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Atlante della storia umana

Età assialeFerro e alfabeto

La cultura Nok

Teste di terracotta e forni da ferro sull'altopiano nigeriano

esatto

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Sull’altopiano di Jos, nella Nigeria centrale, si sviluppò fra il II e il I millennio a.C. la cultura Nok, nota per due produzioni distinte: sculture in terracotta di teste e figure umane e animali, spesso più grandi del naturale, con occhi triangolari o a segmento e acconciature elaborate, e forni per la fusione del ferro fra i più antichi dell’Africa subsahariana. Il passaggio diretto dalla pietra al ferro, senza un’estesa fase intermedia del rame o del bronzo, non fu un ritardo rispetto ad altri percorsi: fu un percorso tecnologico diverso, coerente con una regione dove i minerali di rame erano scarsi e quelli di ferro diffusi. Le terrecotte furono riconosciute per la prima volta nel 1928, durante lavori minerari di stagno che ne dispersero e danneggiarono molte prima che se ne comprendesse il valore; gran parte del corpus oggi noto proviene da scavi clandestini per il mercato antiquario, privato del suo contesto archeologico originale.

Contesto

L’altopiano di Jos si eleva a oltre milleduecento metri, in una fascia di savana boscosa più fresca e meno esposta alla mosca tse-tse della pianura circostante. Il suolo, ricco di lateriti ferrose, offriva minerale di ferro in affioramenti facilmente accessibili, e il legname per il carbone di legna non mancava. Le comunità che vi si insediarono coltivavano miglio perlato e altri cereali africani e vivevano in villaggi sparsi, senza segni evidenti di uno stato centralizzato: nessuna iscrizione, nessun palazzo, nessuna capitale identificata con certezza.

È in questo contesto che va letta la sequenza tecnologica della regione, diversa da quella eurasiatica e non per questo incompleta. In gran parte dell’Africa subsahariana il rame nativo e i suoi minerali si trovano in poche aree geologiche concentrate — l’attuale Repubblica Democratica del Congo, la Mauritania, alcuni tratti del Sahel — mentre i minerali di ferro, soprattutto lateriti superficiali, sono diffusi quasi ovunque. Una fase estesa di lavorazione del rame e del bronzo non ebbe qui le stesse premesse geologiche per diventare un’economia diffusa. Il passaggio diretto alla metallurgia del ferro fu una risposta razionale alle risorse disponibili, non una tappa mancata di un cammino unico che tutte le società avrebbero dovuto percorrere allo stesso modo.

Svolgimento

Le datazioni disponibili collocano l’inizio dell’occupazione dei siti Nok fra il 1500 e il 900 a.C., e la produzione delle terrecotte e dei forni fra il I millennio a.C. e i primi secoli dell’era volgare; il 900 a.C. usato in questa scheda indica il consolidamento della cultura, non un evento puntuale. Ai siti scavati con metodo, come Taruga e Samun Dukiya, i resti di forni sono associati a frammenti di terracotta nello stesso strato, un’evidenza che lega direttamente le due produzioni per cui la cultura è nota.

I forni erano strutture a fusto verticale in argilla, alimentate a carbone di legna e ad aria naturale o insufflata con mantici; ottenere le temperature necessarie a ridurre il minerale — oltre 1200 gradi — richiedeva una filiera organizzata: raccolta del minerale laterico, produzione di grandi quantità di carbone di legna, costruzione e spesso distruzione rituale del forno a ogni ciclo. A Taruga vennero portati alla luce oltre una dozzina di forni ravvicinati, segno di un’attività non occasionale.

Le terrecotte raffigurano teste isolate — alcune superiori al metro, pensate forse per essere viste dal basso su un corpo oggi perduto o mai realizzato in materiale deperibile — figure intere, e animali come elefanti e serpenti. Gli occhi triangolari o a segmento e le acconciature intrecciate sono il tratto stilistico più riconoscibile. La maggior parte dei pezzi noti fu però trovata non nel punto in cui era stata collocata, ma dispersa da secoli di erosione in depositi di versante e letti di torrenti stagionali: questo rende difficile stabilire la funzione originaria delle sculture — santuari, sepolture, un culto degli antenati sono ipotesi avanzate, nessuna dimostrata.

Nel corso del I millennio d.C. le tracce della cultura, nella forma in cui la riconosciamo dalle terrecotte e dai forni, si diradano; le ragioni — mutamenti climatici, spostamenti di popolazione, trasformazione in tradizioni successive meno visibili nella documentazione archeologica — restano ipotesi più che conclusioni stabilite.

