In breve
A partire da circa 2,6 milioni di anni fa, nella Gola di Olduvai, in Tanzania, e in altri siti dell’Africa orientale, alcuni ominidi cominciarono a produrre in modo sistematico e ripetuto choppers — ciottoli scheggiati su uno o più lati — e le schegge taglienti ricavate nel processo. Non era la prima pietra mai scheggiata: a Lomekwi, in Kenya, manufatti più grezzi e sporadici risalgono a 3,3 milioni di anni fa. Era però la prima tradizione tecnica stabile, diffusa su scala continentale e trasmessa per quasi due milioni di anni, con forme ricorrenti che indicano un sapere condiviso, non invenzioni isolate. Mary e Louis Leakey la descrissero a partire dagli anni Trenta scavando a Olduvai, da cui il nome. L’industria si associa soprattutto a Homo habilis, ma resti di Paranthropus boisei compaiono negli stessi strati, e questo rende l’attribuzione a una singola specie tutt’altro che scontata.
Contesto
Fra tre e due milioni di anni fa il clima dell’Africa orientale si fece più secco e più instabile, e le foreste che avevano ospitato i primi ominidi arretrarono a favore di savane aperte e mosaici di boscaglia. Il cibo vegetale ad alto valore energetico — frutti maturi, tuberi teneri — si fece più stagionale e più difficile da reperire, mentre le carcasse di grandi erbivori, uccise dai predatori o morte per cause naturali, offrivano una risorsa concentrata: carne e, soprattutto, midollo osseo, ricco di grassi. Il midollo era chiuso dentro ossa spesse che nessun dente o unghia di primate poteva aprire, ed era conteso da iene e altri carnivori capaci di romperle con la sola mascella: aprire un femore richiedeva uno strumento più duro dei denti, una pietra.
La materia prima non mancava: nel bacino di Olduvai, come in altri siti della Rift Valley, corsi d’acqua e conoidi alluvionali depositavano ciottoli di quarzite, basalto e selce a distanze percorribili in poche ore, ed è probabile che gli ominidi li trasportassero verso i luoghi dove le carcasse venivano trovate o contese: i primi manufatti si trovano spesso associati a ossa con segni di taglio, in quelli che gli archeologi chiamano siti di macellazione. Rispetto ai manufatti di Lomekwi, prodotti circa 700.000 anni prima con tecniche più grezze e senza continuità dimostrata nel record archeologico, l’Oldowan comparve in una finestra in cui la dieta a base di carne e midollo diventava, per la prima volta, una componente stabile del sostentamento.
Svolgimento
Louis e Mary Leakey iniziarono a scavare nella Gola di Olduvai, un canyon che espone oltre due milioni di anni di sedimenti stratificati, a partire dal 1931. Fu soprattutto Mary Leakey, negli anni Cinquanta e Sessanta, a condurre gli scavi sistematici e a classificare i manufatti litici del livello più antico, il Bed I, datato a circa 1,85 milioni di anni in quel punto della gola; i siti più antichi dell’industria, in altre località dell’Africa orientale come Gona, in Etiopia, risalgono invece a circa 2,6 milioni di anni fa, la data che convenzionalmente segna l’inizio della tradizione.
Mary Leakey definì una tipologia che restò a lungo di riferimento: choppers a un taglio o a due tagli, poliedri, sferoidi, raschiatoi ricavati dalle schegge, e le schegge stesse, spesso più numerose e più utili dei nuclei da cui provenivano. La tecnica era la percussione diretta: un ciottolo, tenuto in mano o appoggiato su un’incudine di pietra, veniva colpito con un percussore in punti scelti per staccare schegge dal bordo tagliente e prevedibile. Non serviva un progetto elaborato, a differenza dei bifacciali acheuleani che sarebbero comparsi oltre un milione di anni più tardi, ma serviva un controllo ripetibile dell’angolo e della forza del colpo: la costanza delle forme nei diversi siti indica che quel controllo veniva appreso e trasmesso, non riscoperto ogni volta da capo.
Nel 1960, nello stesso Bed I, i Leakey scoprirono resti fossili che descrissero come una nuova specie, Homo habilis — «uomo abile» —, proponendone l’associazione diretta con gli strumenti litici trovati nello stesso strato. Ma nello stesso livello comparivano anche resti di Paranthropus boisei, un ominide dal cranio robusto e dai grandi molari, adattato a una dieta di vegetazione dura da masticare, e nessuno dei due generi venne mai trovato con uno strumento in mano.
