In breve
Nel bacino del lago Ciad, in Africa centrale, visse circa sette milioni di anni fa un primate identificato come Sahelanthropus tchadensis: uno dei candidati più antichi a rappresentare il punto in cui la linea umana si separò da quella degli scimpanzé. Il cranio quasi completo, soprannominato “Toumaï”, fu scoperto nel 2001 dalla missione paleoantropologica franco-ciadiana guidata da Michel Brunet e descritto l’anno seguente. La cresta sopraorbitaria marcata, i canini ridotti e soprattutto la posizione del forame magno furono letti dagli scopritori come indizi di una postura almeno in parte bipede. È una lettura tuttora contestata: per altri paleoantropologi, Toumaï resta una scimmia fossile, non un ominide.
Contesto
Sette milioni di anni fa il Sahara non aveva la forma attuale. La regione del Djurab, oggi un deserto di dune e ghiaia nel Ciad settentrionale, era allora un mosaico di ambienti: un grande lago, foreste-galleria lungo i corsi d’acqua, savane più aperte ai margini. Lo dimostrano gli oltre ottomila resti di vertebrati raccolti nello stesso giacimento dei fossili di Sahelanthropus: pesci, coccodrilli, tartarughe acquatiche, ippopotami ed elefanti del genere Anancus convivevano con antilopi, scimmie e roditori tipici di ambienti più secchi. Non era il deserto di oggi, ma nemmeno una foresta continua: era un paesaggio d’acqua e di savana insieme, alimentato da un sistema fluviale poi prosciugato.
Fino a quel ritrovamento, quasi tutti i fossili di ominidi più antichi provenivano dall’Africa orientale — Etiopia, Kenya, Tanzania — e su quella base l’antropologo francese Yves Coppens aveva proposto negli anni ottanta la sua “East Side Story”: la formazione della Rift Valley avrebbe diviso un’unica popolazione di primati in una parte orientale, spinta dalla savana verso la bipedia, e una occidentale rimasta nella foresta con gli antenati degli scimpanzé. Toros-Menalla si trova a oltre duemilacinquecento chilometri a ovest della Rift Valley, e la sua sola esistenza rese insostenibile quell’ipotesi nella forma in cui era stata formulata. Che l’Africa centrale fosse rimasta scarsamente esplorata fino agli anni novanta non era un caso legato alla sua storia: la ricerca del Novecento si era concentrata sulla Rift Valley, dove i livelli vulcanici conservano meglio i fossili e permettono datazioni dirette; il bacino del Ciad non offre le stesse condizioni geologiche, ed era stato battuto meno per logistica e finanziamenti, non perché avesse meno da offrire.
Svolgimento
La missione paleoantropologica franco-ciadiana, diretta da Michel Brunet dell’università di Poitiers e composta in buona parte da ricercatori ciadiani, lavorava dal 1994 nel deserto del Djurab. Il 19 luglio 2001, nel sito di Toros-Menalla, lo studente ciadiano Ahounta Djimdoumalbaye trovò un cranio quasi completo, insieme a frammenti di mandibola e alcuni denti. La squadra lo soprannominò “Toumaï”, espressione goran che significa pressappoco “speranza di vita” e che nella regione si dà tradizionalmente ai bambini nati alle soglie della stagione secca.
Brunet e i colleghi della missione pubblicarono la descrizione su Nature nel 2002, assegnando il fossile a una nuova specie, Sahelanthropus tchadensis. Il cranio, schiacciato e deformato dal peso dei sedimenti, fu ricostruito digitalmente prima di essere descritto: un’operazione che introduce essa stessa un margine di interpretazione, perché la posizione delle singole parti dipende in parte dalle scelte di chi la esegue. Il volume cranico stimato, fra 320 e 380 centimetri cubi, era vicino a quello di uno scimpanzé; la cresta sopraorbitaria era marcata come nei grandi scimmioni; ma i canini erano ridotti, e non si affilavano contro il primo premolare come nelle scimmie — un tratto che nella linea umana successiva sarebbe diventato la norma. Il dato più discusso era la posizione del forame magno, il foro alla base del cranio da cui esce il midollo spinale: negli scimpanzé è arretrato, perché la colonna si inserisce dietro un cranio proteso in avanti; in Toumaï appariva spostato in avanti, come se la testa si bilanciasse sopra una colonna vertebrale verticale, la configurazione tipica di chi cammina eretto.
Non essendoci nel giacimento livelli vulcanici databili con metodi radiometrici, l’età di circa sette milioni di anni fu stabilita per via indiretta, confrontando la fauna associata con quella di siti dell’Africa orientale datati con maggiore precisione: una biocronologia, non una misura diretta.
