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Atlante della storia umana

Basso medioevoL'età mongola

La pax mongolica

Con le rotte messe in sicurezza, mercanti e frati attraversano l'Asia:

esatto

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Con le rotte messe in sicurezza, mercanti e frati attraversarono l’Asia: Marco Polo fu solo il più famoso. Fra il 1260 circa e la metà del Trecento, l’impero mongolo — ormai spezzato in quattro khanati spesso in guerra fra loro — mantenne comunque un sistema di stazioni di posta e di salvacondotti che rese la traversata dell’Eurasia più sicura di quanto fosse mai stata prima. Ne approfittarono mercanti veneziani e genovesi, ambasciatori pontifici, frati francescani diretti a Khanbaliq. La stessa integrazione che portò seta e argento da un capo all’altro del continente portò, verso il 1340, anche un’epidemia.

Contesto

Fra il 1206, anno in cui Temujin fu proclamato Gengis Khan, e la metà del secolo, le armate mongole avevano costruito l’impero terrestre contiguo più esteso mai esistito: dalla Corea al fiume Dnepr, con la Cina settentrionale, l’Asia centrale e la Persia sotto un’unica autorità nominale. Un impero di quella scala non poteva reggersi solo sulla forza militare: già sotto Ogodei, negli anni 1230, era stata costruita la rete di stazioni di posta a cavallo nota come yam, pensata in origine per far viaggiare in fretta ordini militari e tributi.

La sicurezza restava però relativa e i viaggiatori pochi. Nel 1245 papa Innocenzo IV inviò il francescano Giovanni da Pian del Carpine a Karakorum, per saggiare le intenzioni mongole dopo l’invasione dell’Europa orientale: il frate tornò nel 1247 con un resoconto prezioso ma anche con la notizia che il viaggio era stato durissimo. Nel 1253 un altro francescano, Guglielmo di Rubruck, partì per conto del re di Francia Luigi IX e raggiunse la corte del Gran Khan Mongke; anche il suo fu un viaggio isolato, non la prova di una rotta ormai aperta a chiunque.

Il punto di svolta materiale fu la morte di Mongke Khan nel 1259, durante l’assedio di una fortezza nel Sichuan, e la guerra di successione che ne seguì fra i suoi fratelli Kublai e Ariq Boke. Da quella frattura nacque non un impero più debole nei traffici, ma un ordine diverso: quattro stati che si contendevano l’eredità di Gengis Khan continuando, ciascuno per interesse proprio, a proteggere le carovane che attraversavano i loro territori.

Svolgimento

Fra il 1260 e il 1264 Kublai prevalse su Ariq Boke e nel 1271 proclamò la dinastia Yuan in Cina, con capitale a Khanbaliq, l’odierna Pechino. A ovest, la Persia era già in mano alla linea di Hulagu, che nel 1258 aveva conquistato e saccheggiato Baghdad: nacque così l’Ilkhanato. In Asia centrale si consolidò il khanato Chagatai, discendente dal secondogenito di Gengis; nelle steppe russe e ucraine, l’Orda d’Oro, discendente dal primogenito Jochi. I quattro khanati si combatterono spesso — l’Ilkhanato e l’Orda d’Oro per il controllo del Caucaso, Chagatai contro gli Yuan per l’Asia centrale — ma tutti condividevano tavolette di autorità in metallo, i paiza, che un mercante o un ambasciatore poteva mostrare a un posto di controllo per ottenere scorta, cavalli freschi e vitto, qualunque fosse il khanato in cui si trovava.

La rete yam coprì così l’intera Eurasia: stazioni a poche decine di chilometri di distanza l’una dall’altra, con cavalli di ricambio, alloggio e provviste per i corrieri e per chi viaggiava munito di salvacondotto. Marco Polo, che la descrisse in dettaglio, parlò di diecimila stazioni e di duecentomila cavalli mantenuti dall’amministrazione Yuan: cifre probabilmente gonfiate, ma il sistema che descrivono è confermato da altre fonti e dai ritrovamenti archeologici di tavolette paiza.

Fu in questo contesto che nel 1271 il mercante veneziano Niccolò Polo, suo fratello Maffeo e il figlio diciassettenne Marco ripartirono per la Cina, dove i primi due erano già stati una volta. Il viaggio, per via di terra attraverso la Persia e l’Asia centrale, li portò alla corte di Kublai Khan a Khanbaliq verso il 1275. Secondo il resoconto di Marco, vi rimase per circa diciassette anni, al servizio dell’amministrazione Yuan e in missione in varie parti dell’impero, prima di far ritorno via mare nel 1291-95, scortando una principessa mongola promessa in sposa all’Ilkhanato di Persia. A Venezia, fatto prigioniero dai genovesi nel 1298, dettò il suo racconto al romanziere Rustichello da Pisa: il Divisament dou Monde, noto in italiano come Il Milione.

