Salta al contenuto
Atlante della storia umana

Età assialeLa svolta assiale

Alessandro Magno

In dodici anni conquista dall'Egitto all'Indo e apre un lungo periodo di fusione culturale greco-orientale

esatto

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Nel 334 a.C. Alessandro III di Macedonia attraversò l’Ellesponto alla testa dell’esercito ereditato dal padre Filippo II e in poco più di un decennio conquistò l’impero achemenide, dall’Egitto fino all’India nord-occidentale. Morì a Babilonia nel 323 a.C., a trentadue anni, senza aver designato un successore: l’impero si frantumò quasi subito fra i suoi generali. La conquista aprì un lungo periodo di contatto e fusione fra mondo greco e mondo orientale — l’ellenismo — fondato su città di nuova fondazione, una lingua comune diffusa su scala vastissima e un potere che assorbì, non solo impose, elementi persiani.

Contesto

Filippo II aveva trasformato la Macedonia, regno periferico ai margini del mondo greco, in una potenza militare capace di imporre la propria egemonia su tutta la Grecia continentale dopo la battaglia di Cheronea nel 338 a.C., e aveva progettato una spedizione contro l’impero achemenide, presentata come rivalsa per le guerre persiane del secolo precedente. Filippo fu assassinato nel 336 a.C., forse per una congiura di corte i cui mandanti restano incerti, e Alessandro, ventenne, ereditò insieme il trono, l’esercito e il piano di guerra.

L’esercito macedone era uno strumento nuovo: la falange armata di sarisse lunghe fino a sei metri si combinava con una cavalleria pesante, gli Eteri, usata come arma decisiva e non solo di supporto. Dall’altra parte, l’impero achemenide restava lo stato più esteso del mondo conosciuto, ma attraversava tensioni dinastiche e faticava a coordinare satrapie lontane fra loro migliaia di chilometri: un impero enorme, non debole, ma lento a mobilitare le proprie risorse contro un esercito rapido e già concentrato.

Svolgimento

Nel 334 a.C. Alessandro sbarcò in Asia Minore con circa quarantamila uomini e sconfisse una prima resistenza persiana sul fiume Granico. Nel 333 a.C. affrontò Dario III a Isso, in Cilicia: la battaglia si chiuse con la fuga di Dario e la cattura della sua famiglia. Nel 332 a.C. assediò Tiro, città fenicia su un’isola ritenuta imprendibile: l’assedio durò sette mesi e si concluse con il massacro di migliaia di abitanti e la vendita in schiavitù dei sopravvissuti. Già l’anno prima, nel 335 a.C., di fronte a una rivolta greca, Alessandro aveva dato la misura del prezzo di resistergli: Tebe fu rasa al suolo e la popolazione superstite venduta come schiava, mentre le altre città greche restarono a guardare. Non furono episodi isolati, ma un metodo: la sottomissione rapida ricompensata, la resistenza punita per scoraggiare chiunque altro.

Dall’Egitto, conquistato senza combattere nel 332 a.C. e dove fu accolto come liberatore dal dominio persiano, fondando Alessandria, la spedizione risalì in Mesopotamia. Nel 331 a.C., a Gaugamela, presso l’odierna Mosul, sconfisse l’esercito achemenide riunito con le sue forze più consistenti, compresi elefanti e carri falcati; Dario III fuggì di nuovo e fu ucciso l’anno dopo da un suo stesso satrapo, Besso, ponendo fine alla dinastia achemenide. Alessandro occupò Babilonia, Susa e Persepoli, la cui reggia fu incendiata in circostanze che le fonti attribuiscono a un banchetto ubriaco o a una rappresaglia per l’incendio persiano dell’Acropoli di Atene un secolo e mezzo prima.

Proclamatosi erede del trono achemenide, proseguì verso oriente attraverso Iran, Afghanistan e Battriana, con una resistenza guerrigliera che richiese anni di campagne logoranti. In quegli anni introdusse a corte la proskynesis, l’inchino rituale riservato al Gran Re persiano: un gesto che ai macedoni, abituati a un rapporto più diretto col proprio sovrano, apparve una pretesa di sottomissione quasi divina. Nello stesso periodo fece giustiziare Filota e suo padre Parmenione per una congiura mai del tutto chiarita; uccise di persona, in un accesso d’ira, l’amico Clito il Nero; e fece condannare a morte Callistene, storico ufficiale della spedizione, per la sua opposizione alla proskynesis.

Nel 327 a.C. l’esercito entrò in India nord-occidentale. Nel 326 a.C., sul fiume Idaspe (l’odierno Jhelum, in Pakistan), Alessandro sconfisse il re Poro, il cui esercito schierava elefanti da guerra in numero mai affrontato prima; colpito dal coraggio del vinto, lo lasciò governare il proprio regno come satrapo. Fu l’ultima battaglia della spedizione: sull’Ifasi (l’odierno Beas) l’esercito, esausto, si rifiutò di proseguire verso il Gange, e Alessandro dovette cedere e ordinare il ritorno. La marcia attraverso il deserto di Gedrosia costò perdite pesantissime per fame e sete.

