In breve
Nel 1994, in una gola dell’Ardèche nella Francia meridionale, tre speleologi — Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire — trovarono un varco sigillato da millenni e, dietro, oltre mille rappresentazioni di animali dipinte e incise sulle pareti. Le datazioni al radiocarbonio più citate collocano gran parte di queste pitture fra circa 37.000 e 33.500 anni fa, il che le renderebbe più antiche di Lascaux di quindici-diciottomila anni: una cronologia contestata, discussa più oltre. Contava, e conta, perché mostrava leoni, rinoceronti, orsi e iene — animali pericolosi, raramente raffigurati altrove — resi con sfumature, prospettiva e resa del movimento, tecniche che si pensava comparissero solo in fasi molto più tarde dell’arte paleolitica. La frana che chiuse l’accesso circa 21.000 anni fa preservò la grotta intatta fino alla riscoperta, senza le tracce di frequentazioni successive che complicano la lettura di altri siti.
Contesto
Trentasettemila anni fa l’Europa attraversava una fase fredda, ma non al suo apice: il massimo glaciale sarebbe arrivato solo quindicimila anni più tardi. L’Ardèche, nella Francia meridionale, era un altopiano calcareo inciso da gole profonde, una delle quali dominata da un grande arco naturale di roccia, il Pont d’Arc, che dà oggi il nome completo al sito. Vi circolava la fauna della steppa fredda pleistocenica — mammut, rinoceronti lanosi, bisonti, cavalli selvatici — insieme a predatori come il leone e l’orso delle caverne, quest’ultimo abbastanza comune da lasciare nella grotta centinaia di ossa e segni di artigli sulle pareti.
Chi dipinse Chauvet apparteneva a gruppi aurignaziani, la prima industria attribuita con sicurezza a Homo sapiens in Europa. Ma la capacità di produrre segni simbolici non nacque con loro, né in Europa: reperti della grotta di Blombos, in Sudafrica, mostrano ocra incisa e conchiglie forate di settantamila-centomila anni prima. Chi raggiunse l’Europa glaciale portava con sé una tradizione simbolica già lunga: Chauvet non è un punto di partenza, è una delle sue espressioni meglio conservate in questa parte del mondo.
Svolgimento
Il 18 dicembre 1994 Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire, seguendo una corrente d’aria in una falesia dell’Ardèche, allargarono un passaggio ostruito da detriti e scesero in una cavità che nessuno vedeva da millenni. Le pareti erano coperte di pitture e incisioni: oltre mille rappresentazioni, in gran parte animali, distribuite su più sale lungo circa cinquecento metri di sviluppo.
A differenza della maggior parte delle grotte dipinte europee, dove prevalgono cavalli e bisonti, a Chauvet dominavano specie pericolose e raramente raffigurate altrove: leoni delle caverne (più di settanta), rinoceronti lanosi, orsi delle caverne, iene, mammut. Nella Salle du Fond, la sala più interna, un pannello mostrava un gruppo di leoni che sembrava rincorrere una mandria di bisonti, con le teste sovrapposte e leggermente sfalsate a suggerire il movimento — una tecnica accostata da alcuni studiosi ai fotogrammi di un’animazione. Le tecniche erano già sofisticate: il carbone usato come pigmento veniva sfumato sfregandolo con le dita, ottenendo gradazioni di grigio e un effetto di volume; le pareti venivano raschiate e levigate per eliminare la patina calcarea; alcune figure erano precedute da un’incisione preparatoria, ripresa poi a pigmento; gli artisti usavano la prospettiva — zampe e corna in scorcio — e la sovrapposizione dei corpi per rendere la profondità di una mandria.
Le analisi individuarono due fasi di frequentazione: una più antica, aurignaziana, a cui è attribuita la maggior parte delle pitture, datata fra circa 37.000 e 33.500 anni fa; una più recente, gravettiana, intorno a 26.000 anni fa, che lasciò impronte, focolari e tracce di torce, ma pochissima pittura nuova. Dopo quella seconda fase una frana chiuse l’accesso, in una data intorno a 21.000 anni fa: da allora la grotta restò sigillata, con l’aria immobile e nessun accesso di animali o persone, fino alla riscoperta del 1994.
Per la fragilità delle pitture e del suolo, coperto da ossa d’orso e impronte rimaste intatte per ventimila anni, la grotta non è mai stata aperta al pubblico. Una replica a grandezza naturale, la Caverne du Pont-d’Arc, è aperta al pubblico dal 2015.
Conseguenze
A breve termine la scoperta costrinse a rivedere un’idea diffusa, quella di un’arte parietale lineare, partita da tracciati semplici e approdata solo più tardi, con Lascaux e Altamira, alle grandi composizioni con sfumature e movimento. Chauvet, più antica di Lascaux di quindici-diciottomila anni, mostrava già sfumatura, prospettiva e resa del movimento: la sofisticazione tecnica non era il punto d’arrivo di un’evoluzione stilistica, ma una capacità presente fin dalle origini note dell’arte parietale europea. Le differenze fra le due grotte non sono quindi di “livello” ma di scelta di soggetto — Chauvet privilegia animali pericolosi raramente raffigurati altrove, Lascaux e Altamira i grandi erbivori più comuni nell’iconografia successiva —: due fasi di una stessa tradizione, non un prima rozzo e un dopo maturo.
