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Atlante della storia umana

Basso medioevoPeste e riassetto

I Ming

Cacciati i Mongoli, la Cina si ricostruisce:

esatto

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Nel 1368 un ex monaco mendicante di nome Zhu Yuanzhang prese Pechino, pose fine a un secolo di dominio mongolo sulla Cina e si proclamò imperatore con il nome di regno Hongwu, fondando la dinastia Ming. Vi era arrivato attraverso una carestia che gli aveva ucciso i genitori, un’infanzia in un monastero buddhista e una guerra civile durata quindici anni contro altri capi ribelli e contro i resti dell’esercito Yuan. Da imperatore ricostruì un’amministrazione centralizzata di stampo confuciano, riorganizzò la fiscalità su base catastale e, sospettoso fino alla paranoia verso i propri stessi funzionari, abolì nel 1380 la carica di primo ministro, concentrando il potere di stato nelle mani dell’imperatore come mai prima nella storia cinese.

Contesto

La dinastia Yuan, fondata nel 1271 da Kublai Khan come proiezione cinese dell’impero mongolo, aveva governato la Cina per un secolo con una gerarchia etnica ufficiale che privilegiava mongoli e altri stranieri nei ranghi alti dell’amministrazione e relegava gli han a un ordine inferiore. Il sistema aveva retto finché la corte mongola era stata coesa; dagli anni 1330 lotte di successione dinastica indebolirono il centro, mentre l’amministrazione periferica perdeva il controllo della manutenzione del Fiume Giallo e del Canale Imperiale, l’infrastruttura che teneva insieme un impero di quella scala.

Su questa fragilità si abbatterono insieme una crisi climatica ed epidemica. Fra il 1340 e il 1360 inondazioni disastrose del Fiume Giallo, aggravate dal collasso della manutenzione idraulica, si alternarono a siccità e carestie nella Cina centro-settentrionale. La stessa peste che attraversava in quegli anni le rotte carovaniere dell’Eurasia — raccontata altrove in questo atlante — colpì anche la Cina, riducendo popolazione e gettito fiscale mentre la corte, per finanziarsi, emetteva carta moneta senza copertura in metallo: l’inflazione che ne seguì erose il valore delle imposte riscosse in cartamoneta.

In questo contesto di fame, tasse e moneta svalutata nacque, nel 1328, in un villaggio della prefettura di Haozhou (l’odierna Fengyang, nell’Anhui), Zhu Yuanzhang, ultimo di più figli di braccianti senza terra. Nel 1344 una carestia gli uccise, nel giro di poche settimane, i genitori e un fratello; senza mezzi per seppellirli né per sopravvivere, il sedicenne entrò come novizio in un monastero buddhista locale, e quando anche il monastero non poté più sfamare i suoi monaci si ritrovò per anni a vagare come mendicante lungo la valle del fiume Huai.

Svolgimento

La rivolta che travolse gli Yuan nacque dentro un movimento religioso popolare, quello dei Turbanti Rossi, legato alla predicazione millenarista del Buddha Maitreya — il Buddha futuro la cui venuta, secondo la dottrina, avrebbe posto fine a un’era di sofferenza — e mescolato a culti manichei di lunga tradizione nella Cina centrale. Il movimento si organizzò in bande armate a partire dal 1351, in coincidenza con una mobilitazione forzata di manodopera per i lavori di arginatura del Fiume Giallo che la corte Yuan aveva imposto proprio per arginare la crisi idraulica, e che finì per fornire ai ribelli sia il pretesto sia una parte dei quadri.

Zhu Yuanzhang entrò in questo mondo nel 1352, arruolandosi in una delle bande dei Turbanti Rossi che operava intorno a Haozhou. Dimostrò doti di comando che le sue origini non lasciavano presagire: sposò la figlia adottiva del capo locale, ereditandone in pratica la fazione dopo la sua morte, e impose ai suoi uomini una disciplina più rigida — niente saccheggi indiscriminati dei contadini — che gli attirò consensi dove altri capi ribelli si erano fatti nemici la popolazione che pretendevano di liberare. Nel 1356 conquistò Nanchino, sul basso Yangzi, e ne fece la propria base: una città murata al centro di una regione agricola fra le più ricche dell’impero.

Nei dodici anni successivi eliminò a uno a uno i rivali che contendevano quella regione: il più pericoloso, Chen Youliang, fu sconfitto nella battaglia navale del lago Poyang nel 1363, uno degli scontri fluviali più grandi mai combattuti; nel 1367 cadde anche Zhang Shicheng, signore del delta dello Yangzi. Con la Cina meridionale unificata sotto di sé, Zhu Yuanzhang si voltò, per primo fra i capi ribelli, contro la stessa dinastia Yuan piuttosto che contro gli altri ribelli cinesi.

Il 23 gennaio 1368 si proclamò imperatore a Nanchino, adottando il nome di regno Hongwu («vasto militare») e il nome dinastico Ming («luminoso»), scelto — secondo l’interpretazione più diffusa — per il suo legame con il culto di Maitreya, sebbene una volta al potere reprimesse rapidamente quelle stesse origini settarie. Poche settimane dopo, nell’agosto del 1368, le sue truppe entrarono a Pechino (Dadu, capitale Yuan): l’ultimo imperatore mongolo, Toghon Temür, fuggì con la corte verso la Mongolia, dove i discendenti mantennero per decenni un khanato residuo, gli Yuan Settentrionali, che Hongwu e i suoi successori considerarono una minaccia militare permanente.

