In breve
Nel 1370 Timur — quasi ovunque nella storiografia europea Tamerlano, deformazione del persiano Timur-i Lang, «Timur lo zoppo» — si impadronì di Balkh e fece di Samarcanda la capitale di un dominio costruito sul modello di Gengis Khan, di cui non era discendente di sangue ma genero acquisito per matrimonio. Nei trentacinque anni seguenti guidò eserciti che devastarono la Persia, il Caucaso, la steppa dell’Orda d’Oro, il subcontinente indiano e l’Anatolia, fino alla cattura del sultano ottomano Bayezid I ad Ankara nel 1402. Morì nel febbraio 1405 mentre marciava contro la Cina Ming. Le sue campagne furono fra le più distruttive del basso medioevo, ma la stessa violenza finanziò a Samarcanda una fioritura architettonica che ne fece uno dei centri più splendidi dell’Asia islamica.
Contesto
A metà del XIV secolo il khanato Chagatai, uno dei quattro tronconi in cui si era frantumato l’impero mongolo, era già diviso in due: a est Moghulistan, ancora nomade e poco islamizzato; a ovest Transoxiana, la regione fra l’Amu Darya e il Syr Darya irrigata dallo Zeravshan, dove secoli di agricoltura d’oasi e il passaggio delle carovane fra Cina, India e Mediterraneo avevano prodotto città ricche — Samarcanda, Bukhara, Balkh — e una popolazione turco-mongola ormai sedentarizzata e in gran parte musulmana. A complicare il quadro, un generazione prima la pandemia di peste che gli europei avrebbero poi chiamato Morte Nera era passata proprio da questa regione, forse dai pascoli intorno al lago Issyk-Kul, spopolando aree intere e indebolendo ulteriormente gli stati successori mongoli prima ancora che Timur nascesse.
In questo vuoto di potere valeva una regola rigida: solo un discendente maschio di Gengis Khan poteva fregiarsi del titolo di khan. Un capo ambizioso ma senza quel sangue doveva governare in nome di un khan fantoccio, oppure legittimarsi per via matrimoniale. Timur nacque intorno al 1336 a Kesh, non lontano da Samarcanda, in una famiglia di rango medio della tribù Barlas, turco-mongola e turchizzata. Una ferita giovanile alle gambe, di cui le fonti non concordano sull’origine — scontro in battaglia secondo alcune, incidente in un’incursione per bestiame secondo altre — gli lasciò una zoppia permanente, da cui il soprannome. Si fece strada attraverso alleanze mutevoli fra amiri rivali, non attraverso un’eredità di famiglia.
Svolgimento
Nel 1370 Timur sconfisse il suo ultimo grande rivale, l’amir Husayn, e ne prese Balkh; si proclamò amir supremo di Transoxiana e stabilì la capitale a Samarcanda. Per legittimarsi sposò Saray Mulk Khanum, principessa genghiside vedova di un khan Chagatai, ottenendo il titolo di guregen, «genero»: governò da allora formalmente in nome di khan Chagatai fantoccio, il cui nome restava sulle monete e nella preghiera del venerdì, mentre il potere reale era suo.
Da Samarcanda lanciò decenni di campagne. Negli anni 1380 sottomise il Khorasan e l’Iran, e nel 1387 represse con particolare durezza una rivolta a Isfahan, dove le cronache riferiscono torri di teschi costruite con i corpi degli abitanti massacrati. Negli anni 1390 si rivolse contro Tokhtamysh, khan dell’Orda d’Oro che aveva in passato aiutato a salire al potere e che ora minacciava i confini settentrionali di Transoxiana: le battaglie di Kondurcha (1391) e del fiume Terek (1395) distrussero gli eserciti dell’Orda e devastarono la Russia meridionale, incluso il sacco di Sarai, la sua capitale sul Volga.
Nel 1398 Timur invase il sultanato di Delhi, attraversando l’Indo in settembre; prima della battaglia decisiva del 17 dicembre fece massacrare, secondo le cronache, decine di migliaia di prigionieri per timore di una rivolta durante lo scontro. Sconfitto il sultano Nasir al-Din Mahmud Shah Tughluq, saccheggiò Delhi e ne deportò verso Samarcanda artigiani ed elefanti da guerra. Fra il 1400 e il 1401 marciò contro i mamelucchi in Siria, saccheggiando Aleppo e poi Damasco — dove lo storico Ibn Khaldun, assediato in città, ebbe con lui un colloquio diretto che raccontò nella propria autobiografia — e colpì di nuovo Baghdad, già distrutta dai Mongoli di Hulagu nel 1258, con un secondo massacro e nuove piramidi di teschi.
Lo scontro finale fu con l’impero ottomano di Bayezid I, che contendeva a Timur il controllo dei principati turchi dell’Anatolia orientale. Il 20 luglio 1402, nella battaglia di Ankara, l’esercito timuride sbaragliò quello ottomano, complici le diserzioni di contingenti anatolici verso Timur; Bayezid fu catturato e morì in prigionia l’anno seguente. Alla fine del 1404 Timur lasciò Samarcanda alla testa di un esercito enorme per invadere la Cina dei Ming; morì il 18 febbraio 1405 a Otrar, sul Syr Darya, prima di aver varcato la frontiera cinese.
