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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

Le indipendenze latinoamericane

Da Bolívar a San Martín, l'America spagnola si frantuma in repubbliche, con élite creole al potere e forti disuguaglianze

esatto

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In breve

Fra il 1810 e il 1825 quasi tutta l’America spagnola continentale smise di essere colonia. L’innesco fu esterno: l’invasione napoleonica della penisola iberica nel 1808 lasciò la Spagna senza un re legittimo, e le élite creole d’America — discendenti di spagnoli nati nel continente, ricche ma escluse dalle cariche più alte — approfittarono del vuoto per formare giunte di governo locali. In pochi anni le giunte diventarono guerre, e le guerre indipendenza. Simón Bolívar liberò il nord del continente, José de San Martín il sud dopo aver attraversato le Ande nel 1817; il Brasile, per una via del tutto diversa, ottenne l’indipendenza nel 1822 restando una monarchia. Al posto del vicereame nacquero repubbliche, ma il potere passò in larga misura da un’élite all’altra: quanto sia cambiato per gli schiavi, gli indigeni e i poveri delle città resta la domanda aperta di questa voce.

Contesto

L’America spagnola all’inizio del XIX secolo era organizzata in vicereami — Nuova Spagna, Perù, Nuova Granada, Río de la Plata — governati da funzionari inviati da Madrid. La società coloniale era stratificata per nascita più che per censo: in cima stavano i peninsulari, nati in Spagna, che monopolizzavano i vertici dell’amministrazione, dell’esercito e della Chiesa; sotto di loro i creoli (criollos), discendenti di europei ma nati in America, che possedevano gran parte della terra, delle miniere e del commercio interno senza poter accedere alle cariche più alte. Più in basso, in proporzioni diverse da regione a regione, meticci, popolazioni indigene e persone ridotte in schiavitù, soprattutto nelle economie di piantagione dei Caraibi. Questa gerarchia, non la nazionalità, era la faglia che avrebbe deciso chi guidava l’indipendenza e a vantaggio di chi.

L’innesco arrivò dall’Europa. Nel 1808 Napoleone invase la penisola iberica, costrinse Carlo IV di Spagna e suo figlio Ferdinando ad abdicare e mise sul trono il fratello Giuseppe Bonaparte; in Portogallo la famiglia reale reagì diversamente, imbarcandosi per il Brasile sotto scorta britannica. In Spagna nacque una resistenza organizzata in giunte locali che rivendicavano di governare in nome del re prigioniero, Ferdinando VII. La domanda si ripropose identica nelle colonie: se non c’era un re legittimo a Madrid, chi aveva l’autorità di governare a Caracas, a Buenos Aires, a Bogotá? Le élite creole, che già premevano da anni per un maggiore autogoverno, trovarono nella crisi dinastica una giustificazione legale per formare giunte proprie, dichiarate fedeli a Ferdinando ma di fatto autonome da qualunque autorità peninsulare.

Svolgimento

Le prime giunte nacquero quasi simultaneamente. A Caracas il 19 aprile 1810 un cabildo aperto depose il capitano generale spagnolo; a Buenos Aires il 25 maggio 1810 la Revolución de Mayo fece lo stesso col viceré del Río de la Plata. Giunte analoghe sorsero nei mesi seguenti a Bogotá, Santiago del Cile, Città del Messico, formalmente fedeli a Ferdinando VII ma di fatto autonome nella gestione di dogane, eserciti e relazioni estere. Il passo dall’autogoverno alla rottura dichiarata fu breve: il Venezuela proclamò l’indipendenza il 5 luglio 1811.

La reazione spagnola fu dura, e per qualche anno vittoriosa: la prima repubblica venezuelana cadde già nel 1812. Ne seguì per Bolívar un decennio di campagne avanti e indietro fra Venezuela e Nuova Granada, con rovesci gravi quanto le vittorie, prima di riuscire a fissare stabilmente l’indipendenza del nord del continente.