Nel milione di anni successivo l’industria si diffuse ampiamente in Africa orientale, centrale e meridionale, con forme simili in siti anche molto distanti. Verso 1,7-1,6 milioni di anni fa, in siti come Kokiselei, in Kenya, cominciarono ad affiancarsi i primi bifacciali acheuleani, senza che l’Oldowan scomparisse subito: le due tradizioni coesistettero per un tratto.
Conseguenze
Nel breve periodo l’accesso sistematico al midollo e alla carne ampliò la base alimentare di chi praticava la scheggiatura, con effetti probabili sulla dieta nelle stagioni in cui il cibo vegetale scarseggiava. Alcuni antropologi hanno collegato questa dieta più ricca di grassi e proteine all’aumento delle dimensioni cerebrali osservato in Homo nello stesso intervallo, anche se il nesso causale resta un’ipotesi, non un fatto dimostrato: cervelli più grandi richiedono più energia, e una fonte più affidabile è una precondizione plausibile, non una prova diretta.
Nel lungo periodo la conseguenza più importante è che la scheggiatura della pietra, da allora, non si interruppe più. A differenza dei manufatti di Lomekwi, isolati e senza eredi dimostrati, l’industria olduvaiana ebbe una continuità ininterrotta di quasi due milioni di anni e gettò le basi — il controllo del punto di percussione, la selezione della materia prima — su cui si costruì l’Acheuleano, e attraverso questo tutte le tradizioni litiche successive. È inoltre la prima tecnologia a comparire, con forme simili, in siti separati da migliaia di chilometri: un indizio di una qualche trasmissione di saperi fra gruppi, non solo di invenzioni indipendenti.
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Come lo sappiamo
Il punto più dibattuto di questa voce è l’attribuzione: chi scheggiava davvero le pietre olduvaiane. L’ipotesi dei Leakey, e per decenni quella prevalente, attribuiva l’industria a Homo habilis, sulla base sia del nome scelto per la specie sia della convinzione che solo un cervello più grande di quello di un australopiteco robusto potesse pianificare la sequenza di colpi necessaria. Ma Paranthropus boisei compare negli stessi strati di Olduvai e in altri siti coevi, e nessuno dei due generi è mai stato trovato con uno strumento litico in associazione diretta: l’associazione è sempre stratigrafica, mai osservata nell’atto. Studi sulla morfologia della mano di Paranthropus, dove i resti la conservano, mostrano capacità di presa non troppo diverse da quelle di Homo habilis, il che rende debole l’argomento per cui solo il secondo fosse anatomicamente capace di scheggiare. La lettura oggi più cauta è che entrambi i generi possano aver prodotto o usato strumenti olduvaiani; altri specialisti restano convinti che Homo ne fosse l’autore principale, sulla base del trend di crescita cerebrale che prosegue solo in quella linea.
Un secondo nodo riguarda la data d’inizio. I 2,6 milioni di anni citati in questa scheda vengono dai siti etiopici di Gona, non da Olduvai, dove la sequenza scavata da Mary Leakey comincia più tardi, intorno a 1,85 milioni di anni: il nome dell’industria è geografico e storiografico, non il luogo della sua comparsa più antica. Resta inoltre incerto il rapporto con Lomekwi: mancano, per ora, siti litici nell’intervallo fra 3,3 e 2,6 milioni di anni che dicano se le due tradizioni siano collegate da una continuità reale o siano comparse indipendenti della stessa idea di base.
Le fonti materiali sono gli scavi di Olduvai, pubblicati integralmente da Mary Leakey nel 1971, e i numerosi siti successivi in Etiopia, Kenya e altrove, che hanno esteso sia la geografia sia la cronologia dell’industria. Le analisi tracelogiche sulle schegge, lo studio dei microsegni d’uso al microscopio, dicono con una certa sicurezza a cosa servissero alcuni strumenti; restano più incerte le inferenze sull’organizzazione sociale di chi li produceva.
Approfondimenti
- Mary D. Leakey, Olduvai Gorge, Volume 3 (1971) — la pubblicazione originale degli scavi e della tipologia dei manufatti: la base empirica su cui poggia tutto ciò che si è scritto dopo.
- Ignacio de la Torre, The origins of stone tool technology in Africa: a historical perspective (2011) — colloca l’Oldowan dentro la storia più lunga della ricerca sull’origine della tecnologia litica, utile per capire come sia cambiato il quadro dopo Lomekwi.
- Nicholas Toth e Kathy Schick (a cura di), The Oldowan: Case Studies into the Earliest Stone Age (2006) — raccoglie il capitolo di Dietrich Stout sull’imaging cerebrale (PET) durante la scheggiatura olduvaiana, che discute con cautela il nesso fra tecnica, dieta e crescita cerebrale, senza darlo per dimostrato.