A lungo termine, se le abilità tecniche più notevoli comparivano già 37.000 anni fa, l’origine del comportamento simbolico va cercata più indietro nel tempo e altrove nello spazio, come mostrano i reperti di Blombos, in Sudafrica, di decine di migliaia di anni precedenti. Chauvet non segna l’inizio dell’arte umana, ma la continuazione, in un nuovo territorio e con nuovi soggetti, di una tradizione simbolica già radicata altrove. Fu dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2014; la sua conservazione, finora rigorosamente chiusa al pubblico, è un modello discusso per la gestione di siti troppo fragili per sostenere visite dirette.
Nel frattempo altrove
- 71.950 anni faLa grande espansione — Africa
- 66.950 anni faArrivo in Australia — Oceania
- 40.000 a.C.Pitture rupestri a Sulawesi — Asia orientale
- 28.000 a.C.L'arte rupestre australiana — Oceania
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- 14.000 a.C.I Natufiani — Medio Oriente
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
Come lo sappiamo
La cronologia di Chauvet è il punto più discusso di questa scheda, ed è per questo che la precisione qui dichiarata è “contestato”. Le prime datazioni al radiocarbonio su campioni di carbone prelevati direttamente dai tratti di pittura furono pubblicate nel 1995 e ampliate nel 2001 da un’équipe guidata da Hélène Valladas e Jean Clottes: i risultati collocavano gran parte delle pitture fra circa 37.000 e 33.500 anni fa — date sorprendenti, perché lo stile appariva più vicino a quello di siti molto più tardi, gravettiani o magdaleniani, che non a quello, generalmente più schematico, di altre grotte aurignaziane coeve.
Proprio questa sofisticazione alimentò un dibattito acceso. Un gruppo di ricercatori, fra cui Jean Combier, sostenne che le datazioni fossero inaffidabili — per contaminazione dei campioni, o per un effetto di “vecchio carbonio” dovuto alla combustione di legno antico — e che lo stile fosse incompatibile con un’epoca così remota: a loro parere Chauvet apparteneva più plausibilmente al Gravettiano, fra circa 27.000 e 25.000 anni fa, quando quella sofisticazione risultava meno anomala. La tesi si fondava soprattutto su un argomento stilistico — quello stile sembrava troppo avanzato per essere così antico — più che su nuove datazioni dirette.
Le analisi successive hanno sostanzialmente confermato la cronologia antica, anche se il dibattito non si è chiuso del tutto. Un programma più esteso, pubblicato nel 2016 da Anita Quiles e collaboratori — oltre 350 datazioni al radiocarbonio, incrociate con la stratigrafia e con i segni di frequentazione degli orsi delle caverne — confermò le due fasi, aurignaziana e gravettiana, e mostrò che la frana avvenne circa 21.000 anni fa, troppo presto perché gruppi gravettiani più tardi potessero avere dipinto le pareti più antiche. Restano margini d’incertezza su quali pannelli appartengano a quale fase, ma quel quadro è oggi la lettura prevalente.
Il motivo per cui questo dibattito conta va oltre la data in sé: se Combier avesse avuto ragione, Chauvet si inserirebbe in una progressione stilistica lineare, dal semplice al complesso, coerente con l’idea secondo cui l’arte paleolitica europea sarebbe maturata gradualmente. La conferma della cronologia antica ha invece smentito quell’idea: la sofisticazione tecnica era già disponibile alle origini note dell’arte parietale europea, e l’evoluzione dello stile paleolitico non fu una linea retta “da rozzo a raffinato”, ma un insieme di tradizioni parallele, non necessariamente progressive.
Resta un limite generale: l’intera documentazione su Chauvet proviene da un solo sito, sigillato e per questo eccezionalmente ben conservato. Non è possibile stabilire se la sua sofisticazione fosse un caso isolato o una condizione diffusa fra i gruppi aurignaziani della regione, di cui la maggior parte delle tracce non è sopravvissuta altrettanto bene.
Approfondimenti
- Jean Clottes (a cura di), Chauvet Cave: The Art of Earliest Times (2003) — la monografia del team che scavò e studiò la grotta, con la descrizione tecnica dei pannelli e delle tecniche pittoriche.
- Hélène Valladas e altri, “Evolution of Prehistoric Cave Art” (2001) — l’articolo che stabilì la cronologia radiocarbonica più citata, al centro del dibattito raccontato sopra.
- Anita Quiles e altri, “A High-Precision Chronological Model for the Decorated Upper Paleolithic Cave of Chauvet-Pont d’Arc” (2016) — il programma di datazioni più esteso, che ha sostanzialmente confermato la cronologia contestata.