In breve
Il 22 agosto 1770 il capitano James Cook rivendicò per la Gran Bretagna l’intera costa orientale dell’Australia, chiamandola New South Wales, senza consultare né compensare i popoli aborigeni che la abitavano da decine di migliaia di anni. Diciotto anni dopo, nel gennaio 1788, la First Fleet vi sbarcò circa 750 condannati e il personale che li sorvegliava, fondando a Sydney Cove la prima colonia penale britannica nel Pacifico. L’atto di possesso e l’insediamento che ne seguì avviarono uno spossessamento sistematico — espropri di terra, violenza di frontiera, epidemie — che segnò in profondità la storia aborigena dei due secoli successivi.
Contesto
Quando Cook avvistò la costa orientale australiana, il continente era abitato da almeno 65.000 anni: la data, discussa altrove in questo atlante, resta dibattuta nei dettagli ma non nella sostanza, cioè che l’Australia non era una terra vuota. Vi vivevano centinaia di popoli distinti, con altrettante lingue e sistemi di parentela, organizzati non in stati ma in nazioni legate a territori precisi. Il rapporto con quel territorio non era di proprietà nel senso europeo, ma discendeva dal Sogno (in inglese Dreaming): un ordine cosmologico in cui gli antenati avevano plasmato la terra e vi avevano lasciato leggi, percorsi cerimoniali e responsabilità di cura tramandate per generazioni. Un territorio senza recinzioni, senza aratri e senza scrittura non era, per chi lo abitava, un territorio senza governo.
Per gli europei fu invece leggibile come tale, e la lettura ebbe conseguenze giuridiche precise. La dottrina della terra nullius — terra di nessuno, priva di sovrani con cui trattare — permise alla Corona britannica di rivendicare l’Australia senza negoziare né firmare alcun trattato con le popolazioni locali. Il confronto con la Nuova Zelanda, trattata altrove in questo atlante, è istruttivo: lì la Corona scelse di firmare un trattato, quello di Waitangi, per quanto controverso nella sua applicazione; in Australia quella scelta non fu nemmeno presa in considerazione.
Sul lato britannico, il viaggio di Cook nasceva da scienza e geopolitica insieme: la Royal Society voleva osservazioni del transito di Venere da più punti del globo, e l’Ammiragliato voleva sapere se esistesse davvero, nel Pacifico meridionale, il continente ancora ipotetico noto come Terra Australis Incognita.
Svolgimento
Cook salpò da Plymouth nell’agosto 1768 al comando della Endeavour, con lo scienziato Joseph Banks e il naturalista Daniel Solander a bordo. A Tahiti, il 3 giugno 1769, l’equipaggio osservò il transito di Venere come da programma. Solo allora Cook aprì le istruzioni segrete dell’Ammiragliato, che gli ordinavano di proseguire verso sud in cerca del continente meridionale e, non trovandolo, di esplorare e cartografare quanto incontrato.
Dopo aver circumnavigato la Nuova Zelanda, la Endeavour raggiunse la costa sud-orientale dell’Australia e il 29 aprile 1770 gettò l’ancora in una baia che Cook chiamò dapprima Stingray Harbour, per le razze pescate, e poi Botany Bay, per la quantità di piante nuove raccolte da Banks e Solander. Lo sbarco fu conteso: due uomini gweagal cercarono di impedire l’accesso alla spiaggia, e i marinai risposero sparando, ferendone uno — il primo di una lunga serie di incontri in cui gli inglesi, non comprendendo i sistemi locali di autorità sul territorio, trattarono come ostilità gratuita ciò che era difesa di un luogo.
Cook risalì la costa verso nord, cartografandola quasi per intero, fra cui un naufragio evitato per poco sulla Grande Barriera Corallina. Il 22 agosto 1770, su un isolotto dello stretto di Torres che chiamò Possession Island, issò la bandiera britannica e dichiarò l’intera costa percorsa possedimento di Giorgio III con il nome di New South Wales. Non ci fu alcuna consultazione con le popolazioni aborigene incontrate lungo il tragitto, né alcun tentativo di trattativa: coerentemente con la dottrina di terra nullius, la rivendicazione fu un atto unilaterale rivolto ad altre potenze europee, non un negoziato con chi già viveva su quella terra.
La colonizzazione effettiva arrivò solo più tardi, e per un motivo pratico prima che ideologico. Fino al 1783 la Gran Bretagna scaricava i propri condannati nelle colonie nordamericane; l’indipendenza americana, raccontata altrove in questo atlante, chiuse quello sbocco proprio mentre le carceri e le navi-prigione sul Tamigi traboccavano. Joseph Banks, che di Botany Bay aveva conservato ricordo diretto, la propose come destinazione alternativa davanti a una commissione parlamentare. Nel 1786 il governo britannico decise di fondarvi una colonia penale, e il comando fu affidato al capitano Arthur Phillip.
