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Atlante della storia umana

Età assialeEllenismo e unificazioni

Alessandria

La Biblioteca e il Museo concentrano sapere e ricercatori:

circa

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Fondata da Alessandro Magno nel 331 a.C. sulla costa mediterranea egiziana, Alessandria divenne sotto la dinastia dei Tolomei la capitale e il porto principale di un regno greco-macedone in terra d’Egitto. La sua fama duratura viene da due istituzioni: la Biblioteca, che mirava a raccogliere l’intera produzione letteraria greca, e il Museo, un’accademia di ricerca finanziata dallo stato dove lavorarono Euclide, Eratostene, Erofilo ed Erasistrato. Fu per un paio di secoli il principale centro di sapere del Mediterraneo, un ruolo che il declino della Biblioteca — graduale, non frutto di un singolo evento distruttivo — non cancellò subito.

Contesto

L’Egitto che Alessandro invase nel 332 a.C. era una provincia dell’impero achemenide da meno di un secolo, dopo essere stato per millenni uno stato autonomo lungo il Nilo, e la popolazione locale, insoddisfatta del dominio persiano, lo accolse senza combattere. Durante la sosta invernale del 332-331 a.C. Alessandro scelse il sito per una nuova città: una lingua di terra fra il mare e il lago Mareotide, vicino al villaggio egizio di Rhacotis, riparata dall’isola di Faro e priva del limo che intasava le foci del Nilo più a est. La posizione garantiva un porto profondo, acqua dolce dal Nilo tramite un canale, e un accesso diretto alle rotte verso la Grecia, un vantaggio che le antiche capitali egizie, rivolte verso l’interno del paese, non avevano mai avuto.

Alla morte di Alessandro nel 323 a.C., il suo generale Tolomeo, figlio di Lago, si assicurò la satrapia d’Egitto e nel 305 a.C. si proclamò re, fondando la dinastia lagide, che governò l’Egitto per quasi tre secoli fino alla morte di Cleopatra VII nel 30 a.C. Tolomeo spostò la capitale da Menfi ad Alessandria, privilegiando il commercio marittimo e la proiezione verso il mondo greco; e ne rafforzò la legittimità dirottando il corteo funebre di Alessandro, diretto in Macedonia, per seppellirne il corpo in città.

Svolgimento

La città crebbe secondo una pianta a griglia regolare, progettata dall’architetto Dinocrate di Rodi. Il porto, protetto dal Faro — la cui torre, alta forse oltre cento metri, sarebbe diventata una delle sette meraviglie del mondo antico — gestiva il traffico di grano, papiro e merci di lusso. La popolazione era multietnica fin dall’origine: greci e macedoni al vertice dell’amministrazione, una consistente comunità egizia, e una delle più grandi comunità ebraiche della diaspora, abbastanza numerosa da produrre, nei secoli successivi, la traduzione greca della Bibbia ebraica nota come Settanta.

Fu Tolomeo I (305-283 a.C.), forse su suggerimento del filosofo Demetrio Falereo, a fondare il Museo — dal greco Mouseion, «casa delle Muse» — un’istituzione senza vero precedente: studiosi selezionati ricevevano dallo stato vitto, alloggio e uno stipendio, liberi di dedicarsi a matematica, astronomia, medicina e filologia senza doversi mantenere altrimenti, il precursore concettuale più vicino, nel mondo antico, a un’accademia di ricerca moderna. Annessa al Museo, la Biblioteca perseguiva un progetto totalizzante: raccogliere ogni testo greco esistente. I mezzi non furono sempre scrupolosi: le navi in sosta nel porto venivano perquisite, i rotoli trovati a bordo sequestrati e copiati, e le copie — non gli originali — restituite ai proprietari. Le cifre trasmesse dagli antichi, che parlano di alcune centinaia di migliaia di rotoli sotto Tolomeo II (283-246 a.C.), vanno prese come ordine di grandezza più che come censimento esatto.

Il Museo attrasse studiosi da tutto il mondo greco. Euclide, attivo intorno al 300 a.C., vi compilò gli Elementi, sistemazione assiomatica della geometria di riferimento per oltre duemila anni. Eratostene di Cirene, a capo della Biblioteca dalla metà del III secolo a.C., calcolò la circonferenza terrestre con un metodo geometrico: sapeva che a Siene, l’odierna Assuan, il sole di mezzogiorno del solstizio d’estate non proiettava ombra sul fondo di un pozzo, mentre nello stesso istante ad Alessandria uno gnomone, un’asta verticale, proiettava un’ombra corrispondente a circa 7,2 gradi, un cinquantesimo dell’angolo giro. Da qui dedusse che la distanza fra le due città, nota dai viaggi delle carovane, corrispondeva a un cinquantesimo della circonferenza terrestre: il risultato, espresso in stadi antichi di conversione moderna incerta, si avvicinava con buona approssimazione alla misura reale, ottenuto con uno strumento e un principio geometrico entrambi elementari. Nel campo della medicina, Erofilo ed Erasistrato, attivi nella prima metà del III secolo a.C., praticarono dissezioni sistematiche di cadaveri umani, un’eccezione quasi unica nel mondo greco-romano: descrissero per primi il sistema nervoso distinguendolo da quello vascolare, e la struttura dell’occhio. Fonti ostili successive, in particolare il medico romano Celso, li accusarono anche di vivisezione su condannati a morte: l’accusa specifica resta impossibile da verificare e va tenuta distinta dalla pratica, ben più ampiamente attestata, della dissezione su cadaveri.

