In breve
In un giorno dell’anno 79 il Vesuvio eruppe e seppellì Pompei sotto tre metri di pomici e ceneri, ed Ercolano sotto una ventina di metri di depositi da flussi piroclastici. Morirono migliaia di persone. Per la storia, la catastrofe produsse un effetto paradossale: conservò una città romana con le sue case, i suoi negozi, i suoi graffiti, i suoi cibi e i suoi corpi, in un dettaglio che nessun altro sito del mondo antico offriva. Gran parte di ciò che sappiamo della vita quotidiana romana — non delle guerre e degli imperatori, ma di cosa si mangiava, come si arredava, cosa si scriveva sui muri — viene da qui.
Contesto
Il Vesuvio non era considerato un vulcano attivo: nessuna memoria storica di eruzioni recenti circolava, e le sue pendici erano coltivate a vite proprio perché i suoli vulcanici sono fertili. È il rischio classico degli intervalli lunghi fra eventi: la pericolosità è invisibile a chi vive nel periodo di quiete.
Pompei era una città di medie dimensioni della Campania, forse dodicimila abitanti, con una storia lunga: origine osca, influenza greca ed etrusca, colonia romana dall’80 a.C. Viveva di agricoltura, di produzione di vino e garum, e di commercio; il porto e la vicinanza a Napoli e Puteoli la collegavano al traffico mediterraneo.
Un antefatto conta e viene spesso dimenticato: nel 62 o 63, circa sedici anni prima, un forte terremoto aveva danneggiato gravemente la città. Al momento dell’eruzione molti edifici erano ancora in ricostruzione, e questo va tenuto presente quando si legge Pompei come istantanea di una città «normale».
Svolgimento
Il racconto contemporaneo è di Plinio il Giovane, in due lettere scritte una ventina d’anni dopo a Tacito. Aveva diciassette anni ed era a Miseno, sull’altro lato del golfo. Suo zio, Plinio il Vecchio, comandante della flotta e autore della Naturalis historia, salpò per soccorrere la popolazione e morì sulla spiaggia di Stabia.
Le lettere descrissero una nube che si alzò dalla montagna «a forma di pino», il buio che scendeva in pieno giorno, il mare che si ritirò, la cenere che cadeva sempre più densa, la gente che fuggiva con cuscini legati sulla testa per proteggersi dai lapilli. La vulcanologia moderna ha dato il nome di eruzione pliniana a questa tipologia, dalla sua descrizione: una colonna eruttiva alta decine di chilometri che alla fine collassò generando flussi piroclastici — miscele di gas e materiale incandescente che scendevano a grande velocità e uccidevano in pochi istanti.
La sequenza ricostruita è a due fasi. Prima la caduta di pomici, che durava molte ore: seppellì Pompei, faceva crollare i tetti sotto il peso, e permetteva a molti di fuggire. Fu in questa fase che la maggioranza degli abitanti lasciava la città. Poi i flussi piroclastici, che travolsero Ercolano e infine Pompei, uccidendo chi era rimasto — nelle case, nei sotterranei, sulla spiaggia.
Le vittime di Ercolano trovate negli anni Ottanta del Novecento nei fornici sulla riva, centinaia di scheletri, mostrarono una morte istantanea per calore. A Pompei i corpi lasciarono cavità nella cenere indurita, e dalla metà dell’Ottocento si prese a riempirle con gesso ottenendo i calchi che sono l’immagine più nota del sito.
Conseguenze
La conseguenza per la storia è la conservazione. Pompei ed Ercolano restituiscono ciò che nel resto del mondo romano è andato perduto: case complete con affreschi e mobili, botteghe con le anfore al loro posto, forni con il pane dentro, latrine, giardini di cui si è ricostruita la flora dai pollini, e migliaia di graffiti — insulti, conti, dichiarazioni d’amore, propaganda elettorale, orari — che sono la voce di persone che nessun autore antico avrebbe citato.