Alessandro morì a Babilonia nel giugno del 323 a.C., probabilmente di febbre, forse aggravata da un fisico logorato da ferite e alcol; l’ipotesi di un avvelenamento circola fin dall’antichità ma senza prove dirimenti. Secondo la tradizione, alla domanda su chi dovesse succedergli rispose che l’impero sarebbe andato «al più forte»: un’ultima parola, se autentica, insieme lascito e sentenza sulla frammentazione che seguì.

Conseguenze

Nell’immediato, l’assenza di un successore designato aprì oltre quarant’anni di guerre fra i suoi generali, i diadochi, che smembrarono l’impero in regni rivali — l’Egitto tolemaico, la Siria seleucide, la Macedonia antigonide — senza che nessuno riuscisse a ricomporne l’unità.

Sul lungo periodo, la spedizione aprì l’ellenismo: un’epoca di contatto intenso fra mondo greco e mondo orientale, durata secoli oltre la vita di Alessandro. Decine di città, molte chiamate Alessandria, furono fondate o rifondate lungo le rotte della conquista come presìdi militari e poi come centri urbani stabili, diffondendo la koinè, il greco comune, come lingua di amministrazione e cultura in un’area vastissima fra Mediterraneo e Asia centrale. I matrimoni misti fra macedoni e persiane che Alessandro promosse — il più noto è quello collettivo di Susa del 324 a.C. — ebbero però successo limitato: molti macedoni li accolsero con freddezza, e alcuni li sciolsero appena Alessandro fu morto. La fusione culturale non fu dunque a senso unico: mentre lingua e forme urbane greche si diffondevano verso oriente, elementi persiani — la proskynesis, il cerimoniale di corte, pratiche amministrative achemenidi mantenute dai regni ellenistici perché già funzionanti — entravano nel modo in cui i greci stessi esercitavano il potere.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Nessuna fonte contemporanea alla spedizione è sopravvissuta per intero. Le memorie di Callistene, storico ufficiale al seguito dell’esercito, sono perdute — proprio l’uomo che avrebbe potuto raccontare la campagna da testimone diretto fu giustiziato da Alessandro stesso, e con lui sparì la cronaca più vicina ai fatti. Perdute anche le memorie di Tolomeo, poi fondatore della dinastia lagide, e quelle di Aristobulo, altro partecipante alla spedizione: sono i testi su cui si basa Arriano, che scrive la sua Anabasi di Alessandro nel II secolo d.C., quasi quattrocento anni dopo i fatti. Arriano è considerato oggi la fonte più affidabile proprio perché segue testimoni diretti e scarta gli aneddoti più romanzeschi, ma resta un autore tardo, che scrive per un pubblico romano e filtra la materia attraverso quella distanza.

Le altre tradizioni superstiti sono ancora più lontane nel tempo e nell’intento. Plutarco scrive Vite parallele con uno scopo dichiaratamente morale, interessato al carattere più che alla cronologia militare. Curzio Rufo e Diodoro Siculo attingono alla tradizione più romanzata detta «vulgata», che risale in parte a Clitarco, storico mai testimone diretto e incline all’aneddoto spettacolare. Le stesse scene — la morte di Clito, la proskynesis, l’incendio di Persepoli — arrivano così a noi in versioni divergenti, ed è spesso impossibile stabilire quale rifletta i fatti e quale gli interessi di chi scriveva secoli dopo.

Questo squilibrio spiega perché l’immagine di Alessandro cambi radicalmente a seconda di chi la racconta: genio militare visionario per una tradizione, despota megalomane accecato dal potere per un’altra, e in buona parte inconoscibile nella sua personalità reale, perché le fonti dirette che l’avrebbero potuta restituire — Callistene per primo — non sono arrivate. Va aggiunto che quasi tutte le fonti superstiti sono greche o guardano alla spedizione dal punto di vista macedone: la prospettiva delle popolazioni conquistate — persiana, battriana, indiana — non ci è arrivata in forma diretta, e si ricostruisce solo indirettamente, per esempio dai documenti amministrativi achemenidi che i regni ellenistici ereditarono. Resta infine dibattuta la causa della morte: febbre, forse tifoide o malaria, è la lettura oggi prevalente, ma l’ipotesi di un avvelenamento, circolata già nell’antichità, non è esclusa con certezza dalle fonti disponibili.

Approfondimenti

  • Robin Lane Fox, Alexander the Great (1973) — una biografia narrativa che resta un punto di riferimento per il pubblico non specialista, pur privilegiando talvolta il racconto sull’analisi delle fonti.
  • A.B. Bosworth, Conquest and Empire: The Reign of Alexander the Great (1988) — la lettura più critica verso le fonti antiche, utile per capire quanto della «vulgata» sia da trattare con cautela.
  • Arriano, Anabasi di Alessandro — la fonte antica più vicina ai testimoni diretti, disponibile in traduzione: leggerla aiuta a vedere da dove viene davvero ciò che sappiamo, e cosa manca.

Riferimenti

  • Arriano, Anabasi di Alessandro
  • Robin Lane Fox, Alexander the Great, 1973, Allen Lane
  • A.B. Bosworth, Conquest and Empire: The Reign of Alexander the Great, 1988, Cambridge University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.