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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

Il califfato di Sokoto

Uno dei più vasti stati africani dell'Ottocento, nato da una predicazione

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Nel 1804, nell’entroterra hausa dell’attuale Nigeria settentrionale, il predicatore fulani Usman dan Fodio dichiarò il jihad contro il regno hausa di Gobir, accusandone i sovrani di tassazione oppressiva e di pratiche religiose ritenute incompatibili con l’islam. Nel giro di pochi anni la rivolta si trasformò in una rete di emirati subordinati a un califfo residente a Sokoto: non un impero centralizzato, ma una federazione coesa di stati islamici retti dalla sharia, sostenuta da una fitta produzione di sapere religioso scritto anche da donne, come Nana Asma’u, figlia dello stesso Usman. Il califfato di Sokoto divenne uno degli stati più estesi dell’Africa dell’Ottocento, e sopravvisse come potenza sovrana fino alla conquista britannica del 1903.

Contesto

Prima del 1804 l’area a nord del fiume Niger, fra il Sahel e la savana, era divisa fra regni hausa indipendenti — Gobir, Kano, Katsina, Zamfara, Zaria, Daura — che condividevano lingua e cultura ma si combattevano per il controllo delle rotte transahariane. Erano islamizzati da secoli, almeno nelle corti, da quando l’islam era arrivato in Hausaland con i mercanti sahariani. Ma la conversione era rimasta in gran parte un fatto di élite, e conviveva con culti spiritici preislamici come il bori, con la tassazione discrezionale dei sovrani e, agli occhi dei riformatori religiosi, con un’applicazione della legge islamica giudicata superficiale.

Fra questi riformatori si distingueva Usman dan Fodio, nato nel 1754 a Maratta, in Gobir, da una famiglia fulani di studiosi legata alla confraternita sufi Qadiriyya. I fulani erano presenti in Hausaland da secoli: alcuni, come la famiglia di Usman, si erano stanziati facendo della trasmissione del sapere islamico la propria professione; altri restavano pastori transumanti, tassati sul bestiame in un modo che consideravano arbitrario. Per trent’anni, dal 1774, Usman predicò itinerante fra città e villaggi hausa, criticando la corruzione delle corti; attorno a lui crebbe una comunità di studenti, contadini e pastori fulani. Il sovrano di Gobir, Yunfa, che da giovane era stato suo allievo, vide in quella comunità armata una minaccia al proprio potere e nel 1804 tentò di disperderla con la forza.

Svolgimento

Nel febbraio del 1804 Usman e i suoi seguaci lasciarono Degel, il villaggio dove insegnava, per Gudu, ai margini del territorio di Gobir: un’emigrazione, hijra, che ricalcava deliberatamente quella del profeta Maometto dalla Mecca a Medina. A Gudu i seguaci elessero Usman comandante dei credenti, Sarkin Musulmi, e dichiararono guerra santa contro Gobir.

I primi mesi furono difficili: nel dicembre del 1804 le truppe di Gobir inflissero una sconfitta pesante ai jihadisti a Tsuntsuwa, dove caddero molti che conoscevano il Corano a memoria, un episodio che la tradizione ricorda come il prezzo pagato dai membri più istruiti della comunità. Il movimento non si sciolse: si riorganizzò attorno a una struttura che ne avrebbe segnato la fisionomia politica. Usman distribuì bandiere, tuta, a luogotenenti fidati — spesso studiosi fulani locali — autorizzandoli a condurre il jihad ciascuno nel proprio territorio, in cambio della sottomissione al comando centrale. Malam Sulaimanu prese così il trono di Kano nel 1807; altri portabandiera conquistarono Katsina, Zaria e Daura negli anni successivi; e la stessa capitale di Gobir, Alkalawa, cadde nel 1808, con la morte di Yunfa in battaglia. Il risultato non fu un impero uniforme ma una federazione di emirati, ciascuno retto da un emiro spesso discendente del portabandiera originario, tenuto a tributo verso il centro ma libero di amministrare gli affari locali: una struttura decentrata quanto efficace, che permise al jihad di estendersi su un’area enorme senza un esercito unico. Più a sud, nella città yoruba di Ilorin, un condottiero in rotta con l’impero di Oyo chiamò in aiuto un predicatore fulani legato al movimento; l’alleanza divenne, in pochi anni, l’emirato più meridionale del califfato, alla frontiera con i regni yoruba in dissoluzione.

Attorno al 1809 fu fondata Sokoto come nuova capitale. Nel 1812, ormai anziano, Usman divise l’amministrazione fra il fratello Abdullahi, che governava i territori occidentali da Gwandu, e il figlio Muhammed Bello, che governava quelli orientali da Sokoto; alla morte di Usman, nel 1817, fu Bello a ereditare il titolo di califfo, con autorità nominale sull’insieme della federazione. Il nuovo stato istituì tribunali retti da giudici islamici, gli alkali, al posto o accanto al diritto consuetudinario hausa, e investì nell’istruzione religiosa: Usman, Abdullahi e Bello scrissero tutti in arabo, e opere come l’Infaq al-Maysur di Bello — cronaca e insieme giustificazione del jihad — restano fra le fonti più ricche prodotte da uno stato subsahariano dell’Ottocento.

