In breve
Fra il 2600 e il 1900 a.C. circa, nel bacino dell’Indo, fra l’odierno Pakistan e l’India nordoccidentale, fiorì la più estesa civiltà dell’età del bronzo. Le sue città — Mohenjo-daro, Harappa, Dholavira — erano tracciate a scacchiera, con mattoni di formato standard, pozzi e fognature coperte. Pesi cubici e misure identici su mille chilometri indicano un ordine amministrato, eppure non sono stati trovati palazzi reali, tombe regali né templi monumentali. La sua scrittura, incisa su migliaia di sigilli, non è ancora decifrata: gran parte di ciò che sappiamo viene dalla terra, non dai testi.
Contesto
Il bacino dell’Indo si stende su una pianura alluvionale attraversata dal fiume Indo e dai suoi affluenti, e a est da un secondo sistema fluviale oggi in gran parte prosciugato, il Ghaggar-Hakra. Il monsone estivo e le piene annuali depositavano limo fertile: su quei suoli si coltivavano orzo e frumento, si allevavano bovini, bufali e ovini, e si lavorava il cotone, forse per la prima volta al mondo. La sedentarizzazione era antica: a Mehrgarh, ai piedi dei rilievi del Belucistan, agricoltura e allevamento risalivano al VII millennio a.C. Da questi villaggi neolitici si sviluppò, fra il 3300 e il 2600 a.C. circa, la cosiddetta fase harappana antica, con centri già cinti da mura e una cultura materiale condivisa su un territorio ampio. Il paesaggio imponeva i suoi ritmi: senza le piene non c’era raccolto, ma le stesse piene potevano cancellare un quartiere, e a Mohenjo-daro le case furono ricostruite più volte sullo stesso impianto, alzando via via il livello del suolo. La fase matura non nacque quindi dal nulla, ma da un lungo processo locale.
Svolgimento
Fra il 2600 e il 1900 a.C. circa la civiltà dell’Indo, o harappana, raggiunse la sua estensione massima: oltre un migliaio di siti distribuiti su circa un milione di chilometri quadrati, dal Belucistan al Gujarat, la più vasta delle civiltà dell’età del bronzo. I centri maggiori — Mohenjo-daro sull’Indo, Harappa sul fiume Ravi, Dholavira in Gujarat — erano costruiti su una scacchiera di strade ortogonali orientate secondo i punti cardinali. I mattoni, cotti e crudi, seguivano un formato standard con rapporto fisso fra le dimensioni (1:2:4), identico da un capo all’altro dell’area. Le case si affacciavano su pozzi e disponevano di bagni e latrine collegati a canali di scolo coperti che correvano lungo le strade: un sistema di drenaggio urbano che nel mondo del III millennio non aveva eguali per diffusione. A Mohenjo-daro, sull’altura detta cittadella, si trovava la Grande Vasca, una piscina impermeabilizzata con bitume, probabilmente per usi rituali. Le stime di popolazione per la sola Mohenjo-daro oscillano, al culmine, fra i trentamila e i quarantamila abitanti, una scala che imponeva di gestire acqua, rifiuti e approvvigionamento su base quotidiana. I pesi erano cubi di selce tagliati con precisione, secondo una progressione prima binaria e poi decimale, uguali a Harappa come a Lothal. Migliaia di sigilli in steatite, incisi con figure animali e con segni di una scrittura non decifrata, servivano al controllo delle merci. I testi sumeri e accadici, dall’epoca di Sargon (intorno al 2300 a.C.), citavano il paese di Meluhha, da cui arrivavano corniola, avorio e legni pregiati: era l’Indo. A Lothal, sulla costa del Gujarat, un grande bacino in mattoni è stato interpretato come darsena: le merci raggiungevano la Mesopotamia via mare, attraverso il golfo Persico e l’emporio di Dilmun, l’odierno Bahrein. Non circolava moneta — non ne esisteva ancora da nessuna parte — ma i pesi standardizzati rendevano possibile misurare, tassare e scambiare in modo uniforme. Intorno al 1900 a.C. i centri urbani furono progressivamente abbandonati, i pesi e i sigilli caddero in disuso e la scrittura scomparve.
