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Atlante della storia umana

Basso medioevoL'età mongola

Il regno del Benin

Mura di terra fra le più estese al mondo, e bronzi fusi a cera persa

circa

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Fra il XIII e il XVII secolo, nell’area forestale a nord del delta del Niger, nell’odierna Nigeria meridionale, il regno del Benin costruì una delle strutture urbane più imponenti dell’Africa precoloniale: un sistema di terrapieni e fossati, gli iya, che a Benin City da solo racchiudeva la capitale con un anello di circa 11 chilometri, ed era parte di una rete regionale ben più vasta. Alla corte dell’Oba, il sovrano della dinastia Eweka, lavoravano fonditori che producevano in ottone, con la tecnica a cera persa, teste commemorative e placche destinate a decorare il palazzo reale: un’arte di corte al servizio della memoria dinastica, oggi nota nel mondo soprattutto attraverso i cosiddetti “bronzi del Benin”.

Contesto

La foresta pluviale a nord del delta del Niger offriva suoli capaci di sostenere l’igname, la palma da olio e comunità agricole di lingua edo insediate in villaggi fortificati da fossati fin da secoli prima della nascita del regno che oggi chiamiamo Benin. Il legno duro della foresta e l’argilla dei terreni lateritici bastavano a scavare fossati e ad accumulare l’argine di terra estratta: una tecnica a basso costo di attrezzi ma a costo altissimo di lavoro, e per questo un indicatore diretto di quanta manodopera un potere politico riusciva a mobilitare.

Prima della monarchia che i sovrani successivi chiamarono propria, la tradizione orale edo ricorda una dinastia di governanti detti Ogiso, “re del cielo”: un ordine di cui l’archeologia conferma insediamenti fortificati ma non una cronologia precisa. Fu la crisi di quell’ordine, secondo il racconto dinastico tramandato a corte, a portare i notabili edo a rivolgersi a Ife, città yoruba affermata come centro rituale e artistico, per ottenere un principe che fondasse una nuova monarchia.

Svolgimento

La tradizione dinastica colloca l’inizio della monarchia centralizzata degli Oba intorno al XII-XIII secolo, con Eweka I come primo sovrano della nuova casa regnante, erede — secondo il racconto di corte — di un principe venuto da Ife. È una cronologia tramandata oralmente e fissata per iscritto solo secoli dopo: va trattata come tale, non come un verbale d’incoronazione.

Un salto qualitativo nella produzione artistica si colloca, per tradizione, sotto il quinto Oba, Oguola, alla fine del XIII secolo: avrebbe chiesto e ottenuto da Ife un fonditore, ricordato dalle corporazioni di Benin col nome di Iguegha, per introdurre a corte la fusione a cera persa già praticata a Ife in bronzo e in terracotta. Da quell’innesto nacque la corporazione dei fonditori, l’Igun Eronmwon, gilda ereditaria legata in esclusiva al servizio dell’Oba: nessuno fuori da quel quartiere della capitale poteva fondere metalli per uso reale. Il metallo lavorato era per lo più ottone — lega di rame e zinco, non di rame e stagno come il bronzo in senso stretto — arrivato soprattutto come manillas, i lingotti ad anello che i mercanti portoghesi e poi olandesi scambiavano con olio di palma, pepe e avorio: materia prima e manodopera restavano così un monopolio di palazzo.

La svolta politica e urbanistica maggiore arrivò con Ewuare, poi detto “il Grande”, dodicesimo Oba, salito al trono verso il 1440 al termine di una guerra di successione che devastò parte della capitale. Ewuare la ricostruì su un piano nuovo, ridusse il potere dei capi ereditari che fino ad allora sceglievano il sovrano, stabilì la successione di padre in figlio primogenito, e fece scavare o ampliare l’anello di terrapieni e fossati che cingeva Benin City: nella sua fase più imponente, un fossato profondo fino a quindici metri e un argine lungo circa 11 chilometri, attraversato da nove porte fortificate. Fu con Ewuare, secondo la tradizione di corte, che si fissò l’uso — proseguito per secoli — di far fondere, alla morte di ogni Oba, una testa commemorativa in ottone del predecessore, da collocare sull’altare dedicato ai suoi antenati.

Il figlio di Ewuare, l’Oba Esigie, a cavallo fra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo, istituì il titolo di Iyoba, regina madre, per la propria madre Idia, e le corti successive fecero fondere anche teste commemorative delle regine madri. Furono gli stessi decenni, dagli anni 1470-1480, in cui arrivarono i primi mercanti portoghesi: le placche di ottone che rivestivano le colonne del palazzo, prodotte da allora per commemorare vittorie militari e la gerarchia di corte, mostrano fra le loro centinaia di figure anche soldati portoghesi, riconoscibili da elmi e moschetti — una documentazione fatta per la propria corte, non per l’osservatore europeo, di un contatto che per Benin restò un rapporto commerciale fra pari.