Sulle stesse rotte viaggiarono i missionari. Giovanni da Montecorvino partì nel 1289 per incarico papale, raggiunse Khanbaliq nel 1294 e vi fondò una missione cattolica; nel 1307 fu nominato primo arcivescovo della città, tradusse il Nuovo Testamento e i Salmi in mongolo e battezzò, secondo le sue lettere, migliaia di persone. Che un francescano potesse arrivare in Cina, restarvi, e scrivere lettere che tornavano a Roma, misura quanto la traversata fosse diventata, rispetto ai tempi di Carpine, un fatto amministrativo più che un’impresa.

Conseguenze

Nel breve periodo la sicurezza delle rotte fece crescere il commercio a lunga distanza: colonie genovesi e veneziane sul mar Nero, a Caffa e a Tana, smistavano verso l’Europa seta, porcellana e spezie, e verso l’Asia argento e cavalli. Sovrani europei intrattennero rapporti diplomatici con i khanati, in particolare con l’Ilkhanato di Persia, nella speranza — mai realizzata — di un’alleanza contro i sultanati islamici. Circolarono insieme alle merci anche conoscenze tecniche e informazioni geografiche che confluirono, nei decenni successivi, nella cartografia europea.

Nel lungo periodo l’effetto più grave fu involontario: le stesse rotte che portavano mercanti portarono, verso la metà del Trecento, l’agente della peste, diffuso dai roditori delle steppe dell’Asia centrale fino al porto di Caffa e da lì al Mediterraneo — un episodio raccontato altrove in questo atlante. E quando, fra il 1330 e il 1370, i khanati si indebolirono uno dopo l’altro — l’Ilkhanato si dissolse dopo il 1335, gli Yuan furono rovesciati nel 1368, il Chagatai si frammentò — la sicurezza delle rotte terrestri venne meno insieme all’autorità che la garantiva. Non fu l’unica causa che spinse i regni europei a cercare, nei secoli successivi, vie marittime verso l’Asia, ma fu una delle condizioni che rese quella ricerca urgente.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il resoconto di Marco Polo è insieme la fonte più ricca e la più discussa. Sopravvive in circa centocinquanta manoscritti medievali, nessuno autografo, con testi che divergono fra loro anche su dettagli sostanziali: il libro fu dettato, non scritto di proprio pugno, a un autore di romanzi cavallereschi, e la tradizione manoscritta ne porta i segni. Da qui nasce un dibattito storiografico vero. Frances Wood, in Did Marco Polo Go to China? (1995), ha sostenuto che Marco non abbia mai raggiunto la Cina: nel suo racconto non compaiono la Grande Muraglia, il tè, l’uso delle bacchette o la fasciatura dei piedi, e nessuna fonte cinese lo nomina; secondo questa lettura, Marco si sarebbe fermato più a ovest, componendo il resto da fonti persiane o arabe di seconda mano. La maggioranza degli storici, fra cui Peter Jackson, resta convinta che il viaggio sia avvenuto: obietta che la Grande Muraglia continua che conosciamo è in gran parte un’opera Ming successiva, che le fonti cinesi dell’epoca registravano gli stranieri in modo incompleto, e che i dettagli di Marco sull’amministrazione Yuan — nomi di funzionari, il monopolio del sale, la moneta di carta — sono troppo precisi per venire da un racconto di seconda mano. La questione resta aperta, e questa scheda non la scioglie: la riporta con le posizioni attribuite a chi le sostiene.

I resoconti dei missionari francescani sono per confronto più sobri: Carpine e Rubruck scrivevano relazioni di viaggio con intento amministrativo e religioso, non opere letterarie, e le lettere di Montecorvino sono documenti d’archivio conservati dall’ordine francescano. L’esistenza materiale del sistema yam è confermata da tavolette paiza in bronzo e argento, alcune iscritte in scrittura mongola, conservate in vari musei: un riscontro archeologico indipendente dai testi. Resta convenzionale, infine, la datazione di chiusura di questa scheda: il 1350 usato qui indica il decennio in cui la stabilità politica dei khanati venne meno insieme alla peste, non un anno preciso in cui le rotte smisero di essere sicure.

Approfondimenti

  • Marco Polo, Milione (edizione Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, 2001) — la fonte primaria, da leggere sapendo che è anche un’opera dettata a un romanziere.
  • Frances Wood, Did Marco Polo Go to China? (1995) — la tesi scettica, utile per capire su cosa si basa il dubbio.
  • Peter Jackson, The Mongols and the West, 1221-1410 (2005) — la sintesi di riferimento sui contatti fra mongoli ed europei, comprese le missioni francescane.
  • Christopher Dawson (a cura di), The Mongol Mission (1955) — raccoglie in traduzione i resoconti di Carpine e Rubruck, le fonti più sobrie rispetto a Marco Polo.

Riferimenti

  • Marco Polo, Milione: versione toscana del Trecento, 2001, Adelphi
  • Frances Wood, Did Marco Polo Go to China?, 1995, Secker & Warburg
  • Peter Jackson, The Mongols and the West, 1221-1410, 2005, Pearson Longman
  • Christopher Dawson (a cura di), The Mongol Mission, 1955, Sheed and Ward

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