In breve
Fra il 1347 e il 1353 un’epidemia di peste attraversò l’Eurasia occidentale e uccise, secondo le stime correnti, fra un terzo e la metà della popolazione d’Europa e del Vicino Oriente: la più grande catastrofe demografica di cui la storia scritta conservi memoria. L’agente patogeno, il batterio Yersinia pestis, viaggiava nel sangue delle pulci che infestavano i ratti neri e si diffuse con insolita rapidità lungo le rotte commerciali che l’impero mongolo aveva reso sicure nel secolo precedente. Il primo focolaio in direzione dell’Europa scoppiò nel 1346 durante l’assedio mongolo del porto genovese di Caffa, in Crimea; da lì, per mare, la malattia raggiunse la Sicilia nell’ottobre 1347 e in meno di quattro anni percorse l’intero continente. Le sue conseguenze durarono per generazioni: crollo demografico, rovesciamento dei rapporti fra lavoro e terra, ondate di violenza antiebraica.
Contesto
Il ciclo della peste non era una novità del Trecento. Yersinia pestis è endemica da millenni fra i roditori selvatici delle steppe dell’Asia centrale, in particolare le colonie di marmotte del Tian Shan e del lago Issyk-Kul, dove il batterio circola fra gli animali attraverso le pulci quasi senza mai raggiungere l’uomo. Perché un’epizoozia locale diventasse una pandemia continentale servivano due condizioni, presentatesi insieme nel Trecento.
La prima era il contatto fra il serbatoio selvatico e l’uomo: il ratto nero (Rattus rattus), specie commensale dei granai, delle stive e delle case, accompagnava da secoli il commercio lungo l’Eurasia, e le sue pulci — soprattutto Xenopsylla cheopis — potevano trasferire l’infezione dai roditori selvatici a quelli sinantropici e da questi all’uomo. La seconda era una via di trasmissione rapida su lunga distanza: dagli anni 1240 l’impero mongolo aveva riunito sotto un’unica area di controllo, pur divisa in quattro khanati spesso in guerra fra loro, l’intera fascia dalla Cina alla Crimea, rendendo relativamente sicure le carovaniere che l’attraversavano — la pax mongolica, di cui questo atlante racconta altrove il funzionamento. Merci, persone e, senza che nessuno lo sapesse, ratti e pulci infette viaggiavano ormai sulle stesse rotte.
A questo si aggiungeva la condizione dell’Europa che la peste avrebbe colpito: nei due secoli precedenti la popolazione era cresciuta oltre la capacità delle tecniche agricole disponibili, si erano dissodate terre marginali, le città si erano affollate senza fognature né acqua corrente, e fra il 1315 e il 1317 la Grande Carestia aveva già indebolito parte della popolazione prima che la peste arrivasse.
Svolgimento
Nel 1346, mentre l’esercito dell’Orda d’Oro guidato dal khan Jani Beg assediava Caffa, colonia genovese sul mar Nero, la peste scoppiò fra gli assedianti. Secondo il notaio Gabriele de’ Mussi, che scrisse a poca distanza dai fatti, i mongoli decimati dalla malattia caricarono con le catapulte i cadaveri degli appestati e li scagliarono oltre le mura per contagiare gli assediati — un aneddoto la cui attendibilità resta discussa (se ne parla in «Come lo sappiamo») — ma il gesto, vero o no, non fu comunque necessario: ratti e pulci infette circolavano già fra l’accampamento e la città assediata. Alcune navi genovesi in fuga, con l’equipaggio già malato, toccarono Costantinopoli nella primavera-estate del 1347 e proseguirono verso il Mediterraneo occidentale.