Nello stesso giacimento furono recuperate anche ossa postcraniche, fra cui un femore e due frammenti di avambraccio, attribuiti alla stessa specie sulla base della provenienza dallo stesso strato — non di un ritrovamento in connessione anatomica con il cranio. La loro analisi dettagliata arrivò solo nel 2022, quando un gruppo guidato da Franck Guy pubblicò uno studio sulla curvatura e sulla distribuzione dell’osso corticale del femore, presentato come prova a sostegno di una locomozione bipede.
Conseguenze
Nel breve periodo, la scoperta costrinse a ridiscutere che cosa renda un fossile un ominide invece che una scimmia fossile: fino ad allora il criterio implicito era l’evidenza diretta di bipedia nel bacino o negli arti, di cui Toumaï non disponeva al momento della pubblicazione. L’ipotesi della East Side Story perse credito come spiegazione geografica rigida, anche se l’idea che il clima e l’ambiente avessero guidato l’evoluzione della bipedia restò centrale negli studi successivi.
Nel lungo periodo, Sahelanthropus si affiancò ad altri due candidati alla base della linea umana scoperti negli stessi anni, Orrorin tugenensis in Kenya e Ardipithecus in Etiopia: il dibattito sull’origine della bipedia passò così da un singolo evento databile a un processo più lungo e meno lineare, con più specie di ominidi coesistenti e nessuna linea retta verso il genere Homo. La scoperta spostò anche l’attenzione della ricerca sul campo verso l’Africa centrale, una regione che il resto del Novecento aveva in gran parte trascurato.
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Come lo sappiamo
Il cuore della questione è se i tratti del cranio bastino a dichiarare bipede un primate di sette milioni di anni fa in assenza di uno scheletro completo. Michel Brunet e la sua équipe sostennero di sì: la posizione avanzata del forame magno, unita alla riduzione dei canini, bastava a loro giudizio a collocare Sahelanthropus alla base della linea umana, come ominide almeno parzialmente bipede.
Milford Wolpoff, insieme a Brigitte Senut e Martin Pickford, contestò questa lettura in una nota su Nature pubblicata lo stesso anno: a loro parere Toumaï era una scimmia fossile, più vicina ai gorilla che agli ominidi, e la ricostruzione digitale di un cranio schiacciato lasciava troppo margine per collocare il forame magno dove la conclusione voluta lo richiedeva. Il nome polemico che proposero, “Sahelpithecus”, non fu adottato dalla comunità scientifica, ma l’obiezione di metodo restò in piedi: un fossile deformato e ricostruito al computer non è la stessa cosa di un fossile trovato integro.
Lo studio del 2022 sul femore, guidato da Franck Guy, fu presentato come una conferma indipendente: la curvatura dell’osso e la distribuzione dello spessore corticale assomigliavano più a quelle di un bipede abituale che a quelle di un quadrupede che cammina sulle nocche. Ma anche questa prova ha un limite dichiarato dagli stessi autori: il femore non fu trovato in connessione anatomica con il cranio, e la sua attribuzione a Sahelanthropus si basa sulla provenienza dallo stesso giacimento, non su un collegamento diretto fra i due reperti. Il dibattito bipedia-sì/bipedia-no resta perciò genuinamente aperto: non per mancanza di dati, ma perché gli stessi dati morfologici sono compatibili con letture opposte, a seconda di quanto peso si dia alla deformazione post-fossile e all’incertezza sull’associazione fra i reperti.
Resta incerta anche la datazione assoluta, stabilita per via biocronologica in assenza di livelli vulcanici databili: le stime pubblicate vanno dai 6,8 ai 7,2 milioni di anni, e i sette milioni usati in questa scheda sono una convenzione arrotondata, non una misura di precisione. Per accordo con il governo del Ciad, il fossile rimase nel paese: oggi è conservato a N’Djamena. La scelta rese più lente le analisi indipendenti, ma lasciò il reperto nel luogo dove fu trovato.
Approfondimenti
- Michel Brunet e altri, A new hominid from the Upper Miocene of Chad, Central Africa (2002) — la pubblicazione originale su Nature, con la prima descrizione del cranio e l’attribuzione della specie.
- Milford Wolpoff e altri, Sahelanthropus or “Sahelpithecus”? (2002) — la principale controtesi pubblicata: utile per capire su cosa si basa esattamente lo scetticismo sulla bipedia, e non solo che esiste.
- Franck Guy e altri, Postcranial evidence of late Miocene hominin bipedalism in Chad (2022) — lo studio sul femore, vent’anni dopo il cranio: mostra come una singola scoperta possa restare aperta a lungo prima di una conferma solo parziale.