Conseguenze
Nel breve periodo la distruzione fu materiale e diffusa: economie urbane, sistemi d’irrigazione e tradizioni artigiane furono spezzati a Isfahan, a Delhi, ad Aleppo e a Baghdad, spesso per generazioni. L’Orda d’Oro non si riprese mai pienamente dai colpi del 1391 e del 1395, e la sua crisi accelerò l’ascesa di Mosca come potenza autonoma nella Russia settentrionale. La cattura di Bayezid aprì un decennio di guerra civile fra i suoi figli, l’«interregno» ottomano, che rinviò di circa mezzo secolo la pressione turca su Costantinopoli.
Nel lungo periodo l’impero di Timur non sopravvisse intatto alla sua morte: si divise fra eredi in lotta, finché il figlio Shah Rukh ne consolidò il nucleo persiano da Herat. La dinastia timuride proseguì per un secolo abbondante, con una fioritura culturale — l’astronomia del nipote Ulugh Beg a Samarcanda, la pittura miniata, l’architettura persianizzante — che avrebbe influenzato tanto i safavidi in Iran quanto i moghul in India, fondati da un discendente diretto di Timur, Babur. Samarcanda stessa fu il beneficiario permanente della violenza altrove: la moschea di Bibi-Khanym venne costruita con artigiani ed elefanti portati da Delhi, il mausoleo di Gur-e Amir — dove Timur è sepolto — e i primi edifici del Registan nacquero dallo stesso flusso forzato di manodopera specializzata, prigionieri di guerra scelti apposta perché sapevano costruire, decorare, intarsiare. Distruggere altrove e costruire a Samarcanda non furono due politiche separate, ma la stessa politica vista da due lati.
Nel frattempo altrove
- 1250Aotearoa — Oceania
- 1324Mansa Musa — Africa
- 1325Tenochtitlán — Americhe
- 1347La peste nera — Europa
- 1368I Ming — Asia orientale
- 1380L'umanesimo — Europa
- 1498Vasco da Gama — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Le fonti principali sulle campagne di Timur sono cronache di corte scritte per celebrarlo: il Zafarnama di Nizam al-Din Shami, completato nel 1404 mentre Timur era ancora vivo su sua stessa commissione, e quello più tardo ed elaborato di Sharaf al-Din Ali Yazdi, scritto intorno al 1424-25 per un nipote di Timur. Entrambi avevano un interesse dichiarato a magnificarne le imprese, comprese le cifre delle vittime e le torri di teschi: un numero enorme, in quella prospettiva, era un segno di potenza da celebrare, non un crimine da nascondere. Sul fronte opposto sta la biografia ostile di Ibn Arabshah, autore arabo deportato da bambino a Samarcanda dopo il sacco di Damasco e poi fuggito, che descrive Timur come un mostro: qui l’interesse va nella direzione opposta, quella di massimizzare l’orrore. Fra i due estremi resta la testimonianza diretta e relativamente disinteressata di Ibn Khaldun, che incontrò Timur di persona fuori Damasco nel gennaio 1401 e ne lasciò un ritratto nella propria autobiografia.
Le cifre delle vittime attribuite a Isfahan, a Delhi, ad Aleppo e a Baghdad — tipicamente decine di migliaia per episodio nelle fonti — vanno lette con la cautela dovuta a testimonianze di parte in entrambe le direzioni, celebrativa e ostile, e nessuna fonte amministrativa o archeologica indipendente le conferma nei dettagli: che i massacri siano avvenuti su larga scala non è in discussione, la loro entità esatta sì. Va inoltre distinto con chiarezza il sacco timuride di Baghdad del 1401 da quello, molto più noto, compiuto dai Mongoli di Hulagu nel 1258: sono due eventi separati da centoquarantatré anni, spesso confusi nella memoria popolare. Resta discusso anche se la spedizione contro la Cina Ming fosse concepita come una vera guerra di conquista religiosa o come un’affermazione simbolica di sovranità universale sul modello gengiside: la morte di Timur interruppe l’impresa prima che le sue intenzioni potessero manifestarsi negli atti.
Approfondimenti
- Beatrice Forbes Manz, The Rise and Rule of Tamerlane (1989) — lo studio accademico di riferimento sull’ascesa politica di Timur e sulla struttura tribale che la rese possibile.
- Justin Marozzi, Tamerlane: Sword of Islam, Conqueror of the World (2004) — biografia narrativa incentrata su Timur, da non confondere con il suo libro successivo su Baghdad citato altrove in questo atlante.
- W. M. Thackston (a cura di), A Century of Princes: Sources on Timurid History and Art (1989) — un’antologia di fonti timuridi tradotte in inglese, utile per leggere direttamente cosa scrivevano i cronisti di corte.