Conseguenze

Nel breve periodo, la disponibilità di utensili e armi in ferro cambiò il modo in cui queste comunità lavoravano la terra e il legname: un’ascia o una zappa in ferro dura più a lungo e taglia meglio di una in pietra, con conseguenze dirette sulla quantità di terra che una famiglia poteva dissodare in una stagione. La scala e la qualità delle terrecotte, che richiedevano tempo di lavorazione specializzato sottratto alla sussistenza, indicano una società capace di sostenere artigiani non impegnati a tempo pieno nella produzione di cibo.

Nel lungo periodo, la cultura Nok resta il caso più antico e meglio documentato, in Africa occidentale, di scultura figurativa di grande formato e di metallurgia del ferro sviluppata autonomamente, senza fase intermedia del bronzo. È stato proposto un legame stilistico fra le teste Nok e le tradizioni scultoree successive della regione, comprese quelle, molto più tarde, di Ife: l’ipotesi resta aperta, perché il divario cronologico e geografico fra le due non è colmato da testimonianze intermedie, e va trattata come tale, non come discendenza accertata.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La storia della conoscenza di questa cultura è segnata da un danno che va detto senza attenuazioni. Le prime terrecotte furono riconosciute nel 1928 vicino al villaggio di Nok, nell’odierno stato di Kaduna, durante l’estrazione alluvionale dello stagno: i getti d’acqua ad alta pressione usati per lavare il sedimento sconvolgevano gli strati archeologici e distrussero un numero di pezzi che nessuno ha mai potuto contare, prima che il funzionario coloniale Bernard Fagg cominciasse, a partire dal 1943, a raccogliere e registrare sistematicamente ciò che veniva alla luce.

Il danno peggiore però venne dopo. Dagli anni settanta, e più intensamente dagli anni novanta, le terrecotte acquisirono un valore crescente sul mercato antiquario internazionale, ed è nato uno scavo clandestino su scala industriale: fosse aperte da cercatori senza formazione archeologica, spesso di notte, che estraggono i pezzi vendibili e distruggono il resto, compresi forni e stratigrafie che avrebbero permesso di datare e interpretare i reperti. La maggioranza dei pezzi Nok oggi in musei e collezioni private non ha quindi un contesto di scavo noto: non sappiamo in che strato si trovassero, né con quali altri oggetti fossero associati. È una perdita di conoscenza specifica, diversa da quella dovuta alla semplice assenza di fonti scritte: qui l’informazione esisteva nel terreno, ed è stata cancellata da chi scavava per vendere.

Questo pesa direttamente sulla cronologia. Le datazioni al radiocarbonio più affidabili vengono da un numero ristretto di siti scavati con metodo — Taruga, Samun Dukiya, e gli scavi del progetto congiunto dell’Università Goethe di Francoforte e delle autorità nigeriane, avviato nel 2005 — mentre per i pezzi privi di contesto si è fatto ricorso alla termoluminescenza, che data la cottura dell’argilla ma, senza uno strato associato, non colloca il pezzo in una sequenza culturale precisa. Le stime sull’arco di vita della cultura variano di conseguenza: c’è chi la fa cominciare già nel II millennio a.C. e chi la colloca a partire dal 900-800 a.C.; sulla fine, c’è chi la pone attorno al principio dell’era volgare e chi la estende fino al III-IV secolo d.C. Non è un’incertezza da manuale poco aggiornato: riflette sia una tradizione di lunga durata, sia un campione di dati compromesso da decenni di scavo illegale, ed è corretto dirlo invece di scegliere una data sola come se non ci fosse dibattito.

Approfondimenti

  • Bernard Fagg, Nok Terracottas (1977) — il primo studio sistematico, scritto da chi raccolse i pezzi fra gli anni quaranta e cinquanta, e testimonianza diretta di quanto fosse già andato perduto.
  • Peter Breunig (a cura di), Nok: African Sculpture in Archaeological Context (2014) — la sintesi del progetto di scavo avviato nel 2005, utile a distinguere ciò che si sa da ciò che si presume.
  • Nicole Rupp, Peter Breunig e Stefanie Kahlheber, Exploring the Nok Enigma (2008) — un resoconto breve, utile per capire perché questa cultura sia rimasta a lungo poco studiata.
  • Voce «Il ferro africano» di questo atlante — colloca Nok dentro il quadro più ampio delle tradizioni metallurgiche subsahariane.

Riferimenti

  • Bernard Fagg, Nok Terracottas, 1977, Ethnographica
  • Peter Breunig, Nok: African Sculpture in Archaeological Context, 2014, Africa Magna Verlag
  • Nicole Rupp e altri, Exploring the Nok Enigma, 2008

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