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Atlante della storia umana

Basso medioevoL'età mongola

Il sacco di Baghdad

I Mongoli distruggono la capitale abbaside e la sua biblioteca, chiudendo l'età d'oro islamica orientale

esatto

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Nel febbraio 1258 l’esercito mongolo comandato da Hulagu Khan prese Baghdad dopo un breve assedio, saccheggiò la città per giorni e fece giustiziare l’ultimo califfo abbaside, al-Musta’sim. Il califfato, che da Baghdad governava simbolicamente gran parte del mondo islamico dal 762, cessò di esistere come potere politico in quella città. La strage della popolazione e la distruzione delle biblioteche cittadine, incluso il patrimonio della Casa della sapienza, sono diventate uno dei simboli più potenti della memoria islamica e occidentale, anche se una parte della loro fama — il Tigri nero d’inchiostro o rosso di sangue — è elaborazione retorica posteriore più che cronaca. Quanto quell’evento abbia davvero chiuso un’epoca, e non solo confermato un declino già in corso, resta materia di discussione.

Contesto

Nel XIII secolo il califfato abbaside non era più, da tempo, la potenza che aveva fondato Baghdad e finanziato la Casa della sapienza. Dal X secolo in poi il potere effettivo era passato a dinastie militari che governavano in suo nome — Buyidi, poi Selgiuchidi, poi una costellazione di atabeg e sultanati regionali dall’Egitto alla Persia — mentre il califfo conservava un’autorità quasi solo religiosa e cerimoniale: legittimava i sovrani locali, ma non comandava eserciti propri capaci di imporsi su di loro. Al-Musta’sim, salito al trono nel 1242, disponeva di una guarnigione cittadina di poche migliaia di uomini, non di un esercito imperiale.

Da est avanzava una minaccia di scala del tutto diversa. Nel 1206 Gengis Khan aveva unificato le tribù della steppa mongola e avviato conquiste che entro pochi decenni avevano raggiunto la Cina settentrionale e la Persia. Il nipote Hulagu, figlio di Tolui e fratello del gran khan Möngke, fu inviato verso ovest a metà degli anni 1250 con un mandato preciso: sottomettere o distruggere i poteri che ancora sfuggivano al controllo mongolo fra l’Iran e il Mediterraneo. Il primo bersaglio furono gli Ismailiti nizariti, la setta nota in Occidente come gli Assassini, che dalle fortezze montane di Alamut opponevano da oltre un secolo una resistenza fondata su omicidi politici mirati. Nel 1256 Hulagu espugnò Alamut e smantellò la rete ismailita: un precedente che segnalava a ogni altro potere della regione cosa aspettarsi da un rifiuto di sottomettersi, e con quell’esercito vittorioso si rivolse a Baghdad.

Svolgimento

Nell’autunno del 1257 Hulagu inviò ambasciatori al califfo chiedendo la sottomissione, sul modello già imposto ad altri sovrani della regione. Al-Musta’sim rifiutò, confidando — secondo il racconto tràdito — nella devozione dei musulmani verso la figura califfale e nella convinzione che Baghdad non sarebbe caduta come una fortezza di montagna. Il consiglio di corte era diviso fra chi consigliava la resa e chi la escludeva come inconcepibile; i rinforzi promessi da altre province non arrivarono, e la mobilitazione militare della città restò tardiva e insufficiente.

L’esercito mongolo, affiancato da contingenti cristiani georgiani e armeni e da truppe persiane già sottomesse, cinse d’assedio Baghdad alla fine di gennaio 1258. Le difese esterne cedettero rapidamente; il 5 febbraio i Mongoli avevano già preso il controllo delle mura, e il 10 febbraio la città si arrese. Seguì un sacco sistematico, durato secondo le fonti coeve da una a due settimane: saccheggio dei palazzi, incendi, distruzione di moschee, chiese e biblioteche, e un massacro della popolazione di cui le cronache del tempo — arabe, persiane, siriache — riportano cifre altissime, fra le duecentomila e oltre il milione di morti. Sono numeri che vanno letti con cautela: gli storici moderni li considerano quasi certamente esagerati, tipici di fonti scritte per raccontare una catastrofe totale più che per contare, ma non possono proporre una cifra alternativa affidabile; alcuni parlano genericamente di una strage «di massa», altri arrischiano stime nell’ordine delle centinaia di migliaia. Il numero esatto resta non ricostruibile.

Al-Musta’sim fu catturato e giustiziato pochi giorni dopo la resa, insieme a gran parte della sua famiglia. La tradizione, tramandata da più cronisti ma non da testimoni oculari diretti, vuole che sia stato avvolto in un tappeto e calpestato a morte dai cavalli, per rispettare un tabù mongolo che vietava di versare a terra il sangue di un sovrano. È un dettaglio spesso ripetuto proprio perché vividissimo, ed è ragionevole trattarlo come un aneddoto verosimile più che come un fatto accertato: nessuna fonte contemporanea ne fu testimone diretta, e la stessa scena — l’esecuzione senza spargimento di sangue di un sovrano sconfitto — ricorre altrove nella tradizione mongola con altri protagonisti.

