In breve
Ad Atapuerca, presso Burgos, in Spagna, un complesso di grotte e pozzi carsici conserva la testimonianza più antica di una presenza umana continuativa in Europa occidentale. Nel sito di Gran Dolina, a partire dal 1994, furono trovati resti di Homo antecessor, databili a circa 800.000-900.000 anni fa, alcuni con segni di macellazione che parte dei ricercatori interpreta come tracce di cannibalismo. Nel vicino pozzo di Sima de los Huesos si accumularono, circa 430.000 anni fa, i resti di almeno 28 individui di una popolazione pre-neandertaliana: la più grande collezione di fossili umani del Pleistocene medio conosciuta al mondo, e forse la più antica traccia di un comportamento rivolto ai morti. Conta perché sposta indietro di centinaia di migliaia di anni sia la cronologia dell’occupazione umana dell’Europa, sia quella di comportamenti che si pensava tipici solo di Homo sapiens.
Contesto
La Sierra de Atapuerca è un rilievo calcareo basso, a una decina di chilometri da Burgos, attraversato da una rete di grotte scavate dall’acqua nel corso di milioni di anni. Il carsismo — la dissoluzione della roccia calcarea che apre cavità, pozzi e gallerie — è la condizione geologica che rende il sito eccezionale: una grotta che si riempie lentamente di sedimenti, strato su strato, per centinaia di migliaia di anni, funziona come un archivio naturale che nessun altro tipo di terreno conserva altrettanto bene. Ossa, pollini, strumenti di pietra e persino cristalli vulcanici usati per datare finiscono sigillati in successione, e questo spiega perché da un unico luogo della Spagna settentrionale si sappia più sui primi europei che da intere regioni del continente: non perché lì sia successo tutto, ma perché lì tutto si è conservato.
Ottocentomila anni fa l’Europa occidentale era già raggiungibile da popolazioni umane arrivate dall’Africa attraverso il Levante, ma la sua occupazione stabile era tutt’altro che scontata: gli inverni erano più rigidi di quelli africani, la fauna da cacciare diversa, e la tecnologia disponibile — schegge di pietra semplici, prive ancora dei bifacciali acheuleani diffusi altrove — offriva pochi margini. Chi raggiunse Atapuerca in quel periodo trovò un paesaggio di boschi e praterie, ricco di cervidi e bisonti, e un accesso naturale alle grotte attraverso doline aperte in superficie.
Svolgimento
Le grotte di Atapuerca erano note da tempo per i fossili di animali del Pleistocene, ma la svolta arrivò nel 1994, quando la squadra guidata da José María Bermúdez de Castro, Juan Luis Arsuaga ed Eudald Carbonell raggiunse, nel sito di Gran Dolina, il livello stratigrafico chiamato TD6. Lì furono trovati resti di almeno sei individui — crani, mandibole, denti e ossa lunghe — insieme a strumenti litici e ossa animali. Nel 1997 il gruppo propose su Science che quei resti appartenessero a una specie non ancora descritta, Homo antecessor, databili a circa 800.000 anni fa in base al paleomagnetismo e alla biostratigrafia del livello. Fra le ossa umane di TD6 comparivano tagli e fratture compatibili con la macellazione: segni di scarnificazione con strumenti di pietra, sulle stesse ossa e con le stesse tecniche usate sui resti di cervo trovati nello stesso strato.
A poca distanza, nello stesso sistema carsico, si trova la Sima de los Huesos, “la fossa delle ossa”: un pozzo verticale profondo circa tredici metri, raggiungibile solo attraverso un percorso stretto e in forte pendenza, al termine del quale si apre un salto a picco. A partire dagli anni Ottanta, con scavi proseguiti per decenni sotto la direzione di Arsuaga, vi furono recuperati i resti di almeno 28 individui, uomini e donne, adulti e bambini, di una popolazione oggi attribuita a un antenato o parente stretto dei Neanderthal, databile con il metodo uranio-torio a circa 430.000 anni fa. Fra i reperti compare un cranio ricostruito quasi per intero, noto come “Miguelón”. Nessun altro sito al mondo ha restituito tanti individui della stessa popolazione e dello stesso periodo.
Il pozzo non presentava segni di trascinamento da parte di corsi d’acqua né ossa rosicchiate da carnivori in misura paragonabile a quanto atteso da una trappola naturale frequentata da animali; la quasi totalità dei resti era umana, non un campione misto di prede accumulate da un predatore. Fra i pochi oggetti non umani trovati nel pozzo vi era un’ascia bifacciale di quarzite rosata, soprannominata “Excalibur”, di fattura più accurata del necessario per un utensile da lavoro quotidiano.
