In breve
Nella penisola iberica meridionale, e in particolare a Gorham’s Cave, una grotta costiera della Rocca di Gibilterra, si trovano alcune delle testimonianze più tarde mai proposte per una presenza neandertaliana. Le datazioni al radiocarbonio pubblicate nel 2006 da un’équipe guidata da Clive Finlayson collocavano gli strati più recenti fra circa 28.000 e 24.000 anni fa, molte migliaia di anni dopo l’estinzione della specie nel resto d’Europa. Rianalisi radiocarboniche più caute, con protocolli di purificazione del collagene più severi, hanno rimesso in discussione quelle date e riportato la fine della specie a un intervallo più ristretto, intorno a 40.000 anni fa, lasciando Gibilterra come possibile ma contestata eccezione tardiva. Le cause dell’estinzione restano oggetto di un dibattito multifattoriale: nessuna, da sola, basta a spiegarla.
Contesto
L’anatomia, il comportamento e la storia più antica dei Neanderthal sono raccontati altrove in questo atlante; qui interessa solo la loro fase finale. Per gran parte della loro storia i Neanderthal occuparono l’Eurasia occidentale da soli. Questo cambiò a partire da circa 45.000 anni fa, quando gruppi di Homo sapiens, già insediati da tempo nel Levante, cominciarono a espandersi verso l’Europa portando con sé l’industria aurignaziana: per alcuni millenni le due specie condivisero, almeno in parte, lo stesso continente.
La penisola iberica meridionale occupava, in questo scenario, una posizione particolare: era una delle regioni più temperate d’Europa, riparata dal freddo più intenso delle fasi glaciali e affacciata su un litorale ricco di risorse marine — molluschi, pesce, foche — oltre che di selvaggina terrestre. Gibilterra, alla sua estremità meridionale, era un vicolo cieco geografico: oltre lo stretto, largo pochi chilometri, c’era l’Africa. Regioni più calde e ricche di risorse rispetto a un’Europa continentale in raffreddamento sono candidate plausibili a fare da rifugio per popolazioni in contrazione, un pattern osservato anche in altre specie animali dello stesso periodo.
Al tempo in cui Gorham’s Cave venne occupata l’ultima volta, la specie era già scomparsa o in forte calo in quasi tutto il resto del suo areale, mentre i sapiens erano ormai stabilmente presenti in gran parte del continente.
Svolgimento
Nel 2006 Clive Finlayson e i suoi collaboratori pubblicarono su Nature i risultati degli scavi condotti a Gorham’s Cave e nella vicina Vanguard Cave, due cavità costiere sul versante orientale della Rocca di Gibilterra. Negli strati superiori, associati a un’industria musteriana tipica dei Neanderthal — punte, raschiatoi, focolari, ossa di piccola selvaggina e specie marine — le datazioni al radiocarbonio diedero età comprese fra circa 28.000 e 24.000 anni fa: se corrette, migliaia di anni più tarde di qualunque altro sito neandertaliano noto, in un’epoca in cui i sapiens con cultura aurignaziana e poi gravettiana occupavano già gran parte del continente. Gli autori proposero Gibilterra come uno degli ultimi rifugi della specie.
La proposta ebbe grande risonanza, ma sollevò da subito dubbi tecnici. Il radiocarbonio, oltre le 30.000-40.000 anni, lavora vicino al limite della sua sensibilità: bastano tracce minime di carbonio moderno contaminante, introdotte durante lo scavo, per far apparire artificialmente giovane un reperto molto più antico. Nel 2013 un gruppo guidato da Rachel E. Wood sottopose materiale osseo di diversi siti iberici, incluso quello di Gorham’s Cave, a protocolli di pretrattamento più severi — fra cui la tecnica ABOx-SC, pensata per eliminare le tracce di contaminazione recente dal collagene — e ottenne età sistematicamente più antiche di quelle originarie, in diversi casi oltre il limite utile del metodo. La conclusione fu cauta: le date tarde della transizione musteriano-aurignaziana in Iberia meridionale erano, con ogni probabilità, in parte un artefatto di misura, e la fine reale della presenza neandertaliana nella regione era più vicina a quella del resto d’Europa, intorno a 40.000-37.000 anni fa.
Conseguenze
Nel breve periodo, la scomparsa degli ultimi gruppi neandertaliani nella penisola iberica meridionale — quale che sia la data esatta a cui farla risalire — lasciò l’Homo sapiens come unica specie umana in tutta l’Eurasia occidentale, una situazione mai verificatasi prima nella storia del continente. In nessun sito noto la sostituzione appare un evento improvviso: dove le due popolazioni si possono confrontare stratigraficamente, l’alternanza fra industrie musteriane e aurignaziane risulta graduale.
