In breve
Gilgamesh fu forse un re di Uruk, nella Mesopotamia meridionale, collocato dalla tradizione intorno al 2700 a.C.; ma la sua fama non poggia su ciò che fece, bensì su ciò che gli scribi scrissero di lui. Fra il 2100 e il I millennio a.C. la sua figura passò da protagonista di poemi sumerici a eroe di una lunga epopea in accadico, la più antica opera letteraria di ampio respiro che ci sia arrivata. Il poema racconta l’amicizia con Enkidu, il dolore per la sua morte e una ricerca dell’immortalità che fallisce. La sua ultima forma, su dodici tavolette d’argilla, riemerse dalla biblioteca di Ninive scavata dal 1850, e nel 1872 restituì un racconto del diluvio molto vicino a quello della Genesi.
Contesto
Uruk — la Warka delle fonti arabe, l’Erech biblica — sorgeva nella pianura alluvionale del basso Eufrate. Alla fine del IV millennio era stata una delle prime grandi città del mondo, con decine di migliaia di abitanti concentrati attorno a santuari monumentali. La base materiale di quella densità era l’irrigazione: canali che portavano l’acqua del fiume sui campi d’orzo, magazzini del tempio dove il raccolto veniva contato e ridistribuito. Nella pianura pioveva troppo poco per coltivare senza deviare il fiume, e la stessa irrigazione, anno dopo anno, depositava sale nei terreni: la ricchezza della città poggiava su un equilibrio idrico fragile, che richiedeva braccia per scavare i canali e scribi per amministrare le razioni. Proprio dalla contabilità templare era nata, verso il 3300 a.C., la scrittura cuneiforme, segni impressi con uno stilo su tavolette d’argilla umida. L’argilla era il materiale che la pianura offriva in abbondanza al posto della pietra e del legno: economica, riscrivibile da fresca, quasi indistruttibile una volta cotta o semplicemente seccata al sole. Su di essa gli amministratori registravano razioni e debiti. Ma attorno alle corti dei re e ai templi cresceva anche un’istituzione diversa, la scuola scribale, l’edubba, la “casa delle tavolette”, dove si imparava il mestiere copiando liste, proverbi e, col tempo, poemi. È in questo ambiente di scribi, non sul campo di battaglia, che Gilgamesh divenne immortale.
Svolgimento
Un re di nome Gilgamesh compare nella Lista reale sumerica come sovrano di Uruk, assegnato alla fase che gli archeologi chiamano Dinastico Antico, attorno al 2700 a.C. Se sia esistito davvero non lo sappiamo; quello che sappiamo è quando la sua figura entrò nella letteratura scritta. Sotto la Terza dinastia di Ur, l’impero che intorno al 2100 a.C. riunificò la Mesopotamia meridionale, il re Shulgi fece della scrittura uno strumento di governo e di prestigio, e fondò scuole scribali a Ur e a Nippur. Furono quegli scribi a mettere per iscritto, in sumerico, cinque poemi distinti su Gilgamesh: episodi separati, non ancora un’unica storia. La dinastia di Ur si vantava di una parentela con l’antico re di Uruk, e celebrarlo serviva anche a legittimare il presente. Molto più tardi, fra il XIII e il XII secolo a.C., quei materiali furono rifusi in lingua accadica in una versione “standard”, che la tradizione attribuisce a un sacerdote-scriba, Sin-leqi-unninni. È la forma su dodici tavolette che gli archeologi trovarono nella biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive, scavata a partire dal 1850. In questa versione la trama tiene: Gilgamesh, re tirannico, incontra il selvaggio Enkidu, ne fa il suo amico, e quando Enkidu muore precipita nel terrore della propria fine. Parte allora in cerca dell’immortalità e raggiunge Utnapishtim, l’unico uomo a cui gli dèi l’avessero concessa, il sopravvissuto a un diluvio universale. Nel 1872 l’assiriologo George Smith, decifrando le tavolette al British Museum, riconobbe in quel racconto del diluvio un parallelo stringente con la Genesi. La lezione dell’epopea, però, è che l’immortalità del corpo non si ottiene: resta quella del nome inciso nell’argilla.
