In breve
A Lomekwi, in Kenya, sulla sponda occidentale del lago Turkana, qualcuno percosse pietre per ottenere schegge taglienti: la tecnologia precede il genere Homo. Nel 2015 un team guidato da Sonia Harmand annunciò su Nature il ritrovamento, nel sito noto come Lomekwi 3, di manufatti litici datati a circa 3,3 milioni di anni fa: circa 700.000 anni prima della più antica industria olduvaiana riconosciuta, e prima della comparsa del genere Homo nel registro fossile. Erano strumenti più grandi e più grezzi di quelli olduvaiani, ottenuti tenendo ferma o poggiando la pietra da lavorare invece di percuoterla in mano libera. Nessun fossile di ominide venne trovato in associazione diretta con gli strumenti, e chi li produsse resta un’inferenza: nella regione, in quel periodo, vivevano sia Australopithecus afarensis sia Kenyanthropus platyops. La scoperta spostò indietro l’inizio riconosciuto della scheggiatura della pietra, e lo tolse alla specificità del genere Homo.
Contesto
Il bacino del lago Turkana, 3,3 milioni di anni fa, non era il deserto che è oggi: un mosaico di savana alberata, canneti lacustri e corsi d’acqua stagionali alimentava una fauna ricca, e i sedimenti della Formazione Nachukui, nella quale si trova Lomekwi, contenevano ciottoli di basalto e altre rocce vulcaniche portati a valle dai torrenti. Era materia prima a portata di mano: dura abbastanza da scheggiarsi in modo prevedibile, diffusa lungo gli alvei, e non serviva percorrere chilometri per procurarsela.
In quella regione, in quell’epoca, coesistevano più forme di ominidi. Australopithecus afarensis, la specie di Lucy, era già diffusa in Africa orientale da almeno mezzo milione di anni. A pochi chilometri da Lomekwi, nel 1999, un team guidato da Meave Leakey aveva scoperto un cranio attribuito a una specie nuova, Kenyanthropus platyops, vissuta nella stessa finestra cronologica. Nessuna delle due era mai stata associata a strumenti di pietra: la scheggiatura sistematica era considerata, fino a quel momento, un tratto distintivo del genere Homo, comparso secondo le stime allora correnti intorno a 2,8-2,5 milioni di anni fa. Restava aperta, prima del 2011, la domanda su quando e perché la lavorazione della pietra fosse cominciata, e se fosse legata in modo necessario a un cervello più grande o a una mano più abile di quella di un australopiteco.
Un’ipotesi ecologica accompagna la scoperta: in quel periodo la vegetazione del bacino del Turkana si stava diversificando, e con essa probabilmente la dieta degli ominidi che vi abitavano. Una scheggia tagliente serve a tagliare la pelle di una carcassa o a raschiare un tubero, non richiede una lama elaborata: basta rompere la pietra giusta nel modo giusto.
Svolgimento
Nel 2011 un team guidato da Sonia Harmand e Jason Lewis, del Turkana Basin Institute, stava cercando i resti di Kenyanthropus platyops nell’area intorno a Lomekwi quando, seguendo per errore un percorso diverso da quello previsto, si imbatté in un affioramento con pietre scheggiate in superficie. Gli scavi sistematici, condotti fra il 2012 e il 2014 nel sito indicato come Lomekwi 3, misero in luce 149 manufatti litici in posizione stratigrafica, oltre a numerosi pezzi raccolti in superficie: percussori, nuclei, schegge e frammenti, distribuiti su un’area di alcune centinaia di metri quadrati.
La datazione si basò sulla correlazione fra i livelli di tufo vulcanico che racchiudevano i reperti e l’inversione paleomagnetica registrata nella sequenza sedimentaria: il risultato collocò gli strumenti intorno a 3,3 milioni di anni fa. Il team pubblicò i risultati su Nature nel maggio 2015, definendo l’insieme «industria lomekwiana».
Tecnicamente, gli strumenti di Lomekwi erano diversi da quelli olduvaiani più tardi. I nuclei erano più grandi e più pesanti, alcuni fino a diversi chilogrammi; la scheggiatura mostrava un controllo meno sistematico dell’angolo e del punto di percussione. Gran parte dei manufatti venne prodotta con la tecnica della pietra tenuta ferma o poggiata su un’incudine di pietra e colpita con un percussore — la cosiddetta tecnica bipolare, o su incudine —, accanto alla percussione diretta con la pietra tenuta in mano. Era un modo di rompere la pietra più grezzo, meno standardizzato, ma comunque intenzionale: le schegge mostravano bulbi di percussione, punti di impatto e sequenze di colpi ripetuti, tratti che una frattura naturale casuale non riproduce con la stessa regolarità.
