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Atlante della storia umana

OriginiHomo e la pietra

Fuori dall'Africa

A Dmanisi, in Georgia, compaiono i primi umani noti fuori dal continente africano

millennio

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Nel 1991, a Dmanisi, in Georgia, la squadra diretta da David Lordkipanidze portò alla luce il primo di una serie di resti umani che si rivelarono i più antichi noti fuori dal continente africano: cinque crani, insieme a mandibole, denti isolati e ossa del resto dello scheletro, databili a circa 1,8 milioni di anni fa. Erano associati a strumenti di pietra semplici, del tipo detto olduvaiano — schegge e chopper, non i bifacciali che si sarebbero diffusi solo molto più tardi. I cinque crani, sorprendentemente diversi fra loro per dimensioni e robustezza, aprirono un dibattito tassonomico ancora non del tutto chiuso. Uno degli individui, un uomo anziano che aveva perso quasi tutti i denti anni prima di morire, poté sopravvivere solo con l’aiuto di altri: la prova più antica conosciuta di cura reciproca fra ominini.

Contesto

Prima del 1991 il modello prevalente era semplice: gli ominini avrebbero lasciato l’Africa solo dopo aver raggiunto un cervello grande e una tecnologia elaborata, quella dei bifacciali acheuleani. Dmanisi smentì entrambe le condizioni. I suoi abitanti avevano un cervello piccolo, fra i 546 e i 775 centimetri cubici a seconda dell’individuo, e lavoravano la pietra nel modo più semplice conosciuto: scheggiavano ciottoli di basalto e andesite locali in schegge taglienti e chopper, senza le forme standardizzate dei bifacciali.

Il sito sorge su un promontorio fra i fiumi Mashavera e Pinezaouri, circa ottantacinque chilometri a sud-ovest di Tbilisi, a un’altitudine di circa mille metri. Gli scavi erano cominciati nel 1983 per riportare alla luce una città fortificata medievale; nel 1984 emersero, sotto gli strati medievali, ossa di animali molto più antiche, e nel 1991 la prima mandibola umana.

A 1,8 milioni di anni fa la regione era una savana aperta con qualche macchia di bosco, ai margini di una fascia continua di ambienti aperti che si estendeva dall’Africa orientale fino al Levante e oltre. La fauna ritrovata a Dmanisi lo conferma: iene giganti dal muso corto, felini dai denti a sciabola, lupi giganti simili all’etrusco, struzzi, cervidi, orsi, rinoceronti e cavalli — generi uguali o molto simili a quelli che gli ominini africani già conoscevano. Attraversare quella savana, seguendo mandrie di erbivori o le loro carcasse, non richiedeva innovazioni: richiedeva solo che l’ambiente non cambiasse troppo lungo il cammino.

Svolgimento

Il primo reperto umano, una mandibola catalogata come D211, fu trovato nel 1991 dalla squadra diretta da David Lordkipanidze, insieme ai paleontologi Abesalom Vekua e Leo Gabunia. Negli anni seguenti il sito restituì altri quattro crani: D2280 e D2282 fra il 1999 e il 2000, D2700 nel 2000, D3444 nel 2002, e infine D4500, con la mandibola D2600 che gli corrispondeva, nel 2005.

La datazione si fonda su due prove indipendenti che si confermano a vicenda: l’argon-argon di uno strato di basalto sotto i livelli con i fossili, e la stratigrafia magnetica dei sedimenti, che registra un’inversione del campo magnetico databile con precisione. Insieme collocano i resti fra circa 1,85 e 1,77 milioni di anni fa; la data convenzionale usata per il giacimento è 1,8 milioni di anni.

I cinque crani non si somigliano fra loro. Le capacità craniche vanno da circa 546 a 775 centimetri cubici, e la robustezza del volto e delle arcate sopraccigliari varia altrettanto. Nel 2002 Vekua, Lordkipanidze e alcuni colleghi proposero per i reperti più arcaici — in particolare la mandibola D2600 e i crani D2282 e D2700 — un nuovo nome di specie, Homo georgicus, distinto da Homo erectus.

Fra i cinque individui, il cranio D3444, detto Cranio 4, apparteneva a un uomo anziano che aveva perso quasi tutti i denti molti anni prima di morire: l’osso della mandibola si era riassorbito quasi ovunque, segno che le radici mancavano da tempo. Un individuo senza denti, in un ambiente dove il cibo andava masticato crudo o poco lavorato, non poteva procurarsi da mangiare da solo per anni. La lettura più diffusa è che sia sopravvissuto grazie a chi gli procurava cibo facile da ingerire, o glielo masticava per lui: una prova indiretta ma solida di legami sociali oltre il nucleo familiare stretto.

Il reperto più discusso arrivò nel 2013, quando Lordkipanidze e colleghi pubblicarono su Science la descrizione completa di D4500, il «Cranio 5»: il cranio più completo mai trovato di un ominino del primo Pleistocene. Aveva una scatola cranica piccola, circa 546 centimetri cubici, unita a un volto grande, prognato e robusto, con denti massicci — una combinazione che, trovata altrove, avrebbe potuto far pensare a due individui di specie diverse.

