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Atlante della storia umana

NeoliticoMetalli e prime città

Uruk

Decine di migliaia di abitanti, templi monumentali e magazzini: nella Mesopotamia del IV millennio a.C. nasce la prima città della storia.

circa

12.000 a.C.Neolitico3.300 a.C.

In breve

Nella pianura alluvionale della Mesopotamia meridionale, fra circa il 4000 e il 3100 a.C., l’insediamento di Uruk crebbe fino a raggiungere una scala che nessun luogo abitato aveva mai avuto prima: decine di migliaia di persone raccolte dietro un’unica cinta muraria, con templi monumentali, magazzini centralizzati e un apparato amministrativo capace di tenere il conto di raccolti, greggi e manodopera. È il caso che gli archeologi indicano come la prima vera città della storia - non il più antico insediamento umano, ma il primo luogo dove una popolazione di quella grandezza visse in buona parte di funzioni diverse dalla coltivazione diretta della terra. Dalla contabilità di quei magazzini nacquero, entro la fine del millennio, i primi segni scritti conosciuti. E dagli scambi necessari a procurarsi legname, metalli e pietra - materiali che l’alluvione mesopotamica non produceva - prese forma quello che l’archeologo Guillermo Algaze ha chiamato il “sistema-mondo di Uruk”: insediamenti e avamposti legati alla cultura materiale urukiana comparvero per centinaia di chilometri a nord, lungo l’Eufrate e il Tigri, in uno dei primi casi noti di espansione economica a lungo raggio.

Contesto

La Mesopotamia meridionale non offriva quasi nulla di ciò che una civiltà urbana avrebbe poi considerato indispensabile: né legname da costruzione, né pietra da taglio, né metalli. Offriva però, grazie ai canali scavati dalle comunità della cultura di Ubaid a partire dal sesto millennio a.C. per addomesticare le piene di Tigri ed Eufrate, un’agricoltura irrigua capace di produrre eccedenze di orzo e grano su una scala che l’agricoltura a pioggia delle colline pedemontane non poteva eguagliare. È su quella base materiale - descritta più nel dettaglio nella voce sui canali di irrigazione - che nel corso del quinto e del quarto millennio a.C. crebbero i primi centri della Mesopotamia meridionale, fra cui Eridu, ricordata dalla tradizione sumerica successiva come la città più antica del mondo.

Fu però Uruk, poco a nord di Eridu lungo un ramo ormai scomparso dell’Eufrate, a superare tutti gli altri insediamenti della regione. Le ragioni proposte restano in parte congetturali: una posizione favorevole rispetto alle rotte fluviali e alle terre irrigabili, una capacità particolarmente efficace di attrarre popolazione da villaggi più piccoli, forse un vantaggio di partenza che si autorinforzò una volta raggiunta una massa critica di templi e manodopera specializzata. Quale che sia stata la causa iniziale, per la seconda metà del quarto millennio a.C. Uruk non aveva più eguali nella regione, ed è dal suo nome che gli archeologi hanno battezzato l’intero periodo, il “periodo di Uruk”, databile in modo convenzionale fra il 4000 e il 3100 a.C. circa.

Svolgimento

Al centro di Uruk sorgevano due complessi templari monumentali. Il recinto di Eanna, “casa del cielo”, era dedicato a Inanna, la dea dell’amore e della guerra che sarebbe rimasta al centro del pantheon mesopotamico per tremila anni: vi si succedettero, in alcuni secoli, edifici sempre più grandi ricostruiti sullo stesso punto, decorati con mosaici di coni d’argilla dipinta infissi nell’intonaco, e arricchiti da oggetti di culto come il celebre vaso di alabastro noto come “vaso di Uruk”, che raffigura a rilievo una processione di offerenti verso la dea. Poco distante, un secondo complesso dedicato al dio del cielo Anu culminò, verso la fine del periodo, nel cosiddetto Tempio Bianco, alzato su una piattaforma artificiale che anticipava, nella forma, le ziggurat delle epoche successive.

