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Atlante della storia umana

Basso medioevoPeste e riassetto

L'umanesimo

Nelle città italiane si tornano a leggere i classici come voci umane e non solo come autorità:

circa

1.000 d.C.Basso medioevo1400

In breve

Nelle città-stato dell’Italia centro-settentrionale — Firenze soprattutto, poi Venezia e Milano — un ceto di laici colti, spesso funzionari e cancellieri comunali più che chierici, tornò a leggere i classici latini e greci non come autorità atemporali da conciliare con la teologia, ma come opere di uomini vissuti in un’epoca diversa dalla propria. Il movimento che la storiografia chiama umanesimo nacque dalla caccia ai manoscritti avviata da Francesco Petrarca a metà del Trecento e proseguì con Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze, e con allievi come Poggio Bracciolini e Leonardo Bruni. Il 1380 usato in questa scheda è convenzionale: indica il decennio in cui a Firenze il metodo filologico prese forma stabile, fra la morte di Petrarca (1374) e l’arrivo del primo maestro di greco antico, Manuele Crisolora (1397). Non fu la nascita di un’istituzione, come l’università due secoli prima: fu un cambiamento nel modo di leggere, da cui discesero la riscoperta del greco in Occidente e i primi strumenti della critica filologica dei testi.

Contesto

Le città-stato italiane della seconda metà del Trecento erano governate da magistrature comunali o signorili che avevano bisogno costante di personale capace di scrivere lettere diplomatiche persuasive e argomentare in tribunale: notai, segretari, cancellieri. Firenze, arricchita dalla lavorazione della lana e dal credito bancario, coltivava già l’ars dictaminis, la retorica applicata alla lettera ufficiale, ma restava un sapere tecnico appreso su formulari, non su un modello di prosa classica.

L’università scolastica, nata due secoli prima a Bologna e a Parigi, organizzava il sapere in modo diverso: maestri e studenti disputavano per metodo dialettico su testi ritenuti autorità — Aristotele per la filosofia naturale, la Bibbia per la teologia, il Corpus Iuris per il diritto — cercando una sintesi coerente fra posizioni divergenti. Un passo di Cicerone, quando circolava in ambiente universitario, veniva letto per l’argomento morale che poteva offrire, non per l’epoca da cui proveniva: Aristotele era “il Filosofo”, un’autorità da conciliare con la fede, non un ateniese del IV secolo a.C.

Le biblioteche monastiche d’Italia, Francia e Germania custodivano da secoli copie di opere latine che quel metodo non aveva motivo di cercare: trattati di retorica, lettere private di Cicerone e Quintiliano, spesso ridotte a frammenti o dimenticate in codici mai più aperti. Il greco antico, che l’Occidente latino aveva quasi perso dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, restava intanto lingua viva a Costantinopoli: non andava riscoperto, andava fatto arrivare. Fu in questo ambiente — un ceto laico con un bisogno pratico di retorica e un accesso, per censo e reti di relazioni, alle biblioteche monastiche — che si formò la sensibilità nuova.

Svolgimento

Francesco Petrarca (1304-1374), chierico di formazione, diede al movimento il suo primo gesto tipico. Nel 1345, nella biblioteca del capitolo della cattedrale di Verona, trovò un codice con le lettere di Cicerone ad Attico, corrispondenza privata rimasta ignota per secoli. Leggendole, scoprì un Cicerone diverso da quello che la tradizione scolastica gli aveva consegnato: non il filosofo sereno, ma un uomo politico ambizioso e incoerente, spesso in preda al rimpianto per le proprie scelte. Deluso, gli scrisse una lettera personale — un genere che avrebbe ripetuto con Seneca e con Omero — rimproverandogli di non aver vissuto secondo i propri insegnamenti: non stava misurando Cicerone contro un’autorità senza tempo, ma contro la propria vita, in un’epoca precisa e ormai lontana. Fu lui a diffondere anche l’idea che i secoli fra la caduta di Roma e il proprio tempo fossero un’età di tenebre intellettuale, dalla quale i classici andavano fatti riemergere: una periodizzazione di parte, ma influente.

Coluccio Salutati (1331-1406), cancelliere della repubblica fiorentina dal 1375 alla morte, trasformò la caccia ai manoscritti in un progetto collettivo. Corrispose con dotti in tutta Italia, raccolse una delle maggiori biblioteche private del tempo, e mostrò che una prosa latina modellata su Cicerone poteva essere anche uno strumento di governo. Nel 1397 invitò a Firenze il dotto bizantino Manuele Crisolora per insegnare il greco antico allo Studio fiorentino: fu il primo insegnamento regolare di greco in Occidente da secoli. Fra i suoi allievi ci fu Leonardo Bruni, che tradusse dal greco opere di Platone e l’Etica Nicomachea di Aristotele senza passare per le versioni latine medievali mediate dall’arabo.

Poggio Bracciolini (1380-1459), segretario della curia pontificia, portò il metodo nelle biblioteche del nord Europa. Durante il concilio di Costanza (1414-1418), nei tempi morti delle sedute, visitò monasteri svizzeri e tedeschi e nel 1416, nell’abbazia di San Gallo, trovò un codice completo dell’Institutio oratoria di Quintiliano, fino ad allora nota solo per frammenti, oltre a orazioni ciceroniane ritenute perdute. Ne scrisse subito all’amico Guarino da Verona, in una lettera che è essa stessa una dichiarazione di metodo, e trascrisse i testi ritrovati in una grafia nuova, la littera antiqua, messa a punto con Niccolò Niccoli.

