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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

Le guerre dell'oppio

La Gran Bretagna impone con la forza il commercio dell'oppio

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Nel 1839 la Gran Bretagna dichiarò guerra all’impero Qing per costringerlo a tollerare l’importazione di massa di una sostanza che il governo cinese aveva vietato per legge: l’oppio. Fu un conflitto breve e a senso unico, deciso dalla superiorità navale e d’artiglieria britannica contro un esercito enormemente più numeroso ma tecnologicamente arretrato. Il trattato di Nanchino del 1842 cedette Hong Kong alla corona britannica, aprì cinque porti cinesi al commercio straniero e sottrasse i cittadini stranieri alla giurisdizione cinese: fu il primo dei cosiddetti “trattati ineguali”, e per la storiografia e la memoria pubblica cinesi segnò l’inizio di quello che chiamano il secolo dell’umiliazione.

Contesto

Dal 1757 l’impero Qing limitava il commercio con gli europei a un solo porto, Canton, dove i mercanti stranieri potevano trattare solo attraverso una corporazione di intermediari cinesi autorizzati, il cohong, sotto lo stretto controllo della corte di Pechino. Era un sistema pensato per tenere il commercio estero ai margini di un impero che non se ne sentiva dipendente: la Cina produceva in casa quasi tutto ciò di cui aveva bisogno, e non aveva interesse per le manifatture britanniche.

Questo squilibrio era anche commerciale, e a sfavore britannico. La Gran Bretagna importava dalla Cina quantità crescenti di tè — diventato entro la fine del Settecento una bevanda di consumo di massa in patria — insieme a seta e porcellana, e le pagava quasi interamente in argento, perché non aveva nulla che i mercati cinesi volessero comprare in cambio. Il deflusso costante di argento verso Canton era un disavanzo strutturale, non un incidente di percorso, e preoccupava il Tesoro di Londra.

La soluzione la trovò la Compagnia britannica delle Indie Orientali, che dal 1773 deteneva il monopolio della coltivazione dell’oppio in Bengala. La Compagnia non lo vendeva direttamente in Cina, dove l’importazione era illegale dal 1729 e la proibizione fu resa più severa negli ultimi anni del secolo: lo metteva all’asta a Calcutta e lasciava che mercanti privati britannici, i cosiddetti country traders, lo contrabbandassero sulla costa cinese, spesso con la complicità di funzionari locali corrotti. Il meccanismo funzionò oltre ogni aspettativa: da circa 4.500 casse l’anno intorno al 1800, le importazioni salirono a circa 40.000 casse nel 1838. L’oppio smise di essere un lusso per pochi e divenne un consumo di massa, con una crisi di dipendenza diffusa in tutte le classi sociali che allarmava sempre più la corte. E il flusso d’argento si invertì: ora era la Cina a pagare, in metallo prezioso, la propria dipendenza.

Svolgimento

Alla corte di Pechino l’imperatore Daoguang si trovò a scegliere fra due proposte opposte: legalizzare l’oppio per tassarlo, o sopprimerlo con la forza. Nel dicembre 1838 scelse la seconda strada e nominò Lin Zexu commissario imperiale con pieni poteri, inviandolo a Canton a debellare il commercio.

Lin arrivò a Canton nel marzo 1839. Impose ai mercanti stranieri la consegna di tutto l’oppio in loro possesso e li tenne isolati nelle loro fabbriche finché non obbedirono; fra il 3 e il 25 giugno 1839 fece distruggere pubblicamente, mescolandole con calce e sale e gettandole in fosse scavate sulla spiaggia di Humen, oltre 20.000 casse di oppio britannico confiscato — più di mille tonnellate. Scrisse anche una lettera aperta alla regina Vittoria, chiedendole di fermare un commercio che il suo stesso paese vietava in patria: la lettera non le arrivò mai per le vie ufficiali.

Il governo britannico rispose con la forza. Una flotta salpò dall’India nel 1840, e la superiorità tecnologica si rivelò schiacciante fin dai primi scontri: la Nemesis, un vapore a scafo di ferro varato l’anno prima e inviato in Cina dalla Compagnia delle Indie, poteva risalire fiumi bassi dove nessuna nave a vela sarebbe arrivata, e bombardare fortini e giunche da guerra restando fuori dalla portata dei loro cannoni. La marina Qing, fatta soprattutto di giunche di legno con equipaggi coraggiosi ma armi obsolete, non riuscì mai a opporre una resistenza efficace: nella seconda battaglia di Chuenpi, il 7 gennaio 1841, la sola Nemesis distrusse una squadra di giunche da guerra senza subire perdite. Nonostante una schiacciante superiorità numerica sulla carta — l’esercito Qing contava centinaia di migliaia di uomini contro un corpo di spedizione britannico di poche migliaia — la guerra fu una sequenza di sconfitte cinesi lungo la costa, da Canton ad Amoy, Ningbo e infine Nanchino, dove nell’agosto 1842 le navi britanniche minacciarono direttamente la città.