Conseguenze
A breve termine, per l’archeologia degli anni Novanta, la scoperta di Homo antecessor spostò indietro di oltre trecentomila anni la data della prima occupazione stabile nota in Europa occidentale rispetto a quanto si riteneva in precedenza, e costrinse a rivedere gli schemi sulla diffusione del genere Homo fuori dall’Africa. A lungo termine, Atapuerca cambiò il modo di collocare l’Europa nella storia della specie: non più una periferia raggiunta tardi, ma una regione con una sua sequenza evolutiva locale, di cui la popolazione di Sima de los Huesos rappresenta una tappa verso i Neanderthal.
Sul piano interpretativo, se la lettura di un comportamento intenzionale verso i morti a Sima de los Huesos regge, la conseguenza è ancora più ampia: un’attenzione per i cadaveri dei membri del proprio gruppo comparirebbe centinaia di migliaia di anni prima delle sepolture certe attribuite a Neanderthal e Sapiens, in una specie umana diversa dalla nostra. Non si tratta di una sepoltura in senso stretto — non ci sono corredi né fosse scavate — ma di una possibile forma più elementare di distinzione fra i vivi e i morti del gruppo.
Nel frattempo altrove
- 2 MaHomo erectus — Africa
- 1,8 MaFuori dall'Africa — Medio Oriente
- 1,7 MaBifacciali acheuleani — Africa
- 780 kaHomo erectus in Asia orientale — Asia orientale
- 66.950 anni faArrivo in Australia — Oceania
- 21.000 a.C.Le impronte di White Sands — Americhe
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Le fonti sono quasi interamente materiali: la stratigrafia di Gran Dolina e della Sima, datata con paleomagnetismo, biostratigrafia della fauna associata e serie dell’uranio; i fossili umani stessi, migliaia di frammenti recuperati con scavi meticolosi durati decenni; gli strumenti litici, semplici a Gran Dolina, più elaborati nel livello di Sima de los Huesos. Non esistono fonti testuali, per ovvie ragioni di cronologia.
Restano due dibattiti aperti, ed entrambi restano genuinamente irrisolti.
Il primo riguarda i segni di macellazione su ossa umane di TD6. Bermúdez de Castro e i suoi colleghi li hanno interpretati come prova di cannibalismo, sostenendo — sulla base della posizione dei tagli, identica a quella usata sulle carcasse animali, e della ripetizione del fenomeno su più livelli dello stesso sito — che si trattasse di una pratica ricorrente, forse con una funzione insieme nutrizionale e territoriale: mangiare gli individui di un gruppo rivale come forma di eliminazione della concorrenza per le risorse, più che un atto occasionale di fame estrema. Altri ricercatori non escludono un cannibalismo di sopravvivenza, legato a singoli episodi di carestia, o osservano che il numero di ossa esaminate resta troppo piccolo per generalizzare su una funzione sociale stabile. Quale delle due letture sia corretta, o se coesistessero in momenti diversi, non è deciso.
Il secondo dibattito riguarda l’accumulo della Sima de los Huesos. Arsuaga e il suo gruppo sostengono che si tratti di una deposizione intenzionale dei cadaveri, sulla base dell’assenza di segni di trascinamento idrico o di masticazione da carnivori, della composizione quasi esclusivamente umana del deposito, e della presenza dell’ascia “Excalibur”, senza ragione pratica in fondo a un pozzo cieco. Altri studiosi obiettano che un pozzo verticale, buio e privo di uscita, può aver funzionato come trappola geologica anche per animali smarriti, e che l’assenza di segni di carnivori potrebbe riflettere solo il fatto che i grandi predatori non riuscivano a raggiungere il fondo, non un comportamento umano deliberato. Non esiste, allo stato delle conoscenze, un modo per dirimere la questione: nessuna analisi può distinguere con certezza un corpo deposto da uno caduto.
Approfondimenti
- José María Bermúdez de Castro e altri, A hominid from the Lower Pleistocene of Atapuerca, Spain (1997) — l’articolo che propose Homo antecessor, con la prima discussione dei segni di macellazione su ossa umane di TD6.
- Juan Luis Arsuaga, The Chosen Species (2006) — il racconto divulgativo degli scavi alla Sima de los Huesos scritto da chi li ha diretti, utile per capire come si è formata l’ipotesi della deposizione intenzionale.
- Juan Luis Arsuaga e altri, Three new human skulls from the Sima de los Huesos middle Pleistocene site in Sierra de Atapuerca, Spain (1993) — l’articolo su Nature che annuncia i primi tre crani recuperati dal pozzo, l’inizio della serie di scavi che ne ha fatto la più grande collezione di fossili umani del Pleistocene medio.