La First Fleet, undici navi con circa 1.400 persone fra cui 759 condannati (568 uomini, 191 donne, tredici bambini), salpò da Portsmouth il 13 maggio 1787. Raggiunse Botany Bay il 18 gennaio 1788, ma la trovò poco riparata e priva di acqua dolce sufficiente; Phillip spostò la flotta più a nord, in un’insenatura che chiamò Sydney Cove, dove il 26 gennaio 1788 fece issare la bandiera e proclamò formalmente la colonia. Quella data sarebbe diventata il giorno nazionale australiano, e per gran parte della popolazione aborigena sarebbe rimasta un anniversario di invasione, non di fondazione.
Conseguenze
Nel giro di un anno la colonia produsse il primo effetto catastrofico: nel 1789 un’epidemia di vaiolo colpì gli eora, il popolo del territorio di Sydney Cove, e le popolazioni vicine, uccidendo secondo le stime dell’epoca una quota fra la metà e i due terzi di chi ne fu colpito. I sopravvissuti non avevano alcuna immunità pregressa a un patogeno mai incontrato prima.
Sul piano territoriale, l’assenza di trattati significò che l’espansione della colonia — pascoli, poi coltivazioni, poi città — avvenne per occupazione diretta, senza alcun riconoscimento formale di un titolo aborigeno sulla terra. Dove la resistenza incontrò l’espansione dei coloni, la violenza fu diretta e diffusa: attacchi, rappresaglie, massacri isolati lungo tutto il continente per oltre un secolo, i cosiddetti frontier wars, mai riconosciuti dall’Australia ufficiale come guerra vera e propria per gran parte della sua storia.
Nel lungo periodo la popolazione aborigena crollò in modo drastico nei decenni successivi al 1788, per la combinazione di malattie, spossessamento della terra da cui dipendeva la sussistenza, e violenza diretta. La dottrina di terra nullius restò il fondamento giuridico della proprietà fondiaria australiana fino a quando l’Alta Corte non la ripudiò formalmente nel 1992, con la sentenza Mabo, riconoscendo per la prima volta un titolo nativo aborigeno preesistente alla colonizzazione.
Nel frattempo altrove
- 1757Plassey — Asia meridionale
- 1769La macchina a vapore — Europa
- 1776L'indipendenza americana — Americhe
- 1789La rivoluzione francese — Europa
- 1804Il califfato di Sokoto — Africa
- 1839Le guerre dell'oppio — Asia orientale
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Il viaggio di Cook è fra gli eventi meglio documentati del Settecento dal lato europeo: i diari di bordo di Cook e di Joseph Banks, e le carte nautiche della spedizione, sono stati raccolti e pubblicati integralmente da J. C. Beaglehole nel Novecento, e restano la base di ogni ricostruzione del viaggio. Sono però fonti di parte: registrano ciò che gli europei videro, quasi mai come lo videro gli aborigeni che li osservavano dalla spiaggia. Per la prospettiva aborigena si dipende soprattutto da tradizioni orali raccolte molto più tardi e dal lavoro di storici come Henry Reynolds, che dagli anni Ottanta ha ricostruito la resistenza aborigena leggendo in controluce le stesse fonti coloniali.
Restano incerti alcuni punti di rilievo. La scala della popolazione aborigena pre-1788 e del suo crollo demografico è dibattuta: mancano dati censuari precoloniali affidabili, e le stime disponibili divergono di un ordine di grandezza a seconda del metodo; ogni cifra citata in questa voce va letta come indicativa. L’origine dell’epidemia di vaiolo del 1789 è a sua volta discussa: la lettura più diffusa la attribuisce a un contagio diretto o indiretto dalla colonia, ma Judy Campbell ha proposto che il virus fosse arrivato per vie di contatto più antiche, attraverso i pescatori macassari attivi da tempo sulle coste settentrionali, indipendentemente dalla First Fleet. Infine, il riconoscimento ufficiale dei conflitti di frontiera come “guerre” resta un tema storiografico e politico tuttora attivo: il lavoro di Reynolds ha spostato il dibattito accademico, ma le istituzioni pubbliche australiane hanno impiegato decenni a discutere se e come commemorarli come tali.
Approfondimenti
- J. C. Beaglehole (a cura di), The Journals of Captain James Cook on his Voyages of Discovery (1955) — la fonte primaria stessa: permette di leggere l’incontro con le parole di chi lo visse dal ponte della Endeavour.
- Alan Frost, Botany Bay: The Real Story (2011) — ricostruisce le decisioni politiche britanniche dietro la scelta del sito, contro alcune semplificazioni diffuse.
- Henry Reynolds, The Other Side of the Frontier (2006) — il libro che per primo ha ricostruito sistematicamente la resistenza aborigena, e ha aperto il dibattito storiografico su cui si fonda gran parte di questa voce.
- Henry Reynolds, Forgotten War (2013) — affronta di petto la domanda se i conflitti di frontiera vadano chiamati guerra, e perché l’Australia ha impiegato tanto a discuterne.
- Judy Campbell, Invisible Invaders (2002) — la lettura alternativa sull’origine dell’epidemia di vaiolo del 1789, utile per capire di cosa si discute davvero.