In breve
Nel novembre 1974, a Hadar, nella depressione dell’Afar in Etiopia, il paleoantropologo Donald Johanson e lo studente Tom Gray trovarono i resti di uno scheletro parziale, vissuto circa 3,2 milioni di anni fa. Lo chiamarono Lucy; in Etiopia è nota anche come Dinkinesh, «sei meravigliosa» in amarico. Apparteneva a una specie descritta nel 1978, Australopithecus afarensis, che camminava stabilmente su due gambe: lo mostrano il bacino e il ginocchio dello scheletro e, in modo ancora più diretto, le impronte fossili lasciate a Laetoli, in Tanzania, circa 3,66 milioni di anni fa. Aveva però un cervello grande quanto quello di uno scimpanzé e braccia lunghe da arrampicatore: la prova che si camminava eretti molto prima di avere un cervello grande.
Contesto
La Rift Valley etiope era, nel Pliocene, un mosaico di savana aperta e boschi ripari lungo fiumi e laghi stagionali, in un clima che andava progressivamente inaridendosi rispetto al Miocene precedente. La stessa attività tettonica che apriva la valle produceva anche le condizioni per la sua conservazione: i bacini sedimentari intrappolavano ossa e, soprattutto, strati di cenere vulcanica databili con precisione, cosa rara altrove in Africa. Era un ambiente instabile e mutevole, in cui la capacità di muoversi fra macchie di alberi separate da tratti aperti contava più della forza bruta o della velocità.
Quando Johanson trovò Lucy, la categoria tassonomica in cui la collocare esisteva già da mezzo secolo. Nel 1924 l’anatomista Raymond Dart aveva ricevuto da una cava di calcare a Taung, in Sudafrica, il cranio fossile di un individuo giovane, con un forame occipitale spostato in avanti — un indizio di postura eretta. Dart lo descrisse nel 1925 come Australopithecus africanus, «la scimmia meridionale dell’Africa», ma la comunità scientifica europea, allora convinta che il cervello grande fosse comparso prima della camminata eretta, accolse la proposta con scetticismo per decenni. Solo altri ritrovamenti sudafricani, a Sterkfontein e Makapansgat, e poi le scoperte in Africa orientale, restituirono credito a Dart. Il genere Australopithecus comprendeva già, quando Lucy venne alla luce, specie più antiche come Australopithecus anamensis, nota dal Kenya e vissuta fra circa 4,2 e 3,9 milioni di anni fa, e precedute a loro volta da Ardipithecus ramidus.
Svolgimento
Johanson e Gray individuarono i primi frammenti — un pezzo di gomito — il 24 novembre 1974, durante un rilevamento di routine nei sedimenti di Hadar. Nei giorni successivi la squadra recuperò circa il quaranta per cento dello scheletro di un solo individuo: crani frammentati, vertebre, costole, il bacino, il femore. Il nome Lucy venne scelto la sera stessa, al campo, ascoltando la canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds. Nel 1978 Johanson, insieme a Tim White e Yves Coppens, attribuì lo scheletro e altri reperti di Hadar e Laetoli a una nuova specie, Australopithecus afarensis.
L’anatomia di Lucy mostrava un mosaico di caratteri. Il bacino, corto e largo rispetto a quello di uno scimpanzé, e l’angolo del ginocchio, che portava le gambe a convergere sotto il baricentro invece che ai lati del corpo, indicavano una camminata bipede stabile e abituale. Il cranio, per quanto incompleto, restituiva una capacità cranica stimata fra 400 e 500 centimetri cubi: dimensioni da scimpanzé, non da essere umano. Le braccia erano proporzionalmente lunghe e le falangi delle dita, curve, suggerivano che l’arrampicata restasse parte del repertorio della specie, anche se non più il modo abituale di spostarsi.
La prova più diretta della camminata eretta non veniva però dallo scheletro, ma da un altro sito. Nel 1978 la squadra di Mary Leakey, al lavoro a Laetoli, in Tanzania, portò alla luce una pista di impronte lasciate da almeno due individui che avevano attraversato uno strato di cenere vulcanica ammorbidita dalla pioggia, poi indurita e sepolta. La cenere proveniva dal vulcano Sadiman e venne datata a circa 3,66 milioni di anni fa, quasi mezzo milione di anni prima di Lucy. Le impronte mostravano un alluce allineato con le altre dita, non divergente come nelle scimmie, e un arco plantare: la firma di un piede che funzionava come quello umano, non come una mano prensile.
