In breve
Il 15 giugno 1215, nel prato di Runnymede sul Tamigi, il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra appose il proprio sigillo a un documento che i suoi baroni gli avevano imposto con le armi: la Magna Carta. Il testo limitava per iscritto il potere fiscale e giudiziario della corona, dopo anni di tassazione pesante per finanziare guerre perdute in Francia e un lungo scontro con il papato. Non era una dichiarazione di diritti universali, ma un accordo feudale fra il re e i suoi grandi vassalli: e infatti fallì quasi subito. Papa Innocenzo III la annullò due mesi dopo. La sua fortuna, come simbolo del potere sottoposto alla legge, sarebbe arrivata secoli dopo.
Contesto
All’inizio del XIII secolo l’Inghilterra dei Plantageneti era parte di un dominio che si estendeva su gran parte della Francia occidentale, ereditato da Enrico II e da Riccardo Cuor di Leone. Giovanni, salito al trono nel 1199, ereditò anche i vincoli feudali che tenevano insieme quel dominio: i baroni normanni e angioini possedevano terre su entrambe le sponde della Manica, e la corona doveva difenderle entrambe. Non ci riuscì: nel 1202 il re di Francia Filippo Augusto, come signore feudale superiore per i possedimenti continentali di Giovanni, lo convocò a giudizio per la presunta uccisione del nipote Arturo di Bretagna, un rivale al trono. Giovanni non si presentò, e Filippo dichiarò confiscati i suoi feudi francesi. La guerra che seguì fu un disastro: nel 1204 cadde Rouen, e con essa l’intera Normandia, il cuore territoriale della dinastia dal 1066. Restavano solo l’Aquitania e poche altre terre nel sud-ovest.
Riconquistare la Normandia divenne l’ossessione di Giovanni, e riconquistarla costava. La fiscalità regia si inasprì su più fronti: lo scutagium, il pagamento in denaro con cui i vassalli si esentavano dal servizio militare in persona, fu imposto con una frequenza mai vista prima; il tallage, un prelievo arbitrario sulle terre demaniali e sulle città, colpì i sudditi non nobili; le multe giudiziarie e i diritti di successione (relief) imposti agli eredi dei baroni diventarono strumenti di cassa più che di giustizia. Ai baroni, che pagavano il grosso di questi oneri, il fisco regio appariva sempre meno distinguibile dall’estorsione.
A complicare il quadro si aggiunse lo scontro con la Chiesa. Nel 1205 morì l’arcivescovo di Canterbury, e il papa Innocenzo III impose come successore Stephen Langton, un candidato che Giovanni non voleva. Il re rifiutò di riceverlo, e nel 1208 il papa rispose con l’interdetto: per sei anni, fino al 1213, in Inghilterra non si poterono celebrare i sacramenti pubblici; Giovanni fu inoltre scomunicato nel 1209. Piegatosi solo nel 1213, quando un’invasione francese sembrava imminente, restituì il regno a Innocenzo III come feudo papale per riaverlo in vassallaggio: una mossa che gli garantì l’appoggio del papa, ma che i baroni lessero come un’ulteriore umiliazione della corona. L’anno dopo, il tentativo di riconquistare la Normandia con una coalizione con l’imperatore Ottone IV e i conti delle Fiandre naufragò nella sconfitta di Bouvines, il 27 luglio 1214: Giovanni tornò senza il bottino che avrebbe giustificato anni di tasse straordinarie.
Svolgimento
Fu in questo clima che un gruppo di baroni del nord e dell’est del regno, già in armi da mesi, marciò su Londra nella primavera del 1215 e occupò la città il 17 maggio, un colpo che tolse a Giovanni ogni possibilità di ignorarli. Il re, privo delle forze per una guerra aperta, accettò di trattare. L’incontro avvenne a Runnymede, un prato sul Tamigi fra Windsor, dove Giovanni risiedeva, e Staines, dove si erano accampati i baroni: terreno neutro, facilmente raggiungibile da entrambi. Il 15 giugno 1215 il re appose il proprio sigillo a un documento noto allora come Articuli Baronum nella sua prima stesura, poi messo in forma definitiva ed emesso come charta pochi giorni dopo, il 19 giugno.
Il testo, in sessantatré clausole redatte in latino, era un elenco di rimedi a lamentele concrete, non una dichiarazione di princìpi. Fissava limiti agli scutagia e ai tallage arbitrari: le imposte straordinarie richiedevano il consenso del «consiglio comune del regno», un’assemblea di baroni e alti prelati letta, con qualche anacronismo, come un antecedente del Parlamento. Regolava i relief dovuti dagli eredi e vietava di vendere, negare o ritardare la giustizia. Vi comparivano anche clausole minori che dicono molto del mondo che le aveva scritte, come la rimozione delle chiuse per la pesca che ostacolavano la navigazione dei mercanti sul Tamigi.
La clausola che avrebbe avuto la maggiore fortuna storica fu la trentanovesima: nessun uomo libero poteva essere arrestato, imprigionato, spogliato dei suoi beni o esiliato «se non per giudizio legale dei suoi pari o per la legge del paese». Letta nel suo contesto, la clausola proteggeva i baroni e i liberi tenenti da arresti e confische arbitrari da parte della corona: un rimedio feudale a un abuso feudale, non un principio universale. I villani, i contadini non liberi che costituivano la maggioranza della popolazione inglese, ne restavano fuori quasi per intero: comparivano nel testo solo come oggetto di alcune clausole sulle multe, non come soggetti protetti dalle garanzie maggiori.