Conseguenze

Nel breve periodo, il nuovo metodo cambiò il curriculum: accanto alla logica scolastica, corti e comuni cercarono maestri di studia humanitatis — grammatica, retorica, poesia, storia, filosofia morale — per formare segretari capaci di un latino elegante e di argomentare per esempi storici invece che per sillogismi. Era una domanda politica concreta: un cancelliere che sapeva citare Livio in una lettera diplomatica dava lustro alla città che rappresentava.

Nel lungo periodo, la ricerca dei manoscritti diventò un’attività organizzata, e la fine del Trecento aprì la strada a un flusso di dotti greci verso l’Italia, cresciuto ancora dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453. Il metodo critico inaugurato da Petrarca ebbe il suo esito più clamoroso una generazione dopo il 1380: nel 1440 Lorenzo Valla dimostrò, analizzando il lessico e le formule giuridiche del testo, che la Donazione di Costantino — il documento con cui l’imperatore avrebbe attribuito a papa Silvestro I il dominio temporale sull’Occidente — era un falso composto secoli dopo la data che dichiarava, probabilmente nell’VIII secolo: un vocabolario anacronistico bastò a smontare un documento su cui la Chiesa aveva fondato pretese politiche per secoli. Fu la dimostrazione più netta che il metodo storico-filologico di Petrarca e Salutati potesse avere conseguenze politiche dirette, non solo letterarie.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti principali sono le lettere degli stessi protagonisti: le Familiares e le Seniles di Petrarca, l’epistolario di Salutati, e la lettera di Poggio a Guarino da Verona sulla scoperta di San Gallo, insieme resoconto di viaggio e dichiarazione di metodo. Che questi uomini si scrivessero costantemente, confrontando scoperte e letture, permette di ricostruire il movimento come una rete di relazioni personali più che come un programma dettato dall’alto. A questo si aggiunge l’evidenza materiale dei manoscritti con marginalia autografe di Petrarca e Salutati, e gli esemplari trascritti nella littera antiqua, che documentano — con l’errore sull’origine carolingia della grafia — quanto gli stessi protagonisti fraintendessero il passato che credevano di restaurare. Per questo l’anno qui è segnato come circa: il 1380 indica un decennio di consolidamento del metodo a Firenze, non un evento singolo databile.

Su un punto la storiografia è divisa, ed è la periodizzazione stessa. Jacob Burckhardt, nella Civiltà del Rinascimento in Italia (1860), fece dell’umanesimo italiano l’atto di nascita della modernità e dell’individuo, in rottura netta con un medioevo di conformismo collettivo: una lettura potente, che ha fissato per un secolo il modo di raccontare il periodo. Storici successivi, a partire da Paul Oskar Kristeller, l’hanno ridimensionata, mostrando quanta filosofia scolastica aristotelica continuasse a insegnarsi nelle università italiane per tutto il Quattrocento, spesso nelle stesse città degli umanisti: la cesura netta fra medioevo e Rinascimento è in parte una costruzione ottocentesca, e le continuità furono sostanziali. Anche la parola “umanesimo” è un conio moderno, comparso in tedesco nell’Ottocento per descrivere ciò che i contemporanei chiamavano più modestamente studia humanitatis: proiettarla all’indietro come nome di un movimento consapevole di sé è un lieve anacronismo, dello stesso tipo di quello che riguarda “via della seta”. Resta discusso, infine, quanto il “senso storico” di Petrarca fosse davvero nuovo, dato che una lettura filologica di Seneca e Livio si trova già nel Duecento, nella scuola padovana di Lovato Lovati. Questa scheda segue la lettura più diffusa, che attribuisce a Petrarca il gesto fondativo per intensità e influenza, senza considerarlo un inizio assoluto.

Approfondimenti

  • Paul Oskar Kristeller, Renaissance Thought and its Sources (1979) — la tesi che ha corretto Burckhardt dall’interno della disciplina: l’umanesimo come movimento retorico-filologico, distinto dalla filosofia scolastica che continuò a prosperare accanto a esso.
  • Anthony Grafton e Lisa Jardine, From Humanism to the Humanities (1986) — segue gli umanisti nelle aule, mostrando cosa il nuovo curriculum cambiò davvero nella formazione dei giovani, e cosa no.
  • Charles G. Nauert, Humanism and the Culture of Renaissance Europe (2006) — sintesi manualistica aggiornata, utile per collocare Petrarca, Salutati e Poggio in una cronologia continua fino al Cinquecento.
  • Jacob Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien (1860) — la lettura opposta, quella che ha reso l’umanesimo sinonimo di nascita della modernità: da leggere proprio per capire di cosa discute la storiografia successiva.
  • Lorenzo Valla, On the Donation of Constantine, a cura di G. W. Bowersock (2007) — il testo stesso della dimostrazione del 1440, in edizione critica con originale latino a fronte: il caso più netto del metodo raccontato in questa voce.

Riferimenti

  • Paul Oskar Kristeller, Renaissance Thought and its Sources, 1979, Columbia University Press
  • Anthony Grafton e Lisa Jardine, From Humanism to the Humanities, 1986, Harvard University Press
  • Charles G. Nauert, Humanism and the Culture of Renaissance Europe, 2006, Cambridge University Press
  • Jacob Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien, 1860
  • Lorenzo Valla, On the Donation of Constantine, 2007, Harvard University Press

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