Conseguenze
L’effetto immediato fu di rovesciare l’ordine in cui si immaginava fosse comparsa l’umanità. Per gran parte del primo Novecento si era assunto che un cervello grande fosse comparso prima, e che la camminata eretta fosse arrivata come conseguenza. Lucy e Laetoli insieme dimostrarono il contrario: la bipedia stabile precedette l’espansione del cervello di oltre due milioni di anni.
A più lungo termine, la scoperta aprì un’era di ricerche intense nella Rift Valley, che restituì un quadro molto più affollato di quanto si pensasse: più specie di Australopithecus, distribuite fra Africa orientale e meridionale in un arco di circa due milioni di anni, spesso contemporanee fra loro invece che disposte in fila su un’unica linea verso Homo. A Hadar stesso, nel 2000, il paleoantropologo etiope Zeresenay Alemseged portò alla luce lo scheletro di una bambina della stessa specie, vissuta circa 3,3 milioni di anni fa e soprannominata Selam: la conferma che i tratti di Lucy non erano un’anomalia individuale.
Nel frattempo altrove
- 1,8 MaFuori dall'Africa — Medio Oriente
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- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Il punto teorico centrale di questa voce è che la bipedia precedette il cervello grande, e le due linee di prova che lo sostengono sono di natura diversa. Lo scheletro di Lucy offre un’inferenza anatomica: bacino e ginocchio sono compatibili con la camminata eretta, ma restano un’interpretazione di ossa, soggetta a discussione su quanto quella camminata fosse efficiente o abituale rispetto a quella umana moderna. Le impronte di Laetoli sono invece una prova diretta e indipendente: non un’inferenza sulla forma delle ossa, ma la registrazione fisica di un gesto, il passo di un individuo vivente, fissata nella cenere. Che le due prove, ottenute con metodi diversi su siti diversi, convergano sulla stessa conclusione è ciò che rende solida l’affermazione.
Restano questioni aperte. Non è certo se tutti i fossili attribuiti ad Australopithecus afarensis appartengano a una sola specie molto variabile — con un dimorfismo sessuale marcato fra maschi e femmine di taglia molto diversa — o se il campione ne nasconda più di una. Non è certo neppure quanti individui abbiano lasciato le tracce di Laetoli, né se afarensis sia un antenato diretto del genere Homo o un ramo laterale: la scoperta a metà degli anni duemila di specie contemporanee, come Kenyanthropus platyops, ha reso l’albero genealogico di questo periodo più cespuglioso di quanto sembrasse negli anni Settanta.
Va detto anche che la ricerca su questi siti non è stata solo opera occidentale. I permessi di scavo, la custodia dei reperti e buona parte del lavoro sul campo a Hadar dipendono dalle autorità etiopi, e lo scheletro di Lucy è conservato al Museo Nazionale di Addis Abeba, non all’estero. Il ritrovamento di Selam, una delle scoperte più importanti dagli anni di Lucy, è opera di un paleoantropologo etiope. A Laetoli, il personale tanzaniano ha condotto gran parte del lavoro di scavo e conservazione delle impronte, oggi protette da una copertura per rallentarne il deterioramento.
Approfondimenti
- Donald Johanson e Maitland Edey, Lucy: The Beginnings of Humankind (1981) — il racconto di prima mano della scoperta, scritto dallo scopritore stesso subito dopo i fatti.
- Donald Johanson e Kate Wong, Lucy’s Legacy (2009) — riprende la storia trent’anni dopo, con il bilancio delle scoperte successive, da Selam a Kenyanthropus.
- Mary D. Leakey e J. M. Harris (a cura di), Laetoli: A Pliocene Site in Northern Tanzania (1987) — la pubblicazione scientifica del sito delle impronte, utile per capire quanto lavoro di scavo ci sia dietro poche righe di sintesi.
- Raymond Dart, Australopithecus africanus: The Man-Ape of South Africa (1925) — la fonte primaria da cui nasce il genere: vale la pena leggerla per vedere quanto scetticismo accolse una proposta che oggi sembra ovvia.