Salta al contenuto
Atlante della storia umana

OriginiOminidi africani

Ardipithecus ramidus

Un ominide di foresta, ancora arrampicatore ma con bacino adatto alla stazione eretta

millennio

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Ad Aramis, nella regione dell’Afar in Etiopia, un’équipe guidata dal paleoantropologo statunitense Tim White riportò alla luce, fra il 1994 e il 1995, uno scheletro parziale di ominide vissuto circa 4,4 milioni di anni fa. Lo chiamarono Ardipithecus ramidus, e al reperto principale diedero il soprannome di «Ardi». Viveva in un ambiente boschivo, non nella savana aperta che si immaginava un tempo come culla della bipedia: si arrampicava ancora bene, con un alluce opponibile, ma il bacino e la base del cranio mostravano una capacità già acquisita di camminare eretto, almeno in parte. I risultati, pubblicati solo nell’ottobre 2009 dopo oltre un decennio di preparazione dei reperti, misero in discussione l’idea che l’antenato comune con gli scimpanzé somigliasse a uno scimpanzé.

Contesto

Negli anni ottanta e novanta la ricostruzione dominante della bipedia umana era legata alla cosiddetta ipotesi della savana: il clima dell’Africa orientale si sarebbe fatto più secco, le foreste si sarebbero ritirate lasciando spazio a praterie aperte, e i progenitori umani avrebbero cominciato a camminare eretti per muoversi più efficacemente fra alberi radi o percorrere maggiori distanze in cerca di cibo. Il fossile più noto della linea umana arcaica, lo scheletro di Lucy (Australopithecus afarensis, circa 3,2 milioni di anni fa), era già bipede a pieno titolo e veniva letto in questa chiave.

La regione dell’Afar, nella bassa valle dell’Awash, custodiva però strati più antichi. Il progetto di ricerca Middle Awash, di cui Tim White era uno dei responsabili insieme al paleoantropologo etiope Berhane Asfaw e al geologo Giday WoldeGabriel, aveva già portato all’identificazione di un ominide ancora più arcaico nella stessa area, Ardipithecus kadabba, vissuto fra 5,8 e 5,2 milioni di anni fa. La geologia vulcanica dell’Afar permette di datare con precisione gli strati sedimentari attraverso le ceneri che li racchiudono, ed è per questo che la regione era diventata il terreno di ricerca privilegiato per chi cercava le fasi più antiche dell’evoluzione umana.

Svolgimento

Il primo indizio fu un dente trovato nel 1992 dal paleoantropologo giapponese Gen Suwa nei sedimenti di Aramis. Fra il 1994 e il 1995 il team recuperò un centinaio di frammenti appartenenti a un solo individuo — l’esemplare catalogato ARA-VP-6/500, diventato noto come «Ardi» — insieme a resti di una quarantina di altri individui. Nel 1994 White, Suwa e Asfaw pubblicarono su Nature la prima descrizione, chiamando la specie Australopithecus ramidus; l’anno dopo, con reperti aggiuntivi che ne mostravano i tratti più primitivi, la ridenominarono Ardipithecus ramidus, in un genere proprio.

Lo scheletro di Ardi era in condizioni pessime: le ossa, in particolare quelle del bacino, erano state schiacciate quasi piatte dal peso dei sedimenti e frantumate in centinaia di frammenti friabili, alcuni ancora incastrati nella matrice di roccia. White e i suoi collaboratori impiegarono oltre un decennio a ripulire, consolidare e ricostruire i reperti, prima fisicamente e poi con la tomografia computerizzata, prima di ritenerli pronti per la pubblicazione. I risultati completi uscirono nell’ottobre del 2009, in undici articoli riuniti in un numero speciale di Science.

La datazione, ottenuta con il metodo argon-argon sugli strati vulcanici che racchiudevano i fossili, fissava l’età a circa 4,4 milioni di anni. L’anatomia descritta mostrava un mosaico di tratti: canini ridotti e poco diversi fra maschi e femmine, molto lontani da quelli aguzzi e fortemente dimorfici degli scimpanzé; un cervello piccolo, di poco superiore ai 300 centimetri cubi; un piede con l’alluce ancora divaricato e opponibile, utile per afferrare i rami, ma con la parte laterale irrigidita in un modo che nell’uomo serve a spingere il corpo in avanti nel passo; un bacino con l’osso iliaco corto e allargato, una configurazione che nell’uomo permette l’equilibrio durante la camminata eretta, mentre la parte inferiore restava adatta alla forza necessaria per arrampicarsi. Le mani, inoltre, non mostravano gli adattamenti al camminare sulle nocche tipici di scimpanzé e gorilla: un dato che il team lesse come prova che quel comportamento non fosse la condizione di partenza della linea umana, ma un’evoluzione successiva e separata nella linea delle grandi scimmie africane.