Conseguenze
Nel breve periodo, dopo il 1900 a.C. la vita si fece di nuovo prevalentemente rurale: le grandi città si svuotarono, il commercio a lunga distanza si interruppe e le culture regionali presero forme locali. Le cause furono soprattutto ambientali, non belliche: l’indebolimento del monsone e lo spostamento e prosciugamento dei corsi d’acqua, in particolare del sistema Ghaggar-Hakra, tolsero alle città la base agricola. L’idea di una distruzione per invasione, un tempo popolare, è stata abbandonata dagli archeologi. Resta il fatto che una rete urbana di quella scala dipendeva da un equilibrio idrico che essa non controllava, e questo la rese fragile su tempi lunghi. Nel lungo periodo la civiltà dell’Indo pesa soprattutto sul modo in cui pensiamo il potere antico: mostra un ordine urbano esteso, amministrato con misure e materiali standardizzati su mille chilometri, senza palazzi reali, senza tombe regali sfarzose e senza templi monumentali. Comunque si interpreti l’assenza di re visibili, quell’ordine reggeva sull’amministrazione delle cose — pesi, mattoni, canali — più che sulla celebrazione di un sovrano. Quanto di questo mondo sia confluito nelle culture successive del subcontinente resta discusso, e non va ricostruito come una linea diretta.
Nel frattempo altrove
- 2.900 a.C.Le città-stato sumere — Medio Oriente
- 2.600 a.C.Caral e la costa peruviana — Americhe
- 2.600 a.C.La piramide di Cheope — Africa
- 2.500 a.C.I palazzi minoici — Europa
- 2.334 a.C.Sargon di Akkad — Medio Oriente
- 2.200 a.C.Erlitou — Asia orientale
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
Come lo sappiamo
Le fonti sono quasi solo archeologiche, e questo pesa su tutto il resto. I siti erano noti nell’Ottocento — a Harappa i mattoni antichi furono saccheggiati per la massicciata della ferrovia — ma gli scavi sistematici iniziarono negli anni Venti del Novecento: nel 1924 John Marshall annunciò la scoperta di una civiltà fino ad allora ignota, sulla base dei lavori di Daya Ram Sahni a Harappa e di Rakhal Das Banerji a Mohenjo-daro. Negli anni Quaranta Mortimer Wheeler impose una lettura militare dei siti — la parola stessa cittadella è sua — e interpretò un grande edificio di Mohenjo-daro come granaio: quell’identificazione oggi non regge, mancano le prove dell’immagazzinamento del grano, ed è l’esempio più citato di quanto le interpretazioni dipendano dalle attese di chi scava. Le datazioni al radiocarbonio hanno collocato la fase matura fra il 2600 e il 1900 a.C., e l’aggancio cronologico esterno più solido viene dai testi mesopotamici, datati in modo indipendente, che nominano Meluhha. Restano tre nodi aperti. La scrittura non è decifrata: le iscrizioni sono brevissime, in media cinque segni, non esiste un testo bilingue, e alcuni studiosi hanno perfino sostenuto che i segni non codifichino una lingua. L’organizzazione politica è ignota: chi parla di egualitarismo si fonda su case relativamente uniformi e sull’assenza di sepolture regali, ma l’assenza di élite visibili non prova l’assenza di élite. La stessa statuetta in steatite che Marshall battezzò re-sacerdote non ha nulla che ne provi il ruolo sacerdotale o regale: il nome, moderno, dice più delle attese di chi scavava che della figura. Infine, la ricerca stessa è frammentata da un confine, quello fra India e Pakistan, che taglia in due l’area della civiltà.
Approfondimenti
- Gregory L. Possehl, The Indus Civilization: A Contemporary Perspective (2002) — la sintesi d’insieme, prudente sulle interpretazioni e utile proprio sul perché non vediamo re.
- Jonathan Mark Kenoyer, Ancient Cities of the Indus Valley Civilization (1998) — dallo scavatore di Harappa, ricco di ricostruzioni della vita urbana e dell’artigianato.
- Andrew Robinson, The Indus (2015) — introduzione breve e aggiornata, chiara soprattutto sul problema della scrittura indecifrata.