasicola che includeva la lavorazione dei metalli, e lungo il Nilo il regno di Kush, con capitale a Napata e poi a Meroe, gestiva dal I millennio a.C. una produzione di ferro poi diventata industriale: per chi sostiene una diffusione da nord, questi sono i possibili punti di passaggio verso l’Africa subsahariana.
In nessuna di queste regioni, comunque, si trova una fase precedente di lavorazione estesa del bronzo paragonabile a quella mesopotamica, egea o cinese: dove il rame compare, resta un metallo per ornamenti, non la base di un’industria di utensili.
Conseguenze
Nel breve periodo, gli attrezzi di ferro — zappe, asce, punte di lancia e di freccia — permisero di lavorare suoli più duri e di abbattere la vegetazione con meno fatica rispetto agli strumenti di pietra. Il mestiere del fabbro acquisì in molte società subsahariane uno status sociale particolare, spesso rituale: in diverse tradizioni bantu la fusione era circondata da tabù, riservata a lignaggi specifici, accompagnata da divieti che escludevano le donne dal momento della colata, letta come un atto di trasformazione vicino alla procreazione. Il fabbro poteva essere temuto e rispettato insieme, figura necessaria e potenzialmente pericolosa.
Nel lungo periodo, la disponibilità di ferro accompagnò l’espansione delle popolazioni di lingua bantu verso l’Africa centrale, orientale e meridionale: un processo che ebbe anche cause agricole e demografiche, e che sarebbe un errore far discendere da un’unica tecnologia. L’uso ripetuto del carbone di legna, secolo dopo secolo, presso gli stessi siti di fusione, lasciò inoltre un’impronta misurabile sulla copertura forestale locale: un costo ambientale reale, anche se circoscritto, della prima metallurgia africana.
Nel frattempo altrove
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 1.100 a.C.Fenici e alfabeto — Medio Oriente
- 1.046 a.C.Gli Zhou e il mandato del cielo — Asia orientale
- 1.000 a.C.Israele e il monoteismo — Medio Oriente
- 900 a.C.Chavín de Huántar — Americhe
- 800 a.C.Omero e la polis — Europa
- 600 a.C.Le Upanishad — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Il cuore della questione è se la metallurgia del ferro in Africa subsahariana sia nata più volte in modo indipendente, oppure sia arrivata per diffusione da nord — dall’Egitto, dal mondo mediterraneo o dal regno di Kush — attraverso il Sahara o la valle del Nilo. Per decenni la seconda ipotesi è stata quella data quasi per scontata: l’idea che una tecnologia complessa dovesse per forza provenire da una civiltà “più avanzata” a nord del Sahara, e non nascere sul posto, era raramente messa in discussione per principio, più che per prove contrarie.
Negli anni ottanta, le datazioni proposte per alcuni forni della regione dei Grandi Laghi sembrarono sorprendentemente antiche, in certi casi collocate nel corso del II millennio a.C. o nei primi secoli del I: se corrette, avrebbero reso l’area dei Grandi Laghi uno dei centri più precoci di lavorazione del ferro al mondo, indipendente dall’Eurasia e dal Mediterraneo. Peter Schmidt, sulla base del suo lavoro sui forni Haya e sulle tradizioni orali locali sulla fusione, sostenne con forza l’ipotesi di un’invenzione autoctona, sofisticata quanto quella eurasiatica e non un suo riflesso tardivo. Quelle prime datazioni molto antiche, però, sono state in seguito riviste al ribasso da lavori successivi, che hanno messo in discussione i campioni di carbone usati per la datazione al radiocarbonio — legno vecchio riutilizzato come combustibile può restituire un’età superiore a quella della fusione che lo ha bruciato — e hanno proposto cronologie più caute, pur sempre entro il I millennio a.C. La discussione sulle date esatte, sito per sito, resta un terreno di ricerca attivo, e nessuna sintesi attuale può dirsi definitiva.
Quello che è cambiato, più della singola data, è la disponibilità ad accogliere sul serio l’ipotesi di un’invenzione africana indipendente, invece di scartarla quasi per principio come si faceva in passato. Restano scettici quanti insistono sulla plausibilità di contatti attraverso il Sahara, non fosse che per la documentata metallurgia dei Garamanti e di Meroe; restano convinti dell’indipendenza quanti sottolineano le differenze tecniche fra i forni subsahariani e quelli nordafricani, e l’assenza, a sud del Sahara, di quella fase del bronzo che una diffusione dal Mediterraneo avrebbe dovuto lasciare come traccia intermedia. La ricerca archeometallurgica in Africa subsahariana, va aggiunto, ha ricevuto storicamente una frazione minima dei finanziamenti destinati a Mediterraneo e Vicino Oriente: meno scavi e meno datazioni non significano che sia successo meno, ma che se ne sa meno per ragioni di bilancio, non di importanza storica.
Approfondimenti
- Peter R. Schmidt e Donald Avery, “Complex Iron Smelting and Prehistoric Culture in Tanzania” (1978) — l’articolo che mise sul tavolo l’ipotesi dell’invenzione autoctona, con la descrizione sperimentale dei forni Haya.
- Peter R. Schmidt, Historical Archaeology in Africa (2006) — la sintesi più ampia dell’autore, utile per capire come tradizione orale e archeologia si intreccino nella sua ricostruzione.
- Hamady Bocoum (a cura di), The Origins of Iron Metallurgy in Africa (2004) — un volume collettivo che mette a confronto le diverse posizioni sul dibattito origine indipendente/diffusione, utile proprio perché non sceglie un’unica risposta.
- La voce sulla cultura Nok, per il dettaglio del caso nigeriano e delle sue terrecotte.