La svolta militare arrivò con due manovre spregiudicate su fronti opposti. Nel 1817 José de San Martín, che aveva organizzato un esercito a Mendoza, attraversò le Ande con circa 5.000 uomini per passi sopra i 3.000 metri, comparendo in Cile dove nessuno lo aspettava: la vittoria di Chacabuco (12 febbraio 1817) aprì la strada a Santiago e, nel 1818, all’indipendenza cilena. Bolívar fece qualcosa di simile nel 1819, marciando dai Llanos venezuelani attraverso le Ande colombiane in stagione delle piogge per sorprendere gli spagnoli a Boyacá (7 agosto 1819) e liberare Bogotá; ne nacque la Gran Colombia, che univa Venezuela, Nuova Granada ed Ecuador. Seguirono Carabobo (1821, Venezuela) e Pichincha (1822, Ecuador).

San Martín, nel frattempo, aveva portato la guerra in Perù, cuore del potere vicereale, sbarcando vicino a Lima nel 1820 e proclamando l’indipendenza peruviana il 28 luglio 1821, senza però riuscire a sconfiggere le forze spagnole asserragliate nell’interno. Nel luglio 1822 i due comandanti si incontrarono a Guayaquil: dopo un colloquio privato di cui non restano verbali, San Martín rinunciò al comando delle proprie truppe in favore di Bolívar e, poco dopo, si ritirò a vita privata in Europa, senza mai spiegare pubblicamente il motivo. Fu Bolívar, con il luogotenente Antonio José de Sucre, a chiudere la guerra: la vittoria di Sucre ad Ayacucho, il 9 dicembre 1824, eliminò l’ultimo grande esercito realista sul continente, e nel 1825 l’Alto Perù si costituì in repubblica autonoma col nome di Bolivia, in onore del Libertador.

Il Brasile seguì fin dall’inizio una strada diversa. La corte portoghese, trasferitasi a Rio de Janeiro nel 1808, elevò il Brasile al rango di regno nel 1815; quando nel 1821 il re Giovanni VI tornò in Portogallo, lasciò come reggente il figlio Pedro. Sotto la pressione delle Cortes di Lisbona, che volevano ricondurre il Brasile allo status coloniale, Pedro rifiutò di tornare e il 7 settembre 1822 proclamò l’indipendenza, incoronandosi il 1° dicembre imperatore Pedro I. Non ci fu una guerra continentale paragonabile a quella ispanoamericana, solo scontri locali, specialmente a Bahia, per ridurre le guarnigioni portoghesi rimaste fedeli a Lisbona.

Conseguenze

Nel breve periodo, l’effetto più visibile fu la moltiplicazione degli stati: dove c’erano quattro vicereami nacquero, nel giro di un decennio, oltre una decina di repubbliche — la Gran Colombia si divise a sua volta in Venezuela, Nuova Granada ed Ecuador entro il 1830 — più l’impero del Brasile, monarchico e unito. Le nuove repubbliche adottarono quasi tutte costituzioni ispirate al modello statunitense e francese, con suffragio ristretto per censo o istruzione: il potere formale passò dai funzionari peninsulari alle élite creole che avevano finanziato e comandato gli eserciti indipendentisti.

