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Atlante della storia umana

Basso medioevoL'età mongola

Majapahit

Un impero marittimo che tiene insieme l'arcipelago indonesiano

esatto

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Nel 1293, sulle rovine di uno scontro fra un regno giavanese e una flotta mandata da Kublai Khan, Raden Wijaya fondò Majapahit: un impero marittimo con centro nella valle del fiume Brantas, a Giava orientale. Nel giro di due generazioni, sotto il re Hayam Wuruk e il suo primo ministro Gajah Mada, la sua influenza — diretta, tributaria o commerciale a seconda dei luoghi — arrivò a coprire gran parte dell’arcipelago indonesiano attuale, con propaggini rivendicate fino alla penisola malese e alle Filippine meridionali. Conta perché fu, insieme a Srivijaya prima di lui, il tentativo più riuscito di dare un centro politico a un mondo fatto d’acqua e di isole; e perché la sua estensione reale resta, ancora oggi, oggetto di discussione fra gli storici.

Contesto

Giava orientale aveva una risorsa che quasi nessun’altra isola dell’arcipelago possedeva nella stessa misura: la valle del Brantas, un fiume che scende dai vulcani dell’interno e deposita suoli fertili lungo il suo corso, capace di sostenere una risicoltura intensiva e una popolazione densa. Senza un surplus di riso da tassare e da vendere ai mercanti di passaggio, nessuna corte giavanese avrebbe potuto armare flotte o mantenere una burocrazia.

Sul mare, la posizione dell’isola era altrettanto favorevole: stava sulla rotta che collegava lo stretto di Malacca, dominato per secoli da Srivijaya, alle Molucche, da cui venivano i chiodi di garofano e la noce moscata, e da lì alla Cina. Quando Srivijaya perse forza fra XI e XIII secolo, si aprì uno spazio politico che nessuna singola potenza aveva ancora occupato in modo stabile.

A colmarlo ci provò, alla fine del Duecento, il regno di Singhasari, nell’entroterra di Giava orientale. Il suo ultimo sovrano, Kertanegara, estese l’influenza giavanese su Bali, parte di Sumatra e la penisola malese, e cercò anche il riconoscimento delle potenze continentali. Fu un calcolo che gli si ritorse contro: nel 1289 rifiutò di sottomettersi come vassallo all’imperatore Kublai Khan, al vertice della dinastia Yuan in Cina, e fece marchiare il volto dell’inviato mongolo che gli portava la richiesta — un’offesa che, nel protocollo diplomatico mongolo, garantiva una rappresaglia militare.

Svolgimento

Kublai Khan impiegò tre anni a organizzare la risposta: una flotta partita da Quanzhou nel 1292, con circa un migliaio di navi e alcune decine di migliaia di uomini secondo le cronache cinesi, incaricata di punire Kertanegara. Ma quando arrivò a Giava, all’inizio del 1293, Kertanegara era già morto: nel 1292 Jayakatwang, signore vassallo di Kediri, si era ribellato e lo aveva ucciso, prendendo il controllo di Singhasari.

Il genero di Kertanegara, Raden Wijaya, era sopravvissuto sottomettendosi formalmente a Jayakatwang, che gli aveva concesso in cambio un lembo di foresta lungo il Brantas, presso il villaggio di Tarik. Lì, secondo la tradizione, i coloni assaggiarono il frutto amaro del maja che cresceva sul posto, e da quell’amarezza — pahit — il nuovo insediamento prese il nome di Majapahit.

Quando la flotta mongola sbarcò, Raden Wijaya colse l’occasione che Jayakatwang non gli aveva lasciato per vie proprie: si presentò agli invasori come alleato desideroso di sottomettersi, e li guidò contro Kediri, che cadde nella primavera del 1293. Ottenuta così la vittoria sul suo rivale locale, Raden Wijaya si voltò contro gli stessi mongoli: colse di sorpresa i loro reparti, sfruttando il fatto che la flotta doveva ripartire entro una finestra di monsoni favorevoli per non restare bloccata lontano da casa. Il ritiro fu precipitoso e costoso: le cronache cinesi parlano di migliaia di morti nella marcia verso le navi.

Con Kediri sconfitta e i mongoli in mare aperto, Raden Wijaya si incoronò re con il nome di Kertarajasa Jayawardhana, fondando Majapahit proprio dove sorgeva l’insediamento nato dalla concessione di Jayakatwang — oggi il sito archeologico di Trowulan.

L’apogeo arrivò due generazioni dopo. Sotto la reggente Tribhuwana, negli anni Trenta del Trecento, emerse Gajah Mada, che divenne patih, primo ministro, e pronunciò il giuramento noto come Sumpah Palapa: non avrebbe conosciuto riposo — palapa — finché non avesse portato sotto l’influenza di Majapahit l’intero Nusantara, l’arcipelago, elencando per nome regioni da Sumatra a Bali, dalla penisola malese a Tumasik, l’insediamento che diventerà Singapore. Sotto il re Hayam Wuruk, incoronato nel 1350, e con Gajah Mada primo ministro fino alla morte nel 1364, Majapahit raggiunse la massima espansione: la conquista di Bali nel 1343, il controllo o l’alleanza commerciale con porti di Sumatra, Borneo e Sulawesi, rapporti tributari rivendicati fino a Sulu, nelle odierne Filippine meridionali.