Conseguenze

Nel breve periodo, Alessandria divenne il principale centro urbano del Mediterraneo orientale, con una popolazione che le fonti antiche stimano a diverse centinaia di migliaia di abitanti. Il modello del Museo fu imitato, su scala minore, da altre corti ellenistiche, come quella di Pergamo, la cui biblioteca rivale sarebbe cresciuta, secondo un aneddoto tardo, abbastanza da provocare un embargo tolemaico sull’esportazione del papiro.

Sul lungo periodo, la Biblioteca fissò un canone dei testi greci — in particolare di Omero — attraverso il lavoro filologico dei suoi bibliotecari, un’eredità che ha condizionato la trasmissione dei classici fino a oggi. La combinazione di finanziamento statale e ricercatori residenti liberi dagli obblighi di sussistenza resta un caso citato ogni volta che si discute di come organizzare la ricerca scientifica.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il racconto popolare di un unico grande incendio che distrusse la Biblioteca in un giorno preciso non regge al confronto con le fonti antiche, che parlano invece di più eventi separati da secoli, nessuno descritto da una fonte coeva come la distruzione totale e definitiva. Il primo è un incendio scoppiato nel 48 a.C. durante la guerra civile di Cesare, quando le fiamme dai depositi del porto si propagarono verso la città; Cesare stesso, nei suoi commentari, e più tardi Plutarco, riferiscono che il fuoco danneggiò dei magazzini di libri, ma nessuno dei due afferma che la Biblioteca del Museo fosse distrutta, e la sua attività prosegue nelle fonti successive. Il secondo è un declino di lungo periodo, poco documentato: la Biblioteca perse importanza sotto i tardi Tolomei e poi sotto Roma, verosimilmente per riduzione dei finanziamenti e per l’emigrazione di studiosi, più che per una singola causa. Il terzo è la distruzione, nel 391 d.C., del Serapeo, il tempio che ospitava una biblioteca «figlia» più piccola dell’originaria, demolito su ordine del vescovo Teofilo nella repressione imperiale dei culti pagani. Il quarto è la conquista araba del 642 d.C., a cui è legata la leggenda secondo cui il califfo Omar avrebbe ordinato di bruciare i libri perché, se conformi al Corano, superflui, e se difformi, dannosi: questa storia compare per la prima volta in uno scrittore siriaco del XIII secolo, oltre sei secoli dopo i fatti, non ha riscontro in alcuna fonte coeva alla conquista, ed è ritenuta un’invenzione tarda, funzionale a una polemica successiva contro l’islam.

La lettura oggi prevalente è che la Biblioteca sia scomparsa per un lento sfilacciamento — meno fondi, meno copisti, meno attenzione da parte del potere — distribuito su secoli, e non per una catastrofe puntuale: la domanda «quando bruciò la Biblioteca» presuppone un evento che le fonti non descrivono. Restano incerti anche i numeri: le cifre di rotoli tramandate dagli antichi non sono verificabili con metodi indipendenti, e nessun resto materiale della Biblioteca — non se ne conosce con certezza nemmeno l’edificio — è stato identificato archeologicamente in modo univoco.

Va anche detto che il frontmatter colloca questa voce nella regione EUR della tassonomia del sito: una scelta pratica di raggruppamento legata alle sue istituzioni greche, non un giudizio su cosa fosse la città. Alessandria era una città egiziana e nordafricana, edificata su suolo egizio da una dinastia macedone, con una popolazione multietnica in cui greci, egizi ed ebrei convivevano — spesso con tensioni comunitarie documentate, non in un’armonia idealizzata — e la sua storia intellettuale appartiene tanto all’Egitto e al Nordafrica quanto al mondo greco.

Approfondimenti

  • Roger S. Bagnall, Alexandria: Library of Dreams (2002) — una rilettura scettica delle cifre tramandate sulla Biblioteca, utile per capire quanto della sua leggenda sia costruzione successiva.
  • Lionel Casson, Libraries in the Ancient World (2001) — colloca Alessandria nel panorama più ampio delle biblioteche antiche, mostrando cosa avesse davvero di nuovo il Museo.

Riferimenti

  • Roger S. Bagnall, Alexandria: Library of Dreams, 2002, Proceedings of the American Philosophical Society
  • Lionel Casson, Libraries in the Ancient World, 2001, Yale University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.