In breve
Fra la fine dell’XI secolo e il XIII, a Bologna, poi a Parigi e a Oxford, prese forma un’istituzione nuova: una corporazione autonoma di studenti e maestri, con statuti propri, che rilasciava titoli riconosciuti oltre i confini della città che li aveva concessi e organizzava il sapere attorno a un metodo caratteristico, la disputa scolastica. Il 1088 usato come data di nascita di Bologna è convenzionale, non un atto fondativo documentato. Non era la prima volta che l’Europa o il mondo producevano sapere avanzato: lo avevano fatto, prima e altrove, la Casa della sapienza di Baghdad e il monastero-università di Nalanda, in India. Quello che nacque in questi decenni fu una forma giuridica specifica — la corporazione che si autogoverna e certifica — non un salto improvviso nella quantità di conoscenza disponibile.
Contesto
Fra il 1000 e il 1200 la popolazione europea crebbe, le città tornarono a espandersi dopo secoli di contrazione, e i comuni dell’Italia settentrionale — Bologna fra questi — divennero centri di commercio e di governo che avevano bisogno di personale con competenze precise: notai capaci di redigere atti validi, giudici capaci di argomentare in tribunale, funzionari papali e imperiali capaci di citare il diritto a sostegno di una pretesa politica.
Bologna si trovava sulla via Emilia, snodo di traffici e sede di un comune vivace, e possedeva un vantaggio specifico: nei decenni precedenti erano tornati in circolazione i testi del Corpus Iuris Civilis, la compilazione del diritto romano voluta da Giustiniano nel VI secolo e poi caduta in larga parte fuori uso in Occidente. Un maestro di arti liberali, Irnerio, cominciò a insegnarlo a Bologna leggendo il testo riga per riga e affiancandogli glosse esplicative: un metodo filologico che restituiva un sistema giuridico completo, non consuetudini locali frammentarie.
Il sapere organizzato non era una novità assoluta neppure in Europa: le scuole cattedrali, a Parigi come a Chartres, insegnavano da secoli grammatica, retorica e teologia sotto l’autorità di un vescovo. Ma erano istituzioni ecclesiastiche locali: i titoli che vi si ottenevano non avevano validità fuori dalla diocesi che li rilasciava, e non esisteva una corporazione di chi vi studiava o insegnava.
Svolgimento
A Bologna gli studenti che affluivano per il diritto — spesso adulti, già chierici o funzionari, e stranieri rispetto alla città — non godevano di alcuna protezione giuridica locale: un debito o un reato commesso da un connazionale del loro comune d’origine poteva ricadere su di loro per rappresaglia. Per difendersi si organizzarono in universitates, corporazioni sul modello delle arti artigiane, raggruppate per nazione d’origine. A differenza di quanto sarebbe accaduto a Parigi, a Bologna erano gli studenti a controllare la corporazione: eleggevano un rettore fra loro, non fra i maestri, e assumevano e pagavano direttamente i professori, multandoli se saltavano una lezione o non completavano il programma in tempo. Il 1088 come anno di fondazione fu fissato solo nel 1888, quando una commissione presieduta da Giosuè Carducci lo scelse per l’ottavo centenario: nessun documento dell’XI secolo registra un atto costitutivo a quella data, che indica piuttosto il consolidarsi dell’insegnamento di Irnerio nei decenni precedenti.
La protezione arrivò dall’alto nel 1155, quando l’imperatore Federico Barbarossa, durante una dieta a Roncaglia, concesse con la Constitutio Habita l’immunità dei viaggiatori-studenti dalle rappresaglie e il diritto di essere giudicati dai propri maestri invece che dai tribunali comunali: il primo privilegio imperiale rivolto esplicitamente a una comunità di studio.
A Parigi il percorso fu diverso. Attorno alla scuola cattedrale di Notre-Dame, dove nella prima metà del XII secolo insegnò anche Pietro Abelardo, i maestri di teologia e di arti si costituirono a loro volta in corporazione — la universitas magistrorum et scholarium — ma qui furono i maestri, non gli studenti, a governarla. Il papato la protesse presto: fra il 1200 e il 1215 arrivarono i primi statuti approvati da un legato pontificio, e nel 1231 Gregorio IX, con la bolla Parens scientiarum, ne confermò l’autonomia dal vescovo dopo un tumulto fra studenti e sergenti cittadini che aveva causato morti e uno sciopero delle lezioni durato due anni.
A Oxford l’insegnamento organizzato risale agli stessi decenni: quando nel 1167 il re Enrico II d’Inghilterra, in rotta con la corona francese, richiamò in patria gli studenti inglesi che studiavano a Parigi, molti si stabilirono a Oxford, dove esisteva già una tradizione di scuole, e vi replicarono il modello parigino di corporazione dei maestri.