In questo sforzo ebbe un ruolo cruciale una donna, Nana Asma’u, figlia di Usman, poetessa in arabo, fulfulde e hausa. Asma’u organizzò lo Yan Taru, “quelle che si riuniscono”: una rete itinerante di maestre, le jajis, che portavano l’istruzione islamica di villaggio in villaggio alle donne escluse dalle scuole maschili, insegnando a memoria componimenti in versi pensati apposta per essere trasmessi oralmente a chi non sapeva leggere. Il sistema sopravvisse alla sua morte, nel 1865, e rovescia l’immagine di un jihad fatto solo di eserciti e di uomini.

L’economia del califfato si reggeva sull’agricoltura di miglio, sorgo e cotone, sulla manifattura tessile — i tessuti indaco di Kano erano esportati in tutto il Sahel — e su un ricorso pesante al lavoro servile: intere piantagioni, dette rinji, erano lavorate da persone ridotte in schiavitù, catturate nelle guerre di espansione. Il califfato divenne una delle società con più persone schiavizzate dell’Africa ottocentesca: la stessa rete che portava istruzione islamica e tribunali di sharia si reggeva anche su questo, e va detto senza eufemismi.

Conseguenze

Nel breve periodo, il jihad ridisegnò la mappa politica di un’area grande quanto l’Europa occidentale, sostituendo ai regni hausa preesistenti una trentina di emirati subordinati a Sokoto: fu uno dei più vasti stati africani del secolo. Rafforzò il controllo sulle rotte transahariane e diffuse un’alfabetizzazione religiosa — in arabo e nelle scritture ajami di hausa e fulfulde — rimasta un tratto distintivo della regione ben oltre la fine del califfato.

Nel lungo periodo, la struttura per emirati si rivelò duratura: quando le truppe britanniche, al comando di Frederick Lugard, sconfissero l’ultimo califfo, Muhammadu Attahiru I, nella battaglia di Burmi nel 1903, l’amministrazione coloniale preservò gli emirati come impalcatura del proprio governo indiretto, sostituendo il vertice califfale con la sovranità britannica. È per questo che gli emiri della Nigeria settentrionale — il Sultano di Sokoto in testa — restano ancora oggi autorità religiose e tradizionali riconosciute, eredità istituzionale diretta di una federazione nata da una predicazione nel 1804.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il califfato di Sokoto è insolitamente ben documentato per uno stato subsahariano dell’Ottocento. Le fonti interne sono abbondanti: Usman, Abdullahi e Bello scrissero decine di opere in arabo — trattati giuridici, cronache, poesia — e Nana Asma’u compose in tre lingue componimenti pensati per l’insegnamento. A queste si aggiungono i resoconti degli esploratori britannici che visitarono Sokoto negli anni 1820, come Hugh Clapperton, e la documentazione amministrativa della conquista.

Resta dibattuto quanto pesasse, nelle motivazioni del jihad, la riforma religiosa genuina rispetto a dinamiche di potere etniche — fulani contro hausa — e al controllo economico delle rotte commerciali. Murray Last, che ha lavorato soprattutto sulle fonti arabe interne, insiste sulla coerenza dell’ideologia riformista; Adeleye, che ha ricostruito la storia del califfato dal lato dei rapporti di forza, sottolinea quanto la conquista territoriale abbia orientato le scelte dei portabandiera una volta ottenute le prime vittorie. Le due letture non si escludono: è verosimile che la spinta religiosa abbia fornito la legittimità iniziale, e che le dinamiche di potere locali ne abbiano guidato l’espansione concreta, emirato per emirato. Resta discussa anche la scala della schiavitù interna al califfato: le stime più alte si basano su documenti amministrativi frammentari e vanno trattate come ordini di grandezza, non come cifre esatte.

Approfondimenti

  • Murray Last, The Sokoto Caliphate (1967) — il riferimento sulla struttura istituzionale del califfato, costruito sulle fonti arabe interne.
  • Mervyn Hiskett, The Sword of Truth: The Life and Times of the Shehu Usuman dan Fodio (1973) — la biografia di riferimento del fondatore, utile per capire il suo pensiero religioso prima del jihad.
  • Jean Boyd, The Caliph’s Sister: Nana Asma’u, 1793-1865, Teacher, Poet and Islamic Leader (1989) — l’unico modo per capire il ruolo di Asma’u e della rete Yan Taru, che le fonti più militari trascurano.
  • R. A. Adeleye, Power and Diplomacy in Northern Nigeria, 1804-1906 (1971) — la lettura più attenta ai rapporti di forza e alla diplomazia, utile per bilanciare una narrazione puramente religiosa del jihad.

Riferimenti

  • Murray Last, The Sokoto Caliphate, 1967, Longmans
  • Mervyn Hiskett, The Sword of Truth: The Life and Times of the Shehu Usuman dan Fodio, 1973, Oxford University Press
  • Jean Boyd, The Caliph's Sister: Nana Asma'u, 1793-1865, Teacher, Poet and Islamic Leader, 1989, Frank Cass
  • R. A. Adeleye, Power and Diplomacy in Northern Nigeria, 1804-1906: The Sokoto Caliphate and its Enemies, 1971, Longman

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.