Salta al contenuto
Atlante della storia umana

OriginiSapiens e simboli

Homo sapiens

A Jebel Irhoud, in Marocco, compaiono i tratti anatomici moderni

millennio

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Nel 2017 un’équipe guidata da Jean-Jacques Hublin ripubblicò su Nature la datazione di fossili umani noti dagli anni sessanta a Jebel Irhoud, in Marocco: dai circa 40.000 anni stimati in precedenza a circa 300.000, misurati con la termoluminescenza sugli strumenti litici trovati accanto alle ossa. La nuova data spostò indietro di oltre centomila anni l’origine nota di Homo sapiens e, soprattutto, ne spostò il luogo: non più, o non solo, l’Africa orientale, ma l’intero continente, dove popolazioni disperse si scambiarono geni per centinaia di migliaia di anni. I crani di Jebel Irhoud mostravano inoltre un mosaico anatomico: una faccia già simile alla nostra, ma una scatola cranica ancora allungata e arcaica. La scoperta apre, in questo atlante, il periodo che va da 300.000 a 45.000 anni fa.

Contesto

Prima del 2017 il modello prevalente era quello di un’unica culla, in Africa orientale. Vi si appoggiavano fossili solidi: a Omo Kibish, lungo il fiume omonimo nell’Etiopia meridionale, un cranio scoperto nel 1967 era stato datato nel 2005 a circa 195.000 anni; a Herto, nell’Afar, altri fossili descritti nel 2003 risalivano a circa 160.000 anni. Date ottenute su strati vulcanici databili con precisione, che per decenni avevano fissato l’idea che la specie fosse comparsa lì, in una porzione ristretta della Rift Valley, e da lì si fosse poi diffusa.

I fossili di Jebel Irhoud raccontavano una storia diversa, ma restarono ai margini di questa narrazione per quasi mezzo secolo. Il sito, una cava di barite a un centinaio di chilometri a ovest di Marrakech, aveva restituito i primi resti umani nel 1961, durante i lavori di estrazione: un cranio quasi completo, poi altri resti, fra cui una mandibola. Anatomicamente parevano già vicini a Homo sapiens, ma la loro età era stimata su basi fragili, e le stime oscillavano fra 40.000 e 190.000 anni a seconda dello studio. Per lungo tempo furono interpretati come una popolazione arcaica marginale, forse imparentata con i Neanderthal nordafricani: un’ipotesi che rifletteva quanto fosse radicata la convinzione che l’origine «vera» della specie andasse cercata a est.

Il Marocco di 300.000 anni fa non era il deserto di oggi. L’orbita terrestre attraversava fasi periodiche in cui il monsone africano si spingeva più a nord: il Sahara si copriva di laghi, fiumi stagionali e savana, e collegava temporaneamente le regioni subsahariane al Maghreb. Jebel Irhoud si trovava in una savana aperta, con antilopi, gazzelle e zebre nello stesso strato dei fossili umani: non un rifugio isolato nella sabbia, ma un nodo in un continente che in quelle fasi umide si poteva attraversare.

Svolgimento

Fra il 2004 e il 2011 Jean-Jacques Hublin tornò a scavare a Jebel Irhoud insieme ad Abdelouahed Ben-Ncer e altri colleghi. Il nuovo scavo portò alla luce ulteriori resti, fra cui un neurocranio quasi completo e una mandibola giovanile, insieme a un’industria litica del Middle Stone Age, con manufatti Levallois e focolari usati anche per riscaldare la selce.

Fu proprio la selce bruciata a rendere possibile la nuova data. Daniel Richter e colleghi applicarono la termoluminescenza, che misura l’energia accumulata in un cristallo dall’ultima volta in cui fu riscaldato: più tempo era passato, più segnale si era accumulato. Datarono così gli strumenti a 315.000 anni, con un margine di incertezza di circa 34.000; una datazione indipendente per risonanza di spin elettronico sui denti della fauna associata diede risultati coerenti. Nel giugno del 2017 i due gruppi pubblicarono su Nature due articoli gemelli, sui fossili e sulla datazione.

L’anatomia era il punto più interessante. La faccia era piccola, arretrata sotto il neurocranio, con zigomi gracili: tratti poco distinguibili da quelli di un essere umano di oggi. Ma la scatola cranica restava allungata e bassa, con un profilo arcaico più vicino a Homo erectus che ai sapiens successivi, la cui volta è più alta e globulare. Il volume cerebrale rientrava nell’intervallo moderno, ma la sua forma no: segno che l’evoluzione della forma del cervello proseguì per altre centinaia di migliaia di anni dopo che il volto aveva già un aspetto moderno.

Conseguenze

Nel breve periodo la scoperta costrinse a riscrivere i manuali. Se i fossili di Jebel Irhoud avevano 300.000 anni ed erano già riconoscibili come Homo sapiens, l’origine della specie andava anticipata di oltre centomila anni, e non poteva più essere ancorata a un solo luogo.