Da imperatore, Hongwu impostò la ricostruzione dello stato su un modello confuciano, presentato come un ritorno all’ordine cinese dopo l’occupazione straniera: ripristinò gli esami imperiali, riorganizzò l’esercito nel sistema weisuo, in cui contadini-soldati coltivavano terre assegnate in cambio del servizio militare ereditario, e realizzò un censimento catastale capillare confluito nei Registri Gialli (Huangce), aggiornati ogni dieci anni e distinti dai Registri del Pesce a Scaglie (Yulince) che mappavano i terreni. Il tutto era organizzato attraverso il sistema di mutua responsabilità fiscale del lijia, in cui gruppi di famiglie rispondevano collettivamente di imposte e corvée.

Il sospetto di Hongwu verso i propri funzionari crebbe con gli anni fino a una paranoia sistematica. Il punto di rottura fu il caso di Hu Weiyong, il suo primo ministro, giustiziato nel 1380 con l’accusa di una cospirazione per usurpare il trono, mai dimostrata con prove indipendenti dalle fonti di corte che la riportano. Hongwu usò l’episodio per abolire la carica di primo ministro stessa, dichiarando per editto che nessun successore avrebbe potuto reintrodurla: da allora l’imperatore assunse direttamente la supervisione dei sei ministeri, senza più un funzionario intermedio con autorità propria sull’intera amministrazione civile. Quella purga, e una successiva legata al generale Lan Yu nel 1393, colpirono secondo le fonti di corte decine di migliaia di persone fra funzionari, familiari e sottoposti.

Conseguenze

Nel breve periodo, la Cina uscì dalla transizione Yuan-Ming con un’amministrazione ricostruita attorno a un catasto più accurato di quanto lo stato mongolo fosse mai riuscito a produrre, e con un esercito capace di tenere sotto controllo sia la frontiera settentrionale sia il territorio interno senza dipendere da eserciti mercenari o signori della guerra regionali.

Nel lungo periodo, l’abolizione del primo ministero spostò il baricentro istituzionale cinese verso un potere imperiale privo di contrappesi formali al vertice, un assetto che i successori di Hongwu mantennero fino alla fine della dinastia nel 1644, per quanto in pratica lo colmassero con soluzioni informali — i segretari del Gabinetto Interno, poi gli eunuchi di palazzo — mai previste dall’editto del 1380. Il sistema lijia e i Registri Gialli restarono l’ossatura della fiscalità Ming per due secoli, benché la loro efficacia si erodesse via via che i registri invecchiavano senza aggiornamenti accurati.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La fonte più vicina agli eventi è la storiografia dinastica ufficiale, confluita poi nella Storia dei Ming (Mingshi), redatta però solo nel Settecento sotto la dinastia successiva, i Qing: un testo di parte, sia perché celebra la fondazione della dinastia che racconta, sia perché la sua stesura tarda risente della prospettiva dei compilatori. Gli editti imperiali sopravvissuti e la documentazione catastale — frammentaria ma in parte conservata — offrono un riscontro più diretto sull’amministrazione fiscale.

Su tre punti la ricostruzione qui proposta segnala un dibattito aperto invece di scioglierlo. Il primo riguarda la scala delle purghe di Hongwu: le cifre di vittime tramandate per il caso Hu Weiyong e per il caso Lan Yu, spesso nell’ordine delle decine di migliaia, provengono da fonti di corte scritte per giustificare a posteriori l’azione imperiale, e gli storici moderni le trattano con la stessa cautela riservata alle cifre di vittime delle campagne mongole: ordini di grandezza indicativi di un evento reale e vasto, non conteggi affidabili. Il secondo riguarda la continuità istituzionale fra Yuan e Ming: la propaganda di Hongwu presentò la sua dinastia come un ritorno integrale all’ordine cinese dopo un secolo di occupazione straniera, ma parte della storiografia recente sottolinea che l’amministrazione Ming ereditò più strutture di governo e pratiche fiscali dagli Yuan di quanto la retorica anti-mongola della nuova dinastia fosse disposta ad ammettere: la rottura politica fu netta, quella amministrativa meno di quanto la propaganda dichiarasse. Il terzo riguarda l’origine del nome «Ming»: il collegamento con il culto di Maitreya è la lettura più diffusa, ma resta un’inferenza dal contesto settario da cui Hongwu proveniva, non una dichiarazione esplicita dell’imperatore, che una volta al potere si affrettò a reprimere i movimenti religiosi popolari da cui era emerso.

Approfondimenti

  • Frederick W. Mote, Imperial China, 900-1800 (1999) — la sintesi di riferimento sulla Cina imperiale in lingua inglese, utile per collocare la transizione Yuan-Ming nella lunga durata.
  • John W. Dardess, Ming China, 1368-1644 (2011) — introduzione concisa pensata per chi arriva da fuori la sinologia, buon punto di partenza sull’intera dinastia.
  • Edward L. Dreyer, Early Ming China: A Political History, 1355-1435 (1982) — il racconto più dettagliato dell’ascesa di Zhu Yuanzhang e dei primi decenni di regno, comprese le purghe.

Riferimenti

  • Frederick W. Mote, Imperial China, 900-1800, 1999, Harvard University Press
  • John W. Dardess, Ming China, 1368-1644: A Concise History of a Resilient Empire, 2011, Rowman & Littlefield
  • Edward L. Dreyer, Early Ming China: A Political History, 1355-1435, 1982, Stanford University Press

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