L’arrivo più documentato in Europa risale all’ottobre 1347, quando alcune di quelle galee attraccarono a Messina con l’equipaggio in gran parte già morto o morente: in poche settimane il contagio raggiunse la Sicilia intera e risalì verso Genova, Pisa e Venezia. Nella primavera del 1348 la peste era già a Firenze — dove Boccaccio, che vi assistette, ne lasciò la descrizione più nota nell’introduzione al Decameron — e a Marsiglia e Parigi; in giugno raggiunse l’Inghilterra, e Londra in autunno. Nel 1349 investì Germania, Paesi Bassi e Irlanda; nel 1350 la Scandinavia; fra il 1351 e il 1353, ultima, la Russia, raggiunta sia da ovest attraverso l’Europa sia da est lungo le rotte della steppa: in meno di sette anni la peste aveva percorso l’intero margine occidentale dell’Eurasia.
La malattia si presentava in tre forme cliniche, e questo spiega insieme la sua letalità e la sua velocità. La forma bubbonica, la più comune, seguiva il morso di una pulce infetta e produceva i caratteristici bubboni — linfonodi inguinali, ascellari o cervicali gonfi ed emorragici — con una mortalità stimata attorno al 50-60% dei casi. La forma setticemica, in cui il batterio invadeva direttamente il sangue, uccideva in poche ore, spesso prima che comparissero i sintomi tipici, ed era quasi sempre mortale. La forma polmonare, infine, colpiva i polmoni e si trasmetteva per via respiratoria direttamente da persona a persona, senza bisogno di pulci o ratti: era la più letale delle tre, vicina al 100% dei casi, e la sola in grado di spiegare la diffusione anche d’inverno, quando le pulci sono normalmente inattive per il freddo. Le stime aggregate, con variazioni regionali enormi — alcune città, come Milano, restarono relativamente risparmiate, altre persero probabilmente più della metà degli abitanti —, indicano una mortalità complessiva fra un terzo e la metà della popolazione d’Europa e del Vicino Oriente in quattro o cinque anni.
Conseguenze
Nel breve periodo l’effetto più immediato fu la scarsità di manodopera. Con un terzo o più della popolazione scomparso, il lavoro contadino e artigiano divenne merce rara, e chi sopravvisse poté chiedere salari più alti: in Inghilterra il parlamento tentò di bloccarli per legge con lo Statuto dei lavoratori del 1351, che fissava i salari ai livelli pre-peste — un provvedimento la cui ripetizione negli anni successivi ne mostra l’inefficacia. Interi villaggi furono abbandonati perché non restava chi coltivasse i campi, e la terra, improvvisamente abbondante rispetto alla manodopera, perse valore mentre il lavoro lo acquistava.
Questo rovesciamento dei rapporti di forza alimentò tensioni sociali sfociate, nei decenni successivi, in rivolte contadine e urbane: la Jacquerie in Francia nel 1358 e la rivolta dei Ciompi a Firenze nel 1378 sono le più note, anche se entrambe ebbero cause concorrenti — la pressione fiscale della guerra dei Cent’anni la prima, l’esclusione dei lavoratori della lana dalle corporazioni la seconda — e non si spiegano con la sola peste.
La paura e il lutto di massa produssero anche violenza diretta. Fra il 1348 e il 1351, in decine di città dell’Europa centrale, comunità ebraiche furono accusate di aver avvelenato i pozzi e furono oggetto di pogrom e roghi di massa: a Strasburgo, il 14 febbraio 1349, furono uccise centinaia di ebrei prima ancora che l’epidemia raggiungesse la città. Papa Clemente VI condannò le accuse con due bolle nel 1348, osservando che la peste colpiva ebrei e cristiani senza distinzione, ma le condanne pontificie non fermarono le violenze.
Nel lungo periodo resta dibattuto quanto la peste abbia causato la fine del servaggio nell’Europa occidentale, piuttosto che accelerare un processo già in corso: la scarsità di manodopera rafforzò il potere contrattuale dei contadini superstiti, ma la tendenza al declino del servaggio era visibile già prima del 1347. Il confronto con l’Europa orientale è istruttivo: lì molti proprietari terrieri risposero alla stessa scarsità di braccia imponendo un servaggio più stringente, ottenendo esiti opposti a partire dalle stesse premesse demografiche. La peste, insomma, non determinò da sola l’esito: contarono anche gli assetti di potere locali e le istituzioni preesistenti.