Conseguenze
Nell’immediato, la messa per iscritto trasformò Gilgamesh da personaggio di racconti orali in classico scolastico. Per oltre un millennio le tavolette dell’epopea furono copiate nelle scuole scribali dal Levante all’Anatolia; se ne sono trovati frammenti a Megiddo, a Ugarit, presso gli Ittiti. Fu un testo di cultura condivisa in un mondo che parlava lingue diverse ma scriveva sullo stesso supporto d’argilla. Sul lungo periodo le conseguenze sono di due ordini. La prima riguarda la storia della letteratura: l’epopea è l’esempio più antico e completo di un’opera che affronta temi non pratici — l’amicizia, la paura della morte, il limite umano — e dimostra che questo tipo di riflessione non nacque in Grecia. La seconda riguarda i rapporti fra i testi sacri. Il racconto del diluvio di Utnapishtim, imparentato con quello del poema di Atrahasis, mostrò che il diluvio della Genesi si inserisce in una tradizione mesopotamica molto più antica del testo biblico. Questo non “smentisce” la Bibbia né la spiega per intero: colloca un suo episodio dentro una famiglia di narrazioni che circolavano nel Vicino Oriente. Va aggiunto che l’epopea non ebbe una trasmissione continua fino a noi: dimenticata per due millenni, tornò leggibile solo con la decifrazione del cuneiforme nell’Ottocento.
Nel frattempo altrove
- 2.600 a.C.Caral e la costa peruviana — Americhe
- 2.500 a.C.I palazzi minoici — Europa
- 2.200 a.C.Erlitou — Asia orientale
- 2.000 a.C.Il carro da guerra — Europa
- 2.000 a.C.Il regno di Kerma — Africa
- 1.750 a.C.Declino dell'Indo — Asia meridionale
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
Come lo sappiamo
La fonte è materiale prima ancora che testuale: sono tavolette d’argilla, molte spezzate, provenienti da scavi datati e da collezioni antiche come la biblioteca di Assurbanipal. Il testo che leggiamo non è un originale unico ma una ricostruzione, tavoletta su tavoletta, a partire da copie parziali di epoche e luoghi diversi; l’edizione critica di riferimento, quella di Andrew George del 2003, dichiara per ogni riga quali frammenti la attestano e dove restano lacune. Su tre punti la ricerca non offre certezze, e conviene dirlo. Primo, la storicità di Gilgamesh: il suo nome è nella Lista reale, ma la Lista mescola sovrani plausibili e figure dai regni lunghi millenni, e nessun documento contemporaneo al presunto re lo nomina; la voce lo tratta perciò come figura leggendaria, forse con un nucleo storico irrecuperabile. Secondo, la stratificazione dell’opera: che si sia passati da poemi sumerici indipendenti a un’unica epopea accadica è dimostrato dal confronto fra i testi — è la tesi dello studio di Jeffrey Tigay del 1982 — ma le tappe intermedie sono in parte congetturali. Terzo, il rapporto col diluvio biblico: la parentela tematica è evidente, la direzione e la modalità del contatto restano discusse. L’attribuzione stessa a Sin-leqi-unninni è una tradizione antica, non una firma verificabile.
Approfondimenti
- Epopea di Gilgamesh (in traduzione) — la fonte primaria: leggerla di seguito fa capire quanto sia costruita per lacune e ripetizioni, non come un romanzo moderno.
- Andrew R. George, The Babylonian Gilgamesh Epic (2003) — l’edizione critica che mostra da quali frammenti nasce ogni riga del testo che chiamiamo “l’epopea”.
- Jeffrey H. Tigay, The Evolution of the Gilgamesh Epic (1982) — ricostruisce il passaggio dai poemi sumerici all’opera accadica: il modello di come un testo antico si stratifica nel tempo.