Conseguenze
Nel breve periodo, a Lomekwi non seguì nulla che si possa collegare con continuità: fra i 3,3 milioni di anni di questi strumenti e i 2,6 milioni di anni dell’industria olduvaiana classica corre un intervallo di circa 700.000 anni senza siti litici confrontabili nella stessa regione. Se ci fu una tradizione tecnica continuativa, per ora non se ne sono trovate le tracce intermedie.
Nel lungo periodo la scoperta cambiò una convinzione diffusa: che la scheggiatura sistematica della pietra fosse comparsa insieme al genere Homo, quasi un suo tratto costitutivo. Dopo Lomekwi, quell’equazione non regge più automaticamente. La scoperta diede anche plausibilità retroattiva a un altro indizio controverso: nel 2010, a Dikika, in Etiopia, erano stati descritti resti ossei con segni compatibili con un taglio da strumento di pietra, datati a circa 3,4 milioni di anni; l’assenza, allora, di qualunque strumento litico così antico aveva reso quell’interpretazione difficile da sostenere. Lomekwi non prova che quei segni siano stati fatti con un attrezzo, ma tolse un argomento contro l’ipotesi. Più in generale, la scoperta spinse ad archeologie in nuovi sedimenti pliocenici, alla ricerca di un’origine della tecnologia litica ancora più antica.
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Come lo sappiamo
Il punto delicato di questa voce non è la data, ma l’attribuzione: chi scheggiò quelle pietre. A Lomekwi 3 non venne trovato alcun resto di ominide in associazione diretta con gli strumenti: nessun osso, nessun dente, nessuna impronta accanto ai manufatti. L’unico argomento a disposizione è geografico e cronologico: nello stesso bacino, negli stessi livelli sedimentari, in quello stesso periodo, sono documentati sia Australopithecus afarensis sia Kenyanthropus platyops. Dedurne che uno dei due — o entrambi — abbia prodotto gli strumenti è un’inferenza plausibile, non un dato osservato. Nessuna delle due specie è mai stata trovata con uno strumento in mano, per così dire, ed è persino possibile che l’autore sia un ominide non ancora identificato in questa regione.
Un secondo punto discusso riguarda la natura stessa dei reperti: se siano davvero manufatti intenzionali o pietre fratturate da processi naturali — una frana, il rotolamento in un alveo, la pressione di un carico geologico. Il team di Harmand rispose a questo dubbio con l’analisi dei punti di percussione, dei bulbi e delle sequenze ripetute di colpi sullo stesso nucleo, tratti che la letteratura sperimentale associa alla percussione intenzionale più che alla frattura casuale; alcuni specialisti di tecnologia litica, fra cui voci critiche emerse dopo la pubblicazione, hanno comunque chiesto cautela, notando che distinguere in modo definitivo un manufatto da un geofatto, su reperti così antichi ed eterogenei, resta un esercizio con margini di incertezza.
Un terzo punto è la datazione stessa: la sequenza stratigrafica e la correlazione paleomagnetica indicano un’età intorno a 3,3 milioni di anni, ma la geologia del bacino del Turkana è complessa, con episodi di erosione e ridistribuzione dei sedimenti che, in linea di principio, potrebbero aver rimescolato materiali di età diverse. La lettura oggi prevalente accetta la datazione proposta dal team scopritore; la sezione la riporta come convenzionale, non come un fatto privo di margini.
Approfondimenti
- Sonia Harmand e altri, 3.3-million-year-old stone tools from Lomekwi 3, West Turkana, Kenya (2015) — l’articolo che annuncia la scoperta: vale la pena leggerlo per vedere come gli autori stessi trattano l’incertezza sull’attribuzione, invece di darla per scontata.
- Meave G. Leakey e altri, New hominin genus from eastern Africa shows diverse middle Pliocene lineages (2001) — la descrizione di Kenyanthropus platyops, utile per capire chi altro, oltre agli australopitechi, poteva trovarsi sul posto in quel momento.
- Ignacio de la Torre, The origins of stone tool technology in Africa: a historical perspective (2011) — una sintesi che colloca Lomekwi dentro la storia più lunga di come si è cercata l’origine della tecnologia litica, utile per non isolare la scoperta dal dibattito che la precede.
- Kathy Schick e Nicholas Toth, Making Silent Stones Speak (1993) — scritto prima della scoperta di Lomekwi, mostra bene quale fosse il consenso («la pietra scheggiata comincia con Homo») che questa scoperta ha rimesso in discussione.