Conseguenze

Nel breve periodo la conseguenza più immediata fu la fine del califfato abbaside come istituzione radicata a Baghdad: dopo cinque secoli, dal 762, la città cessò di essere sede di un califfo regnante. Un membro della famiglia abbaside sopravvissuto alla strage fu accolto nel 1261 dal sultanato mamelucco d’Egitto, che instaurò al Cairo un califfato abbaside puramente cerimoniale, privo di potere temporale: la dinastia sopravvisse così di nome per altri due secoli e mezzo, ma come titolo religioso subordinato al potere mamelucco, non come governo.

Il danno materiale e demografico della città fu reale e duraturo. L’assedio e il sacco danneggiarono anche i canali e le dighe che irrigavano la piana intorno a Baghdad: la loro manutenzione richiedeva un’amministrazione centrale efficiente, e la sua rottura contribuì, insieme ad altri fattori di lungo periodo come la salinizzazione dei suoli, al declino agricolo della bassa Mesopotamia nei secoli successivi. Baghdad restò abitata e importante, ma non tornò più a essere la metropoli da centinaia di migliaia di abitanti che era stata.

Il punto più discusso riguarda il patrimonio intellettuale. Le biblioteche cittadine, inclusa quella che aveva ereditato parte della tradizione della Casa della sapienza fondata nell’VIII secolo, furono saccheggiate e in parte incendiate: una perdita di manoscritti reale, e per molte opere irreparabile. Ma l’immagine più celebre — il Tigri che scorreva nero per l’inchiostro dei libri gettati in acqua, o rosso per il sangue degli abitanti — compare in forma compiuta in fonti scritte generazioni dopo l’evento, ed è ragionevole leggerla come elaborazione retorica che condensa un lutto culturale reale in un’immagine memorabile, non come resoconto testimoniale. Va usata con cautela anche l’idea che il 1258 segni da solo la «fine dell’età d’oro islamica»: la produzione scientifica e filosofica in arabo e in persiano era già in trasformazione da tempo, e dopo il sacco continuò a fiorire altrove — il Cairo mamelucco, in particolare, restò a lungo una delle capitali intellettuali del mondo islamico. Il 1258 chiude con nettezza simbolica un’epoca legata a una città e a un’istituzione, più che l’intera tradizione scientifica e culturale che quella città aveva ospitato.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Gli eventi del 1258 sono descritti da cronisti che scrivevano da posizioni molto diverse rispetto ai fatti. Le fonti persiane legate alla corte ilkhanide — l’amministrazione che Hulagu fondò in Persia dopo la conquista — scrivevano per un potere mongolo in via di islamizzazione e avevano interesse a presentare la conquista come un evento irreversibile. Cronisti arabi, scrivendo spesso in territori rimasti fuori dal controllo mongolo come l’Egitto mamelucco, raccontano l’evento come una catastrofe cosmica per l’islam, in un genere letterario — il lamento per la caduta di una capitale — che ha convenzioni retoriche proprie e tende a massimizzare le cifre. Un cronista siriaco, testimone di una generazione successiva, offre un terzo punto di vista, quello delle comunità cristiane della regione, spesso trattate con relativa tolleranza dai nuovi dominatori.

Su tre punti la storiografia resta divisa, e conviene dirlo invece di scegliere in silenzio. Il primo sono le cifre delle vittime, discusse sopra: enormi nelle fonti coeve, ridimensionate ma non sostituite da un numero affidabile negli studi moderni. Il secondo è l’esecuzione del califfo: il dettaglio del tappeto e dei cavalli è ben attestato nella tradizione narrativa successiva, ma non da un testimone diretto, e va trattato come un aneddoto memorabile più che come un fatto verificato riga per riga. Il terzo, il più rilevante per questa voce, è quanto la distruzione di Baghdad segni davvero una cesura nella storia intellettuale islamica: chi insiste sulla cesura sottolinea la perdita materiale delle biblioteche e la fine del ruolo di Baghdad come capitale del sapere; chi la ridimensiona ricorda che il declino era già in corso da secoli per ragioni indipendenti dai Mongoli, e che altri centri islamici prosperarono a lungo dopo il 1258. Nessuna delle due letture è priva di fondamento: la ricostruzione qui proposta tiene ferma la perdita culturale come reale e la sua data come simbolica più che come spartiacque assoluto.

Approfondimenti

  • Justin Marozzi, Baghdad: City of Peace, City of Blood (2014) — una storia narrativa della città su tredici secoli, utile per collocare il 1258 dentro una vicenda molto più lunga invece che come evento isolato.
  • David Morgan, The Mongols (2ª ed., 2007) — sintesi accademica prudente sulle fonti e sulle cifre delle conquiste mongole, buon contrappeso ai resoconti più drammatici.
  • Hugh Kennedy, The Court of the Caliphs (2004) — una storia del califfato abbaside che permette di misurare quanto il potere califfale fosse già eroso prima del 1258, non solo distrutto da esso.

Riferimenti

  • Justin Marozzi, Baghdad: City of Peace, City of Blood, 2014, Allen Lane
  • David Morgan, The Mongols, 2007, Wiley-Blackwell
  • Hugh Kennedy, The Court of the Caliphs: The Rise and Fall of Islam's Greatest Dynasty, 2004, Weidenfeld & Nicolson

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