Il metodo che univa queste istituzioni era la disputatio: il maestro leggeva e commentava un testo autorevole (la lectio), poi poneva una domanda aperta (quaestio) su cui studenti e maestri argomentavano pubblicamente pro e contro secondo regole di logica formale, e infine tirava le somme in una determinatio. Non era una conversazione libera: seguiva una struttura fissa e allenava a costruire e smontare un argomento, non solo a memorizzarlo. Al termine del percorso, chi superava gli esami riceveva prima il baccellierato e poi la licenza di insegnare — la licentia docendi — e infine il titolo di maestro o dottore: un titolo pensato per valere ubique terrarum, ovunque, non solo nella città che lo aveva concesso.
Conseguenze
Nel breve periodo, il modello bolognese-parigino diede alle città e alle corti un flusso stabile di giuristi, medici e teologi formati con un curriculum riconoscibile, e diede ai testi antichi appena ritradotti — la logica aristotelica arrivata attraverso la Sicilia e la Spagna, ad esempio — un luogo dove essere insegnati in modo sistematico invece che da maestro privato a discepolo privato.
Nel lungo periodo, il modello si replicò per fondazione diretta invece che per crescita spontanea — Napoli nel 1224, voluta per decreto dall’imperatore Federico II per formare funzionari senza dipendere da Bologna, poi Salamanca e Praga — e la forma corporativa, facoltà e gradi compresi, attraversò i secoli fino a diventare il modello amministrativo delle università moderne, sebbene l’università di ricerca ottocentesca, disegnata sul modello prussiano di Humboldt, fosse un’istituzione diversa quanto a scopi: collegare le due come un’unica linea ininterrotta sarebbe una semplificazione.
Nel frattempo altrove
- 900 d.C.Rapa Nui — Oceania
- 1.000 d.C.Vichinghi a Terranova — Americhe
- 1050Cahokia — Americhe
- 1100Il Grande Zimbabwe — Africa
- 1150Angkor Wat — Asia orientale
- 1206Il sultanato di Delhi — Asia meridionale
- 1258Il sacco di Baghdad — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Le fonti sono soprattutto documentarie: statuti corporativi, atti notarili, bolle papali e privilegi imperiali conservati negli archivi di Bologna, Parigi e Oxford, editi e commentati già da Rashdall a fine Ottocento e poi da Verger. Mancano invece atti di fondazione in senso stretto, ed è per questo che la storiografia parla di un processo di consolidamento fra l’ultimo quarto dell’XI secolo e il primo trentennio del XIII, non di una nascita puntuale: il 1088 di Bologna è una convenzione ottocentesca, e anche la data della Constitutio Habita oscilla fra il 1155, quando fu concessa per la prima volta, e il 1158, quando fu riconfermata in forma più solenne alla seconda dieta di Roncaglia.
Un punto merita attenzione, perché si presta a un fraintendimento facile: l’università come corporazione autonoma che rilascia gradi validi oltre i confini locali fu un’invenzione specifica di questi decenni europei, non perché l’Europa avesse allora un sapere più avanzato di altre regioni. La Casa della sapienza di Baghdad, attiva già dal 762 sotto il patrocinio dei califfi abbasidi, aveva tradotto, commentato e ampliato per secoli matematica, medicina, ottica e filosofia greca e indiana — il lavoro da cui discende, fra l’altro, l’algebra di al-Khwarizmi — con una produttività intellettuale che Bologna del 1100 non avvicinava. Nalanda, in India, ospitava da prima del VII secolo migliaia di monaci-studenti in un campus organizzato, con una biblioteca fra le più grandi del mondo antico. Nessuna delle due, però, era una corporazione giuridicamente autonoma di studenti o maestri: erano istituzioni sotto il patrocinio diretto di un sovrano o di un califfo, che ne finanziava l’attività e ne restava l’autorità ultima; non rilasciavano un titolo standardizzato pensato per essere riconosciuto fuori dal luogo che lo emetteva; e non avevano un corpo studentesco capace di eleggere un proprio rettore o di negoziare con il potere civile come soggetto giuridico collettivo, sul modello delle corporazioni di mestiere europee. È una differenza di forma istituzionale — la personalità giuridica corporativa, mutuata dal diritto canonico e civile che proprio a Bologna si stava studiando — non un giudizio sulla qualità del pensiero prodotto altrove.
Approfondimenti
- Hastings Rashdall, The Universities of Europe in the Middle Ages, vol. I (1895) — l’opera fondativa della disciplina: lunga, ma è ancora da lì che si parte per capire statuti e privilegi di Bologna e Parigi.
- Jacques Verger, Men of Learning in Europe at the End of the Middle Ages (2000) — sintesi più maneggevole, scritta da uno specialista francese, utile per il confronto fra il modello bolognese e quello parigino.
- Charles Homer Haskins, The Rise of Universities (1923) — breve, pensato per un pubblico non specialista, e disponibile in traduzione libera online: un buon punto di partenza prima di affrontare Rashdall.