Conseguenze

Nell’immediato, la scoperta costrinse a rivedere l’immagine dell’antenato comune fra la linea umana e quella degli scimpanzé: non un animale simile a uno scimpanzé attuale, come si era spesso assunto per comodità, ma qualcosa di diverso da entrambi i discendenti viventi. E tolse fondamento all’ipotesi della savana come motore della bipedia: l’ambiente di Aramis, ricostruito attraverso isotopi del carbonio, fitoliti, legni fossilizzati e la fauna associata, era un bosco chiuso o comunque un mosaico con ampie zone alberate, non una prateria aperta. La bipedia comparve, dunque, prima che la savana diventasse il paesaggio dominante dell’Africa orientale, per ragioni che restano da chiarire e che non sono necessariamente legate all’apertura del terreno.

Sul lungo periodo, Ardipithecus ramidus si affiancò ad altri due ominidi antichissimi scoperti nello stesso arco di anni — Sahelanthropus in Ciad, di circa sette milioni di anni fa, e Orrorin in Kenya, di circa sei — nel disegnare un quadro in cui i primi passi eretti avvennero in ambienti boscosi dell’Africa orientale e centrale, su un arco di tempo molto più lungo di quanto si pensasse negli anni ottanta. La ricerca successiva sui primi ominidi si orientò a partire da questo quadro, più che dall’ipotesi della savana.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Su Ardipithecus ramidus la discussione tecnica resta aperta su almeno tre punti, ed è utile distinguerli invece di appiattirli su un’unica narrazione.

Il primo riguarda l’ambiente. La lettura proposta dal team di White — un bosco, non una savana — si basa su un insieme convergente di prove: il rapporto fra isotopi del carbonio nei paleosuoli, che distingue la vegetazione a fotosintesi C3 (alberi e arbusti) da quella a C4 (erbe da prateria); i resti vegetali e la fauna associata, che include scimmie colobo legate alla foresta e una bassa proporzione di antilopi da prateria aperta. Questa ricostruzione, pubblicata dal geologo Giday WoldeGabriel e colleghi nello stesso numero speciale del 2009, è oggi la lettura più solida, ma richiede di accettare che la bipedia non nacque come risposta a un paesaggio aperto: un punto che riscrive un pezzo di senso comune più che aggiungere un dettaglio.

Il secondo, il più controverso, riguarda il bacino. Le ossa pelviche recuperate erano frammentarie e appiattite dalla compressione sedimentaria, e la ricostruzione pubblicata da White insieme a Owen Lovejoy, che ne curò l’analisi funzionale, è il risultato di un lavoro di restauro fisico e digitale durato anni. Alcuni ricercatori, fra cui Esteban Sarmiento, misero in dubbio che un reperto così frammentato potesse sostenere conclusioni tanto precise sul grado di bipedismo, sostenendo che il quadro presentato riflettesse in parte le aspettative di chi lo aveva ricomposto. Il team di White difese il metodo punto per punto; la questione, in assenza di un bacino meglio conservato di pari età, resta genuinamente aperta.

Il terzo riguarda il significato dei canini ridotti. Owen Lovejoy propose che la riduzione dei canini maschili e il basso dimorfismo sessuale segnalassero un cambiamento nel comportamento riproduttivo: meno aggressività fra maschi per l’accesso alle femmine, forse legata a una qualche forma di legame di coppia o di scambio di cibo in cambio di fedeltà, in un modello che collega l’origine della bipedia — utile a portare cibo con le mani libere — a un mutamento sociale più ampio. L’ipotesi è suggestiva ma difficile da verificare su basi solo scheletriche, e altri paleoantropologi fecero notare che una riduzione dei canini può derivare da pressioni selettive diverse, per esempio legate all’alimentazione, senza che sia necessario invocare un nuovo assetto sociale.

Resta infine aperta la collocazione di Ardipithecus ramidus nell’albero della linea umana: se sia un antenato diretto degli australopitechi, e quindi della linea che porta a Homo, oppure un ramo laterale poi estinto senza discendenza. Il reperto è troppo isolato, e lo scheletro troppo unico nel suo genere, perché la domanda abbia oggi una risposta univoca.

Approfondimenti

  • Tim D. White e altri, Ardipithecus ramidus and the Paleobiology of Early Hominids (Science, 2009) — la sintesi ufficiale del team che scavò e ricompose lo scheletro, reperto per reperto.
  • C. Owen Lovejoy, Reexamining Human Origins in Light of Ardipithecus ramidus (Science, 2009) — l’ipotesi sul comportamento sociale esposta da chi l’ha formulata, utile per giudicarne da sé la tenuta.
  • Tim D. White, Gen Suwa, Berhane Asfaw, Australopithecus ramidus, a new species of early hominid from Aramis, Ethiopia (Nature, 1994) — l’annuncio originale, prima della ridenominazione: mostra quanto cambiò l’interpretazione con l’arrivo di nuovi reperti.

Riferimenti

  • Tim D. White e altri, Ardipithecus ramidus and the Paleobiology of Early Hominids, 2009, Science
  • C. Owen Lovejoy, Reexamining Human Origins in Light of Ardipithecus ramidus, 2009, Science
  • Tim D. White e altri, Australopithecus ramidus, a new species of early hominid from Aramis, Ethiopia, 1994, Nature

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.