Non tutto fu sottomissione pacifica. Nel 1357 un progetto di matrimonio fra Hayam Wuruk e la principessa sundanese Dyah Pitaloka si trasformò in tragedia quando Gajah Mada pretese che la delegazione di Sunda si presentasse come tributaria e non come pari: nello scontro sul campo di Bubat, la principessa e il suo seguito, incluso il re di Sunda, furono uccisi. L’episodio, noto come Perang Bubat, avvelenò per generazioni i rapporti fra Giava e Sunda, e mostra quanto potesse essere grande la distanza fra le pretese di sottomissione e la loro accettazione reale.

Nel 1365 il poeta di corte Mpu Prapanca completò il Desawarnana, meglio noto come Nagarakretagama: un poema encomiastico che descrive la corte di Hayam Wuruk ed elenca decine di territori tributari, accanto alla base economica dell’impero — il riso del Brantas, i porti come Canggu sul delta del fiume, la moneta di rame importata dalla Cina che circolava come valuta corrente.

Conseguenze

Nell’immediato, la sconfitta della spedizione mongola lasciò Giava come l’unica potenza regionale capace di riempire il vuoto lasciato da Srivijaya, e per un secolo la sua rete di porti e alleanze tenne insieme, in una forma o nell’altra, gran parte del commercio marittimo dell’arcipelago.

A lungo termine, l’eredità fu più ambigua. Dopo la morte di Hayam Wuruk nel 1389 seguirono decenni di contese dinastiche, culminate nella guerra civile del Paregreg (1405-1406), che indebolirono il potere centrale proprio mentre nuovi concorrenti emergevano: intorno al 1400 il principe Parameswara fondò Malacca, che si convertì all’Islam e attirò a sé il commercio un tempo diretto verso i porti fedeli a Majapahit. Nel corso del Quattrocento il potere giavanese si ritrasse verso l’interno, mentre sultanati islamici crescevano lungo le coste: al 1500, la data che chiude questa scheda, l’impero era ormai un attore regionale in declino più che una potenza egemone.

Più a lungo termine, il giuramento di Gajah Mada e l’idea di un Nusantara unificato furono ripresi nel Novecento dal nazionalismo indonesiano come precedente storico per i confini del nuovo stato: un uso della memoria di Majapahit che dice più sull’Indonesia del XX secolo che su quella del XIV.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La cronologia della fondazione, 1293, è insolitamente solida perché incrociata fra tradizioni indipendenti: compare sia nello Yuan Shi, la storia dinastica cinese che racconta la spedizione dal punto di vista mongolo, sia nelle cronache giavanesi. È un accordo raro, e per questo la precisione dichiarata in questa scheda è esatto.

Il punto genuinamente dibattuto è un altro: quanto fosse davvero grande l’impero di Majapahit. La fonte principale, il Nagarakretagama di Mpu Prapanca (1365), è un poema di corte scritto per celebrare Hayam Wuruk, ed elenca i territori sottomessi con un linguaggio encomiastico che uno storico non può prendere alla lettera: nominare un luogo fra i tributari non distingue fra un porto sotto amministrazione diretta, un partner commerciale che mandava doni occasionali, e una rivendicazione retorica pensata per accrescere il prestigio del sovrano. Ricklefs, nella sua sintesi, invita alla cautela proprio su questo punto, distinguendo fra un nucleo giavanese di controllo effettivo e una periferia molto più ampia di influenza dichiarata; le voci più remote dell’elenco — tratti delle Filippine meridionali, angoli interni del Borneo — con ogni probabilità non conobbero mai un funzionario o un presidio di Majapahit.

Le altre fonti testuali sono più tarde e più fragili: il Pararaton, il “Libro dei re” giavanese, fu messo per iscritto solo nel XV o XVI secolo, mescola cronaca e leggenda, ed è la fonte del racconto sul frutto amaro che dà il nome alla città — un’etimologia popolare, non un dato verificabile. Le fonti cinesi successive, come il resoconto di viaggio di Ma Huan, descrivono la corte di Majapahit da visitatori esterni, con l’interesse e i limiti tipici di quel genere.

L’archeologia, concentrata su Trowulan, ha restituito resti di templi in laterite, un sistema di canali e vasche per la gestione dell’acqua, e molta ceramica cinese d’importazione, segno di una capitale integrata nei circuiti commerciali; ma buona parte del sito resta non scavata, coperta da abitati moderni e coltivazioni, e la sua reale estensione urbana è materia di stima più che di misura.

Approfondimenti

  • Mpu Prapanca, Desawarnana (Nagarakrtagama), trad. Stuart Robson (1995) — la fonte primaria: un poema encomiastico, da leggere sapendo che elenca sudditi per accrescere la gloria del re, non per documentare un’amministrazione.
  • M.C. Ricklefs, A History of Modern Indonesia since c.1200 (2008) — la sintesi di riferimento in lingua inglese, cauta proprio sull’estensione reale dell’impero.
  • John N. Miksic e Goh Geok Yian, Ancient Southeast Asia (2016) — la sintesi archeologica più recente, utile per bilanciare le fonti testuali di corte con gli scavi di Trowulan.
  • La voce su Srivijaya, in questo stesso atlante — il predecessore che per secoli aveva tenuto lo stretto di Malacca: senza il suo declino, non si spiega perché lo spazio politico che Majapahit occupò fosse vuoto.

Riferimenti

  • Mpu Prapanca, Desawarnana (Nagarakrtagama), 1995, KITLV Press
  • M.C. Ricklefs, A History of Modern Indonesia since c.1200, 2008, Palgrave Macmillan
  • John N. Miksic e Goh Geok Yian, Ancient Southeast Asia, 2016, Routledge

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