Le stime sulla popolazione di Uruk restano necessariamente approssimative, ma convergono su un ordine di grandezza senza precedenti per l’epoca: le ricognizioni di superficie condotte da Robert McC. Adams nella piana centrale dell’Eufrate suggeriscono che, al suo apice, l’area racchiusa dalle mura - che la tradizione epica successiva avrebbe attribuito al leggendario re Gilgamesh - misurasse circa 250 ettari, e le stime di popolazione che ne derivano, con tutte le incertezze legate alla densità abitativa effettiva, vanno dalle poche decine di migliaia fino a cifre prossime ai cinquantamila abitanti: una concentrazione umana che nessun villaggio agricolo del Neolitico aveva mai avvicinato.

Una città di quella scala non poteva funzionare senza un modo per tenere il conto di ciò che entrava e usciva dai magazzini dei templi: grano, bestiame, tessuti, manodopera assegnata a lavori collettivi. Da secoli, in tutto il Vicino Oriente, piccoli gettoni di argilla di forme diverse venivano usati per rappresentare quantità di beni; a Uruk, fra il 3400 e il 3300 a.C. circa, questa contabilità si trasformò: i gettoni furono sostituiti, o affiancati, da segni impressi e poi incisi su tavolette di argilla, dando origine alla scrittura proto-cuneiforme, un sistema nato non per raccontare ma per amministrare - le tavolette più antiche sono quasi tutte liste di beni e di personale. Questo passaggio è raccontato per esteso nella voce dedicata alla nascita della scrittura; qui basti dire che fu la scala stessa dell’economia templare di Uruk, troppo grande per essere tenuta a mente, a rendere necessaria un’amministrazione scritta.

Una città che non produceva legname, metalli né pietra doveva procurarseli altrove, e fu in questo periodo che la cultura materiale di Uruk - ceramica, architettura, le ciotole standardizzate a orlo smussato usate per distribuire razioni - cominciò a comparire in insediamenti a centinaia di chilometri di distanza. A Habuba Kabira e Jebel Aruda, sulla media valle dell’Eufrate in Siria, sorsero intorno al 3500-3300 a.C. insediamenti pianificati con caratteristiche urukiane, troppo simili a Uruk stessa per essere spiegati come semplice imitazione locale. A Tell Brak, nel bacino del Khabur, un centro locale già consistente conobbe in questa fase una crescita monumentale con tratti materiali urukiani; a Godin Tepe, nella valle iranica di Kangavar, un recinto fortificato di tipo urukiano si insediò accanto a un abitato locale, probabilmente come base per il controllo di rotte commerciali verso l’altopiano iranico. Algaze ha proposto di leggere questa rete come un vero e proprio “sistema-mondo”: un’espansione, coloniale o commerciale a seconda dei casi, volta a garantire alla città madre l’accesso a legname, rame, argento, ossidiana e pietre semipreziose che il sud mesopotamico non possedeva.

Conseguenze

Nel breve periodo, la concentrazione di popolazione a Uruk produsse una società stratificata come mai prima: sacerdoti e amministratori dei templi, artigiani che non coltivavano più la terra, manodopera assegnata a lavori collettivi e remunerata con razioni standardizzate. La scrittura nata dalle esigenze contabili dei magazzini templari, per quanto ancora lontana da un sistema capace di registrare la lingua parlata, pose le basi tecniche su cui sarebbe fiorita, nei secoli successivi, la letteratura cuneiforme mesopotamica.