Nel lungo periodo, le disuguaglianze sociali della colonia sopravvissero in larga misura al cambio di regime. La schiavitù non fu abolita dalle indipendenze: continuò per decenni in Colombia e Venezuela e soprattutto in Brasile, dove restò legale fino al 1888. Le popolazioni indigene, che in molte guerre indipendentiste avevano fornito soldati a entrambi gli schieramenti, non ottennero un riconoscimento politico maggiore di quello, spesso solo nominale, previsto dal diritto coloniale spagnolo, e in diverse repubbliche persero anche le protezioni giuridiche formali — per quanto disattese — che la corona aveva loro riconosciuto come tributari. Le guerre stesse, lunghe e itineranti, distrussero capitale produttivo, bestiame e infrastrutture minerarie in molte regioni, con effetti economici che pesarono per generazioni. Politicamente, l’instabilità cronica — colpi di stato, guerre civili, caudillismo militare — segnò gran parte del continente per il resto del secolo, un’eredità che una parte della storiografia fa risalire alla debolezza delle istituzioni ereditate rispetto agli eserciti che le avevano fondate.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti dirette sono abbondanti rispetto ad altre voci di questo atlante: proclami, corrispondenza di Bolívar e San Martín, gazzette delle nuove repubbliche, resoconti diplomatici britannici e statunitensi che seguivano gli eventi con interesse commerciale. È una documentazione abbondante ma di parte: i protagonisti scrissero per giustificare le proprie scelte, e le fonti popolari — cosa pensassero i soldati meticci, gli schiavi arruolati con la promessa della libertà, le comunità indigene — sono molto più scarse e filtrano quasi sempre attraverso la penna di un’élite letterata.

Il punto più dibattuto resta l’incontro di Guayaquil del luglio 1822. Non esiste un resoconto concordante di cosa si dissero Bolívar e San Martín a porte chiuse, e le due versioni che circolarono in seguito — una che attribuisce a Bolívar pressioni e ambizione personale, l’altra che presenta San Martín come chi si fece volontariamente da parte per evitare una guerra fra liberatori — vennero scritte a distanza di anni da persone con un interesse a difendere l’uno o l’altro. San Martín non pubblicò mai una versione propria e visse il resto della vita in un ritiro quasi totale in Francia: la sua reticenza è essa stessa un dato, ma non risolve la domanda.

Un secondo punto discusso, più storiografico che documentario, è quanto le indipendenze siano state una rivoluzione sociale oppure il trasferimento di potere fra élite. La lettura più recente, rappresentata fra gli altri da Kinsbruner, tende a sottolineare la continuità: la struttura di proprietà della terra, il lavoro forzato o semiforzato e l’esclusione politica delle maggioranze indigene e afrodiscendenti cambiarono poco nel medio periodo, mentre cambiò soprattutto chi occupava le cariche di vertice. Letture più vecchie, di impostazione nazionalista, hanno raccontato le indipendenze come una rottura netta e un atto di liberazione popolare. Le due letture non si escludono del tutto — ci fu una rottura politica reale, con la fine del dominio coloniale diretto — ma la scheda qui presentata segue la lettura più recente sulla continuità sociale, perché è quella meglio sostenuta dalla documentazione su schiavitù, fiscalità e proprietà nei decenni successivi.

Approfondimenti

  • John Lynch, The Spanish American Revolutions 1808-1826 (1986) — la sintesi di riferimento su tutto il continente, buona per orientarsi fra le campagne militari.
  • Jay Kinsbruner, Independence in Spanish America: Civil Wars, Revolutions, and Underdevelopment (1994) — la lettura che insiste sulla continuità sociale più che sulla rottura politica: utile contrappeso alle narrazioni celebrative.
  • John Lynch, Simón Bolívar: A Life (2006) — una biografia che non nasconde le contraddizioni del Libertador, incluso il suo rapporto ambiguo con la schiavitù e con la democrazia rappresentativa.
  • Leslie Bethell (a cura di), The Independence of Latin America (1987) — raccoglie capitoli tematici, utile per confrontare il caso ispanoamericano con quello, diversissimo, del Brasile.

Riferimenti

  • John Lynch, The Spanish American Revolutions 1808-1826, 1986, W. W. Norton & Company
  • Jay Kinsbruner, Independence in Spanish America: Civil Wars, Revolutions, and Underdevelopment, 1994, University of New Mexico Press
  • John Lynch, Simón Bolívar: A Life, 2006, Yale University Press
  • Leslie Bethell (a cura di), The Independence of Latin America, 1987, Cambridge University Press

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