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Atlante della storia umana

Basso medioevoCrescita europea

Il Grande Zimbabwe

Mura in pietra a secco alte dieci metri al centro di una rete che esporta oro e avorio verso l'Oceano Indiano

circa

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Fra il XII e il XV secolo sorse, sull’altopiano dell’attuale Zimbabwe, la capitale in pietra a secco di un regno di lingua shona che controllava l’oro e l’avorio dell’interno e li instradava verso la costa dell’Oceano Indiano. Le sue mura, alte fino a undici metri e innalzate senza una goccia di malta, e la Grande Enclosure che le racchiude sono la più grande struttura in pietra dell’Africa subsahariana costruita prima dell’età coloniale. Ceramiche cinesi e persiane trovate fra le sue rovine mostrano che l’oro del plateau raggiungeva, per vie indirette, l’Arabia, l’India e la Cina. Per gran parte del Novecento l’amministrazione della Rhodesia negò che quel sito fosse opera africana: una manipolazione politica della storia rilevante quanto il sito stesso, e per questo va raccontata insieme a esso.

Contesto

L’altopiano fra il fiume Limpopo e il fiume Zambesi era una savana erbosa a circa 1200 metri di quota, con piogge estive sufficienti per il bestiame e per cereali come il sorgo e il miglio. Sotto la superficie correvano filoni auriferi diffusi in tutta la regione: se ne conoscono oggi oltre quattromila punti di scavo antichi, quasi tutti pozzi stretti scavati a mano, non miniere a cielo aperto. Comunità di lingua shona estraevano quell’oro almeno dal IX-X secolo, insieme ad avorio e pelli, prima ancora che esistesse un mercato oltremare capace di assorbirlo in grandi quantità.

Quel mercato c’era già, e non era locale: sulla costa dell’Oceano Indiano, le città swahili come Kilwa vivevano da secoli del commercio dei monsoni con l’Arabia, la Persia e l’India, e l’oro dell’interno africano era fra le merci più richieste. Serviva un intermediario capace di organizzare l’estrazione, il trasporto su centinaia di chilometri e la mediazione con i mercanti della costa: quel ruolo lo aveva già svolto, nel XIII secolo e più a sud oltre il Limpopo, il regno di Mapungubwe, prima capitale della regione a costruire in pietra e ad accumulare oro lavorato nelle tombe reali. Il suo declino, legato a un inaridimento del clima, coincise con lo spostamento verso nord del centro di quella stessa rete: è il retroterra immediato del Grande Zimbabwe, non una premessa lontana.

Il granito dell’altopiano offriva infine un vincolo materiale decisivo. Gli affioramenti si sfaldano naturalmente in lastre piatte per l’alternanza di caldo e freddo diurno: staccate col fuoco e rifinite a mano, si prestano a essere murate a secco, senza malta, in file ordinate. È la tecnica su cui si fonda tutta l’architettura del sito.

Svolgimento

I primi edifici in pietra sulla collina che oggi si chiama Hill Complex risalgono a un periodo compreso fra il 1100 e il 1200 circa: una residenza fortificata su uno sperone di granito, con muri che seguono gli affioramenti naturali della roccia. È la fase più antica, e la meno vistosa per chi visita il sito oggi, perché la costruzione più imponente venne dopo.

Fra il XIII e il XIV secolo il centro dell’insediamento si spostò a valle, dove venne eretta la Grande Enclosure: un recinto ellittico con muro esterno lungo circa 250 metri di circonferenza, alto fino a undici metri e spesso fino a cinque alla base, costruito con centinaia di migliaia di blocchi di granito tagliato e posati a secco. All’interno corre un secondo muro parallelo, che forma uno stretto passaggio, e vi si trova la Torre Conica, un cono pieno di undici metri privo di funzione abitativa: il suo significato — simbolo di un granaio, dell’autorità del sovrano, forse entrambe le cose — resta ipotesi più che certezza.

Nel corso del XIV e della prima metà del XV secolo il sito raggiunse il suo massimo, con una popolazione stimata fra diecimila e ventimila persone: una città, nel senso pieno del termine, in un continente dove la storiografia coloniale aveva a lungo insistito che l’Africa subsahariana non ne avesse prodotte. Nell’Eastern Enclosure della collina vennero collocati, in cima a monoliti, otto uccelli scolpiti in pietra ollare — i birds of Zimbabwe — che raffigurano probabilmente un’aquila e ne condensano l’autorità spirituale del sovrano, il mambo: sono l’unica scultura figurativa di rilievo della cultura dello Zimbabwe, e uno di essi compare oggi sulla bandiera del paese.

L’oro estratto sull’altopiano, insieme all’avorio, percorreva circa 300 chilometri fino al porto di Sofala, sulla costa dell’attuale Mozambico, dove mercanti musulmani lo imbarcavano verso Kilwa e le altre città swahili, e da lì, con il sistema dei monsoni, verso l’Arabia, la Persia e l’India. Il flusso non era a senso unico: fra le rovine del Grande Zimbabwe sono stati trovati frammenti di ceramica invetriata persiana, celadon e porcellana cinesi di età Ming, perline di vetro indiane, e una moneta di bronzo coniata da un sultano di Kilwa — prove dirette di un contatto indiretto ma reale con l’Oceano Indiano.

Conseguenze

Nell’immediato, il Grande Zimbabwe divenne il modello di una tradizione costruttiva che si diffuse sull’altopiano: siti come Khami, Danangombe e Naletale, sorti dopo il suo declino, ne ripetono la tecnica del muro a secco senza esserne semplici copie.