Nel lungo periodo, la conseguenza più rilevante non è un’estinzione totale ma un assorbimento parziale. Gli incroci fra sapiens e Neanderthal, avvenuti soprattutto nel Levante e nei primi secoli della coabitazione eurasiatica — argomento trattato altrove in questo atlante — lasciarono una traccia genetica che persiste ancora oggi in miliardi di persone di origine non africana. In questo senso i Neanderthal non scomparvero senza lasciare traccia: la loro linea evolutiva distinta si esaurì, ma una parte del loro genoma continua a esistere, diluita, in popolazioni umane viventi.
Sul piano storiografico, la revisione delle date di Gibilterra ridusse la finestra in cui si può dimostrare con certezza una convivenza diretta fra le due specie in una singola regione, e con essa la possibilità di misurare quanto quella convivenza, e non altri fattori, abbia contribuito all’estinzione.
Nel frattempo altrove
- 71.950 anni faLa grande espansione — Africa
- 40.000 a.C.Pitture rupestri a Sulawesi — Asia orientale
- 28.000 a.C.L'arte rupestre australiana — Oceania
- 21.000 a.C.Le impronte di White Sands — Americhe
- 20.000 a.C.La ceramica più antica — Asia orientale
- 14.000 a.C.I Natufiani — Medio Oriente
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Su questa voce convergono due dibattiti distinti, ed è un errore trattarli come uno solo.
Il primo riguarda la cronologia di Gibilterra. Lo studio di Finlayson del 2006 restava, nella lettura dei suoi autori, una proposta solida; le rianalisi successive — in primis quella di Wood e colleghi del 2013, ma non l’unica — hanno messo in discussione l’affidabilità tecnica di quelle misure vicino al limite del radiocarbonio, senza negare che un rifugio tardo fosse possibile in linea di principio. Il risultato, oggi, non è un consenso ma una correzione al ribasso: la lettura prevalente colloca la fine della presenza neandertaliana in quasi tutta l’Eurasia intorno a 40.000 anni fa, con Gibilterra ridotta da eccezione clamorosa a caso contestato, né confermato né del tutto escluso. Questa scheda usa -30.000 come convenzione centrata sulle prime stime di Gorham’s Cave, e lo yearPrecision dichiara lo stato della questione: contestato, non stabilito.
Il secondo dibattito riguarda le cause, e qui la tentazione da evitare è sceglierne una sola. Sono state proposte almeno quattro spiegazioni, non reciprocamente esclusive. La competizione diretta con i sapiens per le stesse risorse di caccia è la più intuitiva, ma da sola non spiega tempi così lunghi e diseguali da regione a regione. La demografia strutturale è un secondo fattore: gli studi sul genoma neandertaliano indicano popolazioni sempre piccole e frammentate, con diversità genetica più bassa di quella dei sapiens coevi — un dato sulle dimensioni della popolazione, non un giudizio di valore sulla specie. Una popolazione piccola è più vulnerabile a shock casuali, malattie o cattive stagioni di caccia, indipendentemente da quanto siano capaci i suoi individui: leggere l’estinzione come la sconfitta di una specie “inferiore” da parte di una “superiore” è un’interpretazione darwiniana semplicistica che questa scheda respinge esplicitamente. Il terzo fattore è il clima: la fine del Pleistocene fu punteggiata da bruschi raffreddamenti che compressero ulteriormente le risorse mentre la popolazione neandertaliana era già fragile. Il quarto è l’incrocio con i sapiens, che assorbì parte della popolazione neandertaliana anziché sostituirla per semplice competizione: non tutte le linee genetiche si estinsero, alcune confluirono in quella sapiens in espansione.
Ridurre l’estinzione a una sola di queste quattro cause sarebbe scorretto: la lettura più diffusa le considera concorrenti e probabilmente cumulative, non alternative fra cui scegliere. Le fonti sono quasi interamente materiali — stratigrafia, industria litica, datazioni al radiocarbonio e, più di recente, il DNA antico — perché non esistono testi scritti per nessuna delle due specie in questo periodo.
Approfondimenti
- Clive Finlayson e altri, Late survival of Neanderthals at the southernmost extreme of Europe (2006) — lo studio che ha proposto Gibilterra come ultimo rifugio della specie, punto di partenza obbligato del dibattito.
- Rachel E. Wood e altri, Radiocarbon dating casts doubt on the late chronology of the Middle to Upper Palaeolithic transition in southern Iberia (2013) — la rianalisi tecnica che ha ridimensionato le date del 2006, utile per capire i limiti reali del metodo del radiocarbonio su questa scala temporale.
- Clive Finlayson, The Humans Who Went Extinct (2009) — la sintesi dello stesso autore sulle cause multifattoriali dell’estinzione, scritta prima delle rianalisi del 2013 e quindi ancora fiduciosa nelle date tarde di Gibilterra.
- Chris Stringer, Lone Survivors (2012) — una lettura più cauta e meno legata al sito che ha proposto le date contestate, utile per un punto di vista distante dal dibattito specifico su Gibilterra.