Conseguenze

Nel breve periodo, Dmanisi costrinse a riscrivere la cronologia della dispersione umana fuori dall’Africa. Prima del 1991 nessun sito fuori dal continente africano superava il milione di anni; Dmanisi la spostò indietro di circa ottocentomila anni, con una popolazione priva sia del cervello grande sia degli strumenti che si credevano necessari per il viaggio. La conclusione più semplice, e l’unica sostenuta dai dati, è che la dispersione fosse guidata dall’ecologia più che dalla tecnologia: bastava un corridoio di ambienti aperti percorribile con il repertorio già disponibile in Africa.

Nel lungo periodo, la scoperta di D4500 rimise in discussione un problema più ampio: quante specie di Homo arcaico siano esistite in Africa fra due milioni e uno e mezzo di anni fa — habilis, rudolfensis, ergaster, erectus. Se una singola popolazione, in un solo sito e in poche migliaia di anni, poteva contenere una variabilità craniale di quell’ampiezza, la stessa variabilità osservata fra fossili africani sparsi nello spazio e nel tempo diventava una prova più debole a favore di specie distinte.

L’altra conseguenza riguarda la storia del comportamento sociale. Se il Cranio 4 fu davvero tenuto in vita da altri per anni dopo aver perso i denti, allora una qualche forma di cura reciproca esisteva già 1,8 milioni di anni fa, prima di cervelli grandi, prima del linguaggio complesso, prima di qualunque cultura simbolica riconoscibile. Non era un prodotto tardo dell’evoluzione umana: la accompagnava fin dall’inizio.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il cuore del dibattito su Dmanisi è tassonomico: cinque individui, quanta variabilità è compatibile con un’unica specie? Il team diretto da David Lordkipanidze, autore della descrizione di D4500 nel 2013, sostiene che i cinque crani rappresentino un’unica popolazione — un paleodemo — di Homo erectus arcaico e variabile, e che la loro differenza reciproca non superi quella osservata oggi fra individui della stessa specie di scimpanzé o fra popolazioni umane viventi. Su questa base, propone di leggere con più cautela anche la frammentazione tassonomica dei fossili africani coevi, spesso separati in specie diverse su differenze che, a Dmanisi, si osservano dentro una sola popolazione.

Altri paleoantropologi restano più cauti. Obiettano che cinque individui di un solo sito e di una finestra temporale ristretta non bastano a stabilire quante specie siano esistite in tutta l’Africa nell’arco di centinaia di migliaia di anni, e che lo stesso argomento, applicato al contrario, potrebbe sostenere altrettanto bene che anche fossili africani più diversi appartengano a popolazioni singole. La denominazione Homo georgicus, proposta nel 2002 dallo stesso gruppo su alcuni dei reperti più arcaici, è oggi minoritaria: la maggior parte degli specialisti colloca i fossili di Dmanisi dentro Homo erectus, come forma arcaica o come sottospecie. La questione non è chiusa da un consenso: è chiusa da una maggioranza, e va detto con questa precisione.

Le fonti materiali sono solide su un punto, la datazione: poggia sull’argon-argon di uno strato di basalto e su una sequenza magnetostratigrafica indipendente, che si confermano a vicenda entro un margine stretto. Meno solida, per costruzione, è ogni lettura comportamentale: la sopravvivenza del Cranio 4 senza denti è compatibile con la cura di altri, ma non la dimostra in modo definitivo — un’alternativa più debole è che, in un ambiente con carne facilmente masticabile, la perdita dei denti fosse meno invalidante di quanto sembri oggi. La lettura della cura reciproca resta comunque quella che spiega meglio l’insieme delle prove, ed è la più accettata fra chi ha studiato il reperto.

Approfondimenti

  • David Lordkipanidze e altri, A Complete Skull from Dmanisi, Georgia, and the Evolutionary Biology of Early Homo (2013) — l’articolo su Skull 5, il testo che ha riaperto la discussione sulla variabilità di Homo erectus.
  • Abesalom Vekua e altri, A New Skull of Early Homo from Dmanisi, Georgia (2002) — la proposta originale di Homo georgicus, utile per capire su quali tratti si fondava.
  • David Lordkipanidze e altri, The earliest toothless hominin skull (2005) — la descrizione del Cranio 4 e l’argomento a favore della cura reciproca.
  • Leo Gabunia e altri, Earliest Pleistocene hominid cranial remains from Dmanisi, Republic of Georgia (2000) — la base geocronologica e stratigrafica su cui si regge la datazione a 1,8 milioni di anni.

Riferimenti

  • Leo Gabunia e altri, Earliest Pleistocene hominid cranial remains from Dmanisi, Republic of Georgia: taxonomy, geological setting, and age, 2000, Science
  • Abesalom Vekua e altri, A New Skull of Early Homo from Dmanisi, Georgia, 2002, Science
  • David Lordkipanidze e altri, The earliest toothless hominin skull, 2005, Nature
  • David Lordkipanidze e altri, A Complete Skull from Dmanisi, Georgia, and the Evolutionary Biology of Early Homo, 2013, Science

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