Nel frattempo altrove
- 1206Il sultanato di Delhi — Asia meridionale
- 1250Aotearoa — Oceania
- 1300Il regno del Benin — Africa
- 1324Mansa Musa — Africa
- 1325Tenochtitlán — Americhe
- 1368I Ming — Asia orientale
- 1370Tamerlano — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Le fonti sono di tre tipi. I resoconti scritti coevi: la Historia de morbo del notaio piacentino Gabriele de’ Mussi, composta nel 1348 o poco dopo sulla base di racconti di reduci genovesi più che di osservazione diretta; l’introduzione alla prima giornata del Decameron di Boccaccio, testimonianza letteraria ma fondata su quanto l’autore visse a Firenze; e decine di cronache locali raccolte e tradotte da Rosemary Horrox in un’antologia di riferimento. Le fonti amministrative — registri parrocchiali, atti notarili, rendite fondiarie — permettono di stimare la mortalità per singole località con maggiore precisione dei resoconti narrativi.
Sull’episodio di Caffa la storiografia è divisa. Mark Wheelis, in un articolo del 2002, ha sostenuto che il lancio di cadaveri infetti descritto da de’ Mussi sia storicamente plausibile e costituisca la spiegazione più semplice per l’arrivo della peste fra i genovesi assediati. Altri storici obiettano che de’ Mussi non fu testimone diretto, che il suo resoconto ricalca un topos già presente in altre fonti medievali sugli assedi, e che comunque ratti e pulci infette circolavano già fra assedianti e assediati indipendentemente da eventuali catapulte: la diffusione sarebbe stata, in questa lettura, un contributo marginale. La questione resta aperta e probabilmente non risolvibile con le fonti disponibili.
Su un punto diverso, invece, la ricerca ha sciolto un dibattito rimasto per decenni genuinamente aperto: l’identità stessa dell’agente patogeno. Dagli anni ottanta alcuni storici — Graham Twigg nel 1984 e più tardi Samuel Cohn — avevano messo in dubbio che la «peste nera» medievale fosse la stessa malattia della peste bubbonica moderna, causata da Yersinia pestis: obiettavano che la velocità di diffusione, la stagionalità e alcuni sintomi delle cronache non corrispondessero al comportamento epidemiologico noto in età contemporanea, e che nessuna fonte medievale registrasse le grandi morie di ratti attese da un’epizoozia. Il dubbio era legittimo, non un capriccio. Il dibattito è stato risolto dall’analisi genetica: dal 2011, l’estrazione di DNA antico da vittime sepolte nelle fosse comuni scavate durante l’epidemia — il caso più citato è il cimitero di East Smithfield a Londra, usato proprio per le sepolture di massa del 1348-49 — ha permesso di ricostruire il genoma del batterio e di confermarne l’identità con Yersinia pestis. Il riscontro è stato da allora replicato su fosse comuni in altre città europee, e la conferma è oggi considerata solida: resta aperta, semmai, la domanda opposta, perché il ceppo medievale si sia diffuso così rapidamente rispetto alla peste in età moderna — una domanda biologica, non più identitaria.
Approfondimenti
- Ole J. Benedictow, The Black Death 1346-1353: The Complete History (2004) — la ricostruzione più ampia e dettagliata, regione per regione d’Europa.
- Rosemary Horrox (a cura di), The Black Death (1994) — raccoglie in traduzione i resoconti coevi, compreso quello di Gabriele de’ Mussi su Caffa.
- Kirsten I. Bos e altri, “A draft genome of Yersinia pestis from victims of the Black Death”, Nature (2011) — lo studio che ha risolto geneticamente il dibattito sull’identità del patogeno.
- Mark Wheelis, “Biological Warfare at the 1346 Siege of Caffa”, Emerging Infectious Diseases (2002) — la difesa più argomentata dell’attendibilità dell’aneddoto delle catapulte.
- Samuel K. Cohn Jr., The Black Death Transformed (2002) — la tesi scettica sull’identificazione con la peste bubbonica moderna, utile per capire su cosa si basava il dubbio prima delle analisi genetiche.