Sul lungo periodo, Uruk fornì il modello - religioso, amministrativo e urbanistico - da cui presero forma le città-stato sumere del terzo millennio, da Ur a Lagash a Kish, ciascuna organizzata attorno al proprio tempio patrono e alla propria burocrazia di magazzino. La rete di scambio aperta dall’espansione urukiana, pur contraendosi bruscamente intorno al 3100-3000 a.C., aveva dimostrato che un centro urbano poteva proiettare la propria influenza economica su una regione grande quanto la Mezzaluna Fertile: un precedente a cui gli imperi mesopotamici successivi, da Sargon di Akkad in poi, avrebbero potuto guardare.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Quasi tutto ciò che sappiamo di Uruk viene dagli scavi tedeschi nel recinto di Eanna, iniziati nel 1912-1913 e proseguiti, con interruzioni dovute alle due guerre mondiali, per gran parte del Novecento: fu la sequenza stratigrafica di ricostruzioni successive dello stesso complesso templare, numerate dal livello XVIII al livello III, a fornire l’ossatura cronologica dell’intero periodo di Uruk. Le stime di popolazione derivano dalle ricognizioni di superficie di Robert McC. Adams sulla piana centrale dell’Eufrate: un metodo che misura l’estensione degli insediamenti antichi dalla distribuzione dei cocci in superficie, ma che dipende da assunzioni sulla densità abitativa non verificabili in modo diretto, per cui le cifre di 25.000-50.000 abitanti vanno intese come un ordine di grandezza, non come un censimento.

Restano due punti su cui la ricerca discute apertamente. Il primo riguarda la natura degli insediamenti urukiani a nord, come Habuba Kabira e Godin Tepe: colonie vere e proprie fondate da coloni provenienti da Uruk, avamposti commerciali con presidi limitati, o imitazione da parte di élite locali che adottarono simboli di prestigio mesopotamici senza un controllo diretto della città madre - l’interpretazione di Algaze, pur influente, non è unanimemente condivisa. Il secondo riguarda la fine improvvisa di questa rete, intorno al 3100-3000 a.C.: fra le cause proposte, crisi interne alla stessa Uruk, centri di potere rivali lungo le rotte commerciali, mutamenti climatici, ma nessuna spiegazione ha finora raccolto un consenso solido. Va infine detto che l’epopea di Gilgamesh, che attribuisce al re leggendario la costruzione delle mura di Uruk, è un’opera composta e trasmessa in epoche molto più tarde: preziosa per capire come i mesopotamici del secondo millennio ricordassero la propria prima città, non una fonte diretta sulla Uruk del quarto millennio.

Un’avvertenza d’obbligo su questa voce in particolare: le fonti bibliografiche elencate qui sotto sono state richiamate dalla conoscenza generale di chi ha scritto la scheda, senza una verifica tramite ricerca web in questa sessione, per esaurimento del budget dedicato. Vanno controllate una per una - titoli, autori, anni ed editori - prima che la voce possa passare a stato: completa.

Approfondimenti

  • Guillermo Algaze, The Uruk World System: The Dynamics of Expansion of Early Mesopotamian Civilization, 2ª ed. (University of Chicago Press, 2005) - la formulazione più influente dell’ipotesi di un’espansione coloniale urukiana, da leggere insieme alle critiche che ha ricevuto.
  • Mario Liverani, Uruk: The First City (Equinox Publishing, 2006) - una sintesi dedicata interamente alla città, utile per il quadro d’insieme su templi, economia e società.
  • Hans J. Nissen, The Early History of the Ancient Near East, 9000-2000 B.C. (University of Chicago Press, 1988) - colloca Uruk nella lunga traiettoria che dai primi villaggi porta alle città storiche del Vicino Oriente.
  • Susan Pollock, Ancient Mesopotamia: The Eden that Never Was (Cambridge University Press, 1999) - una lettura più attenta alle disuguaglianze sociali nascoste dietro la monumentalità templare.
  • Marc Van De Mieroop, A History of the Ancient Near East ca. 3000-323 BC (Wiley-Blackwell, 2016) - per seguire cosa accadde dopo, quando il modello urukiano si moltiplicò nelle città-stato sumere.

Riferimenti

  • Guillermo Algaze, The Uruk World System: The Dynamics of Expansion of Early Mesopotamian Civilization, 2005, University of Chicago Press
  • Mario Liverani, Uruk: The First City, 2006, Equinox Publishing
  • Hans J. Nissen, The Early History of the Ancient Near East, 9000-2000 B.C., 1988, University of Chicago Press
  • Susan Pollock, Ancient Mesopotamia: The Eden that Never Was, 1999, Cambridge University Press
  • Marc Van De Mieroop, A History of the Ancient Near East ca. 3000-323 BC, 2016, Wiley-Blackwell

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.