Attorno alla capitale, nei secoli fra il tardo primo millennio e il Seicento, comunità edo scavarono un sistema assai più esteso di fossati e argini di confine, che collegava centinaia di insediamenti in un mosaico di territori. Lo studio più sistematico, condotto dall’archeologo Patrick Darling fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, ne stimò la lunghezza aggregata — sommando tutte le fasi costruttive rilevate su più secoli in tutta la regione edo — in oltre 16.000 chilometri: una cifra citata spesso come “più lunga della Grande Muraglia cinese”, da prendere con la cautela dovuta a ogni somma di questo tipo. Non è la misura di un’unica opera coeva, come la Muraglia nell’accezione comune, ma un totale che assembla tratti scavati in periodi diversi, da comunità diverse, per scopi non sempre uguali fra loro: difesa, ma anche demarcazione di confini agricoli e di lignaggio.

Conseguenze

Nel breve periodo, l’opera di Ewuare consolidò un modello politico che i suoi successori mantennero per due secoli: un Oba sacro e assoluto in teoria, ma in pratica vincolato a un consiglio di grandi titolari di corte, con un’arte di palazzo che funzionava da archivio dinastico in assenza di scrittura — le placche fissavano visivamente chi aveva diritto a un certo titolo, a una certa arma, a una certa posizione cerimoniale.

Nel lungo periodo, il regno restò fra le potenze meglio organizzate dell’Africa occidentale forestale fino al Seicento inoltrato, capace di regolare i termini del proprio commercio con gli europei — vietando, per periodi, l’esportazione di schiavi maschi per non indebolire la manodopera agricola e militare, pur restando parte della rete di scambi costieri in cui la tratta atlantica cresceva — e di mantenere fin quasi alla fine dell’Ottocento il monopolio sulla fusione dell’ottone.

Quella continuità si interruppe con violenza fuori dall’arco di tempo qui raccontato: nel 1897, in risposta all’uccisione di membri di una missione britannica, una spedizione punitiva britannica occupò e incendiò Benin City, depose l’Oba Ovonramwen e ne esiliò la corte, e portò via migliaia di placche, teste commemorative e altri oggetti di palazzo, venduti in gran parte per coprire le spese della spedizione stessa. Gran parte di quei manufatti si trova oggi in musei occidentali, il British Museum in testa, ed è al centro di una discussione tuttora aperta sulla loro restituzione alla Nigeria: una storia che appartiene a un’altra voce di questo atlante, ma che nessuna scheda su quest’arte può tacere, perché è il motivo per cui la si conosce così bene fuori dall’Africa occidentale.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Per la cronologia dinastica dei primi secoli, la fonte principale è la tradizione orale di corte, messa per iscritto solo a partire dalla fine dell’Ottocento da funzionari coloniali e da studiosi come Jacob Egharevba, egli stesso membro della corte di Benin: un elenco di Oba con regni e imprese attribuite, utile come struttura ma non verificabile evento per evento. Le teste commemorative e le placche in ottone, quando collocabili in una sequenza stilistica plausibile e incrociate con gli oggetti europei che vi compaiono, offrono un secondo tipo di prova: materiale, ma non indipendente dalla stessa corte che le aveva commissionate per celebrare se stessa.

Per i terrapieni, la fonte è lo scavo archeologico: i rilievi e i saggi stratigrafici condotti da Graham Connah negli anni Sessanta e da Patrick Darling negli anni Sessanta e Settanta hanno distinto fasi costruttive diverse, alcune anteriori di secoli alla dinastia Eweka. Restano dibattuti sia il dettaglio cronologico di quelle fasi — pochi tratti sono stati scavati con metodo stratigrafico rispetto all’estensione totale del sistema — sia il grado di centralizzazione politica che l’opera presuppone: se l’anello attorno alla capitale fosse scavato da manodopera coordinata direttamente dall’Oba o da comunità e lignaggi con obblighi diversi verso la corona resta materia di ricerca in corso, e questa scheda non sceglie fra le due letture in silenzio. La stessa cautela vale per la cifra aggregata dei 16.000 chilometri: una stima di superficie rilevata per via aerea e su terreno da un solo studioso, in un’epoca in cui gran parte del sistema non era ancora datata singolarmente.

Va infine ricordato che la documentazione scritta europea su Benin, prima del Seicento, è scarsa e di seconda mano — resoconti di mercanti portoghesi e olandesi interessati soprattutto ai termini del commercio — e che gran parte di ciò che oggi si sa sull’arte di corte viene da oggetti dispersi dopo il 1897, studiati fuori dal loro contesto originario: una lacuna che non dipende dalla complessità della civiltà che li produsse, ma dalle circostanze in cui quegli oggetti lasciarono il palazzo.

Approfondimenti

  • Paula Ben-Amos, The Art of Benin (1980) — la sintesi più citata sull’arte di corte, utile per capire come le placche funzionassero come sistema di registrazione politica, non come semplice decorazione.
  • Patrick Darling, Archaeology and History in Southern Nigeria: The Ancient Linear Earthworks of Benin and Ishan (1984) — il rilievo sistematico dei terrapieni su cui si basa ogni cifra aggregata citata da allora in poi, comprese le sue incertezze dichiarate.
  • La voce di questo atlante sul Grande Zimbabwe — un altro regno africano dello stesso periodo che risolve con la pietra a secco lo stesso problema (organizzare e mostrare il potere in una struttura monumentale) che Benin risolse con terra e ottone.

Riferimenti

  • Paula Ben-Amos, The Art of Benin, 1980, Thames and Hudson
  • Patrick Darling, Archaeology and History in Southern Nigeria: The Ancient Linear Earthworks of Benin and Ishan, 1984, British Archaeological Reports

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.