Intorno al 1450 il sito venne in gran parte abbandonato. Il centro politico ed economico della regione si spostò più a nord, verso il regno di Mutapa fondato intorno al 1430 da Nyatsimba Mutota, più vicino allo Zambesi e alle rotte commerciali verso la costa, e a ovest, verso il regno di Torwa incentrato su Khami. Nessuno dei due ereditò la centralità del Grande Zimbabwe: la rete dell’oro si frammentò fra più capitali rivali.

L’effetto più duraturo arrivò secoli dopo, e fu politico prima che archeologico. Alla fine del dominio bianco, nel 1980, la ex Rhodesia scelse come nome del nuovo stato indipendente proprio Zimbabwe, dal termine shona dzimba dza mabwe, «case di pietra»: un modo per rivendicare esplicitamente ciò che l’amministrazione coloniale aveva negato per decenni.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La cronologia si fonda su scavi stratigrafici, datazioni al radiocarbonio e sulla seriazione delle ceramiche locali, oltre che sugli oggetti importati databili — le porcellane cinesi, in particolare, offrono ancoraggi cronologici precisi perché le tipologie sono ben datate altrove.

Questa voce, più di altre, deve raccontare come si è arrivati a saperlo, perché la storia della sua interpretazione è essa stessa un fatto storico. Nel 1871 l’esploratore tedesco Karl Mauch vide le rovine e le collegò a Ofir e alla regina di Saba, ipotizzando costruttori fenici o comunque non africani: un’idea che si diffuse subito fra i coloni europei della regione, perché era comoda. Richard Nicklin Hall, nominato curatore del sito dalla British South Africa Company a inizio Novecento, scavò e rimosse strati archeologici in cerca di prove di quell’origine non africana, danneggiando irreparabilmente parte della sequenza stratigrafica, e nel 1905 pubblicò un libro a sostegno della tesi semitica.

Già nel 1905 David Randall-MacIver aveva messo in dubbio quella lettura sulla base della ceramica e della tecnica costruttiva, e nel 1929 l’archeologa Gertrude Caton-Thompson condusse nuovi scavi stratigrafici che stabilirono, con metodo, l’origine africana e medievale del sito: nessun reperto, nessuna tecnica costruttiva, nessuno strato indicava un intervento non africano, e gli oggetti importati databili collocavano la costruzione ben dentro il medioevo, non nell’antichità biblica. Il suo libro del 1931 rese quella conclusione il consenso scientifico.

Il consenso archeologico, tuttavia, non si tradusse in consenso politico. Nella Rhodesia del governo di minoranza bianca, ammettere che una civiltà africana avesse costruito la struttura in pietra più imponente del continente a sud del Sahara contraddiceva la giustificazione ideologica del dominio coloniale. Nel 1970 il governo di Ian Smith impose per via amministrativa che le pubblicazioni ufficiali dei musei nazionali non potessero presentare come fatto accertato l’origine africana del Grande Zimbabwe, nonostante quarant’anni di prove in quel senso. Peter Garlake, che dal 1964 dirigeva proprio l’ufficio dei monumenti come massimo esperto del sito, si rifiutò di adeguarsi e lasciò il paese in protesta, per tornarvi solo nel 1981, dopo l’indipendenza. Non era censurato un dettaglio, ma la conclusione centrale di un’intera disciplina, tenuta per ragioni di stato per mezzo secolo dopo che gli specialisti l’avevano già accertata.

Resta invece genuinamente dibattuto, fra gli archeologi di oggi, il motivo del declino del XV secolo. Un’ipotesi indica l’esaurimento delle risorse locali — legna da ardere, pascoli, acqua per una popolazione concentrata di migliaia di persone su un altopiano dalle risorse non illimitate. Un’altra indica lo spostamento delle rotte commerciali verso nord, con l’ascesa del regno di Mutapa più vicino allo Zambesi e ai nuovi sbocchi verso la costa. Le due spiegazioni non si escludono a vicenda, e la storiografia più recente, come quella di Pikirayi, tende a trattarle come concause piuttosto che a sceglierne una come causa unica: non c’è consenso su quale abbia prevalso, e questa scheda non ne sceglie una in silenzio.

Approfondimenti

  • Gertrude Caton-Thompson, The Zimbabwe Culture: Ruins and Reactions (1931) — il testo che stabilì scientificamente l’origine africana del sito, utile anche a leggere lo stile con cui una risposta a una tesi razzista veniva argomentata negli anni Trenta.
  • Peter Garlake, Great Zimbabwe (1973) — scritto da chi conosceva il sito meglio di chiunque altro e ne pagò professionalmente la difesa: la sintesi di riferimento sull’archeologia del sito.
  • Innocent Pikirayi, The Zimbabwe Culture: Origins and Decline of Southern Zambezian States (2001) — la trattazione più recente e completa, utile soprattutto per il capitolo sul declino, che pesa le ipotesi senza chiuderle in una sola.

Riferimenti

  • Gertrude Caton-Thompson, The Zimbabwe Culture: Ruins and Reactions, 1931, Clarendon Press
  • Peter Garlake, Great Zimbabwe, 1973, Thames and Hudson
  • Innocent Pikirayi, The Zimbabwe Culture: Origins and Decline of Southern Zambezian States, 2001, AltaMira Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.