Nel lungo periodo cambiò il modello stesso. Hublin e colleghi proposero un’origine pan-africana: non un singolo «giardino dell’Eden» nell’Africa orientale, da cui i sapiens si sarebbero poi irradiati, ma una specie che prese forma in una rete di popolazioni disperse su tutto il continente — dal Maghreb al Corno d’Africa, fino all’Africa australe — che per centinaia di migliaia di anni si scambiarono geni a ritmo lento e discontinuo, senza mai costituire gruppi del tutto isolati. Gli studi genetici sulle popolazioni africane attuali restano coerenti con questo quadro di profondità distribuita, non concentrata in un solo ceppo fondatore.

Un effetto più indiretto riguarda come si legge il resto della preistoria africana: l’idea di una rete interconnessa, anziché di un unico centro irradiante, divenne il riferimento anche per la successiva diffusione fuori dal continente e per la comparsa di comportamenti simbolici, raccontata nelle voci successive di questo periodo.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le prove sono quasi interamente materiali: i fossili stessi, l’industria litica associata, le tecniche di datazione applicate ai sedimenti e agli strumenti riscaldati. Non esistono fonti scritte, e l’unica «storiografia» da valutare è quella della ricerca scientifica.

Il punto teorico centrale, ed è la ragione per cui questa voce conta, è lo scarto fra due modelli. Quello più vecchio collocava l’origine di Homo sapiens in un’unica regione, l’Africa orientale, culla isolata da cui la specie si sarebbe poi diffusa: ragionevole finché i fossili meglio datati venivano tutti da lì. Il lavoro di Hublin e colleghi non si limitò a spostare una data: propose che il processo fosse pan-africano, con flussi genici intermittenti fra popolazioni separate da distanza e da clima, riavvicinate nelle fasi umide in cui il Sahara si apriva. È la lettura oggi prevalente, anche se il grado di connessione fra le regioni resta materia di stima più che di certezza.

Va detto con altrettanta chiarezza che questa rilettura arrivò tardi, e non per mancanza di prove: i fossili di Jebel Irhoud erano noti dal 1961, ben prima di quelli di Omo Kibish. Per quasi mezzo secolo furono liquidati come una popolazione periferica, forse ibrida, forse troppo giovane per contare — un’interpretazione che dice più su chi guardava quei fossili che sui fossili stessi: la convinzione che l’Africa orientale fosse l’unico centro possibile li rese difficili da collocare, finché non vennero applicati loro gli stessi metodi già usati sui siti etiopi. Il pregiudizio non era verso l’Africa nel suo insieme, ma dentro l’Africa, a scapito di una regione rispetto a un’altra, e per quarant’anni ha rallentato l’interpretazione di prove già nelle mani dei ricercatori.

Resta discusso, ed è forse una domanda mal posta più che una lacuna colmabile, dove tracciare la soglia fra «non ancora sapiens» e «già sapiens». Il mosaico anatomico di Jebel Irhoud — faccia moderna su scatola cranica arcaica — mostra che i tratti che associamo alla nostra specie non comparvero insieme, ma in tempi diversi e forse in popolazioni diverse. Chiedersi «quando comincia Homo sapiens» significa scegliere quale tratto, fra tanti accumulati in sequenza, usare come spartiacque: convenzione utile per scrivere una voce di atlante, non un confine che la natura abbia tracciato da sé. Anche le date restano mobili: la stessa Omo Kibish, ridatata nel 2022 da Céline Vidal e colleghi su uno strato di cenere vulcanica individuato più in alto nella sequenza, risulta oggi vecchia di circa 233.000 anni e non più di 195.000 — un promemoria che pure le date consolidate sono provvisorie quanto i metodi che le producono.

Approfondimenti

  • Jean-Jacques Hublin e altri, «New fossils from Jebel Irhoud, Morocco and the pan-African origin of Homo sapiens» (2017) — l’articolo originale, con la descrizione anatomica che ha riaperto la domanda.
  • Daniel Richter e altri, l’articolo gemello sulla datazione (2017) — perché quella data regge: il metodo, passo per passo.
  • Chris Stringer, Lone Survivors: How We Came to Be the Only Humans on Earth (2012) — scritto prima della rivalutazione, espone bene il vecchio modello dell’Africa orientale: la lettura opposta a quella qui adottata.
  • Céline Vidal e altri, sulla nuova datazione di Omo Kibish (2022) — anche il fossile-simbolo del vecchio modello ha cambiato età: la cronologia resta in movimento.

Riferimenti

  • Jean-Jacques Hublin e altri, New fossils from Jebel Irhoud, Morocco and the pan-African origin of Homo sapiens, 2017, Nature
  • Daniel Richter e altri, The age of the hominin fossils from Jebel Irhoud, Morocco, and the origins of the Middle Stone Age, 2017, Nature
  • Ian McDougall e altri, Stratigraphic placement and age of modern humans from Kibish, Ethiopia, 2005, Nature
  • Céline Vidal e altri, Age of the oldest known Homo sapiens from eastern Africa, 2022, Nature

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.