A Ercolano la Villa dei Papiri ha restituito una biblioteca di rotoli carbonizzati, che le tecniche di imaging recenti stanno cominciando a leggere senza aprirli: è uno dei pochi casi in cui il patrimonio testuale antico può ancora crescere.
La conseguenza per la vulcanologia è metodologica: il Vesuvio è uno dei vulcani più studiati del pianeta, e la ricostruzione dell’eruzione del 79 è un modello di riferimento per la valutazione del rischio. Oggi nell’area di possibile impatto vivono centinaia di migliaia di persone.
Una conseguenza che merita di essere detta riguarda l’archeologia stessa. Pompei è stata scavata a partire dal Settecento con criteri che oggi consideriamo distruttivi, alla ricerca di oggetti per collezioni reali. Una parte di ciò che è stato perso, è stato perso da chi scavava. E il sito continua a degradarsi: la conservazione di un centro urbano intero all’aperto è un problema tecnico ed economico non risolto.
Nel frattempo altrove
- 30 d.C.Gesù di Nazareth — Medio Oriente
- 50 d.C.Il commercio dei monsoni — Asia meridionale
- 100 d.C.Teotihuacán — Americhe
- 105 d.C.L'invenzione della carta — Asia orientale
- 150 d.C.Tolomeo e Galeno — Medio Oriente
- 200 d.C.Il regno di Aksum — Africa
- 300 d.C.Verso il Pacifico orientale — Oceania
Come lo sappiamo
La fonte testuale è una: Plinio il Giovane, testimone indiretto, che scrisse vent’anni dopo su richiesta di Tacito. Il valore è alto perché descriveva fenomeni che non poteva inventare e che corrispondono a ciò che la vulcanologia riconosce; il limite è che era lontano, giovane, e scriveva anche l’elogio funebre dello zio.
Tutto il resto è archeologia e scienze della terra: stratigrafia dei depositi, che dà la sequenza delle fasi; paleobotanica e archeozoologia, che ricostruiscono dieta e ambiente; analisi delle ossa, che dicono età, salute, alimentazione e talvolta origine geografica; e le tecniche di lettura non invasiva dei papiri.
Su tre punti la discussione è viva, e il primo può sorprendere.
La data. La tradizione, basata sui manoscritti di Plinio, dà il 24 agosto. Diverse prove suggeriscono però l’autunno: frutta autunnale nei depositi, bracieri predisposti, indumenti pesanti, e un’iscrizione a carboncino rinvenuta nel 2018 che riporta una data di ottobre. Molti studiosi propendono oggi per una data fra la fine di ottobre e novembre; la questione non è chiusa, e per questo la precisione della data in questa scheda è dichiarata contestata.
Il numero delle vittime non è noto. Si trovarono resti di circa milletrecento persone a Pompei e centinaia a Ercolano, ma non sappiamo quanti abitassero le città né quanti fossero fuggiti in tempo: le stime complessive vanno da poche migliaia a oltre diecimila e non sono verificabili.
L’interpretazione dei calchi va fatta con cautela: le posizioni dei corpi, che l’immaginario legge come agonie, dipendono in parte dalla contrazione dei tessuti per il calore, e in parte dal modo in cui i calchi sono stati realizzati e talvolta ritoccati nell’Ottocento.
Un’ultima avvertenza. Pompei è una città sepolta in un momento particolare — sedici anni dopo un terremoto, in una fuga di massa — e vederla come la fotografia di una tipica città romana in un giorno normale è un errore che si commette facilmente.
Approfondimenti
- Mary Beard, Pompei: vita di una città romana (2008) — smonta con eleganza le certezze consolidate e mostra quanto sia difficile leggere anche un sito così ricco.
- Plinio il Giovane, Epistulae VI, 16 e VI, 20 — due lettere brevi, la fonte di tutto il racconto, e la ragione per cui si parla di eruzioni pliniane.
- Andrew Wallace-Hadrill, Herculaneum: Past and Future (2011) — su Ercolano, dove la conservazione è ancora migliore e i problemi anche.