La clausola sessantunesima, la «clausola di sicurezza», era la più radicale sul piano istituzionale: istituiva un comitato di venticinque baroni con il potere di far guerra al re — di aggredire la corona con la forza, comprese le sue terre e i suoi castelli — se Giovanni avesse violato gli impegni presi. Era, in sostanza, la legalizzazione della ribellione in corso, ed è la clausola che rivela più di ogni altra la natura dell’accordo: non un dono regale, ma una resa negoziata sotto minaccia militare.
Conseguenze
L’effetto immediato fu il fallimento del documento come strumento di pace. Giovanni aveva accettato la Magna Carta per necessità, non per convinzione, e chiese subito a Innocenzo III di annullarla in quanto estorta con la forza a un sovrano che si era posto sotto la protezione papale nel 1213. Il papa acconsentì: in una bolla del 24 agosto 1215 dichiarò la charta «nulla e vuota di ogni validità», e scomunicò i baroni ribelli. La guerra civile, la prima guerra dei baroni, riprese entro l’autunno, e i baroni offrirono la corona inglese al principe francese Luigi, figlio di Filippo Augusto, che sbarcò con un esercito nel 1216.
La morte di Giovanni, il 19 ottobre 1216, cambiò i termini dello scontro più di qualunque battaglia. Il trono passò al figlio novenne Enrico III, e il consiglio di reggenza guidato dal maresciallo William Marshal, per togliere argomenti ai ribelli, ri-emise la Magna Carta nel novembre 1216, con la sessantunesima clausola rimossa in quanto incompatibile con un’autorità regia da ricostruire. Il documento fu riemesso ancora nel 1217 e in una versione ridefinita nel 1225: fu quest’ultima, confermata nel 1297 sotto Edoardo I e inserita negli statuti del regno, a restare in vigore come testo di riferimento.
Nei secoli successivi la Magna Carta cadde in larga parte nell’oblio pratico. La sua seconda vita cominciò nel Seicento inglese, quando il giurista Edward Coke, in polemica con le pretese assolutiste degli Stuart, la rilesse come fondamento antico delle libertà inglesi e della supremazia della legge sul sovrano — una lettura che proiettava sul 1215 preoccupazioni politiche del 1600. Da lì entrò nella tradizione costituzionale britannica e, tramite i coloni inglesi in America, in quella statunitense: la clausola 39 è un antecedente diretto delle clausole di due process della Costituzione degli Stati Uniti. È un caso di riuso storiografico simile ad altri incontrati in questo atlante: un documento prodotto per risolvere un contenzioso fiscale e giudiziario circoscritto ai grandi feudatari, diventato secoli dopo il simbolo di princìpi — i diritti dell’individuo, il governo della legge per tutti — che il testo originale non intendeva affermare e che escludeva esplicitamente per la maggioranza della popolazione.
Nel frattempo altrove
- 1185Lo shogunato — Asia orientale
- 1206Gengis Khan — Asia orientale
- 1206Il sultanato di Delhi — Asia meridionale
- 1250Aotearoa — Oceania
- 1258Il sacco di Baghdad — Medio Oriente
- 1300Il regno del Benin — Africa
- 1325Tenochtitlán — Americhe
Come lo sappiamo
Il testo del 1215 è noto da quattro esemplari originali del documento sigillato, conservati alla British Library e nelle cattedrali di Lincoln e di Salisbury: nessuno reca la firma del re, perché i sovrani inglesi dell’epoca autenticavano gli atti con il sigillo di cera. Le versioni ri-emesse del 1216, 1217 e 1225 sono anch’esse conservate e permettono di seguire, clausola per clausola, cosa venne tolto o riscritto. Cronache coeve, in particolare quelle degli annalisti di Barnwell e di Dunstable, raccontano gli eventi di Runnymede e la reazione papale, con l’inevitabile parzialità di autori legati a istituzioni ecclesiastiche.
Restano punti dibattuti. Il primo riguarda l’estensione reale della clausola 39: la storiografia più recente insiste sul fatto che «uomo libero» (liber homo) escludeva i servi della gleba, e che leggerla come un antecedente dell’habeas corpus per «tutti» è un’estrapolazione posteriore; l’espressione stessa «habeas corpus» è un’etichetta cinquecentesca applicata retrospettivamente. Il secondo è quanto la Magna Carta fosse davvero un’innovazione: J. C. Holt ha sottolineato le sue radici in consuetudini feudali già esistenti e in precedenti come la Charter of Liberties di Enrico I (1100), più che una rottura. Il terzo, meno risolvibile con le fonti, è quanto della mitologia costituzionalista successiva sia una lettura anacronistica del Seicento e dell’Ottocento proiettata su un accordo feudale del 1215: la ricostruzione proposta qui distingue nettamente il documento del 1215 dal mito costruito attorno ad esso, senza negare che il mito abbia avuto conseguenze storiche reali e durature.
Approfondimenti
- David Carpenter, Magna Carta (Penguin Classics, 2015) — edizione commentata con testo latino a fronte e traduzione inglese, oggi il punto di riferimento per chi vuole leggere il documento clausola per clausola con il contesto del 1215.
- J. C. Holt, Magna Carta, 3ª ed. (Cambridge University Press, 2015) — la storia critica di riferimento sulle origini feudali del documento, utile proprio per resistere alla lettura costituzionalista posteriore. Holt morì nel 2014, un anno prima che uscisse questa terza edizione: il testo resta il suo, ma la nuova introduzione che tiene conto della bibliografia successiva alla seconda edizione (1992) è opera dei curatori George Garnett e John Hudson, suoi allievi.