Il trattato di Nanchino, firmato il 29 agosto 1842, mise fine alla prima guerra dell’oppio (1839-1842). Cedeva Hong Kong alla Gran Bretagna “in perpetuo”, apriva al commercio e alla residenza straniera cinque porti — Canton, Amoy, Fuzhou, Ningbo e Shanghai — al posto del solo Canton, imponeva alla Cina un’indennità di guerra di 21 milioni di dollari d’argento e aboliva il monopolio del cohong. Un accordo supplementare firmato l’anno successivo, il trattato del Bogue, aggiunse il principio dell’extraterritorialità: i cittadini britannici in Cina restavano soggetti solo alle proprie leggi e ai propri tribunali consolari, non a quelli cinesi. Fu il primo dei “trattati ineguali” che nei decenni successivi altre potenze — Francia, Stati Uniti, Russia, Giappone — avrebbero ottenuto negli stessi termini.

La dinamica non si esaurì lì. Una seconda guerra dell’oppio (1856-1860), condotta questa volta da Gran Bretagna e Francia insieme, aggravò lo stesso schema: nuovi porti aperti, nuove indennità, la legalizzazione formale dell’importazione di oppio nel 1858 e l’apertura di Pechino stessa alle legazioni straniere dopo il saccheggio del Palazzo d’Estate imperiale nel 1860.

Conseguenze

Nel breve periodo la Cina perse il controllo dei propri confini marittimi e della propria politica doganale: i porti aperti dal trattato di Nanchino divennero il primo nucleo di un sistema di “porti trattato” dove i mercanti stranieri operavano secondo regole proprie, protetti dall’extraterritorialità. Hong Kong, poco più di un villaggio di pescatori quando fu ceduta, divenne una colonia britannica di primaria importanza commerciale, e lo resterà fino al 1997. L’oppio, lungi dallo scomparire, continuò a essere importato in quantità crescenti per il resto del secolo, e la Cina stessa finì per coltivarlo su vasta scala, aggravando piuttosto che risolvendo la crisi di dipendenza che aveva innescato la guerra.

Nel lungo periodo, il trattato di Nanchino aprì la stagione che la storiografia e la pubblicistica cinesi chiamano il secolo dell’umiliazione: un’epoca di concessioni territoriali, indennità di guerra e ingerenze straniere che si concluse solo a metà del Novecento, e che resta oggi un riferimento costante nella memoria pubblica e nella retorica politica cinesi. La sovranità formale della dinastia Qing sopravvisse per altri settant’anni, ma sempre più eroso da trattati imposti con la forza, di cui questo fu il primo.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La ricostruzione si basa su fonti che si controllano a vicenda. Dal lato cinese restano i memoriali di Lin Zexu alla corte, il suo diario personale e gli editti imperiali di Daoguang. Dal lato britannico, i documenti presentati al Parlamento di Londra, la corrispondenza del sovrintendente al commercio Charles Elliot e i resoconti della stampa mercantile di Canton, che riportava gli eventi dal punto di vista dei mercanti stranieri residenti. Le due prospettive raramente concordano sui dettagli, ed è proprio dal loro confronto che si ricostruisce la sequenza degli eventi.

Sul giudizio morale della guerra la storiografia oggi è ampiamente concorde: imporre con la forza militare un commercio che la Cina aveva legalmente proibito sul proprio territorio, per correggere un proprio disavanzo commerciale, non ha giustificazione difendibile, ed è così che la definiscono sia gli storici cinesi sia la maggior parte di quelli occidentali contemporanei — un giudizio che a metà Ottocento non era affatto scontato: alla Camera dei Comuni la guerra fu approvata da una maggioranza di appena nove voti, e William Gladstone, allora giovane deputato, la definì ingiusta fin dalla sua origine.

Resta invece più articolato un secondo punto, distinto dal primo: quanto pesarono le guerre dell’oppio nella traiettoria di lungo periodo del declino Qing. Una lettura le presenta come la causa che aprì la crisi dinastica, la prima crepa da cui entrarono tutte le altre. Una lettura più recente le inquadra piuttosto come un acceleratore, o un rivelatore, di debolezze fiscali e amministrative già presenti nel sistema Qing prima del 1839. È un dibattito per struttura simile a quello, discusso altrove in questo atlante, sul declino dell’impero moghul dopo Aurangzeb: anche lì la domanda è se un evento esterno abbia causato un collasso o si sia semplicemente inserito in una crisi già in corso, e anche lì la risposta resta aperta.

Approfondimenti

  • Julia Lovell, The Opium War: Drugs, Dreams and the Making of China (2011) — ricostruisce anche come la guerra sia stata ricordata e usata politicamente in Cina nei due secoli successivi, non solo il conflitto in sé.
  • Jonathan D. Spence, The Search for Modern China (1990) — colloca la guerra dentro l’arco lungo della crisi Qing, utile per valutare il dibattito su causa o acceleratore.
  • Hsin-pao Chang, Commissioner Lin and the Opium War (1964) — più datato, ma resta il resoconto più dettagliato della missione di Lin Zexu a Canton e delle sue motivazioni.
  • Lin Zexu, Lettera alla regina Vittoria (1839) — fonte primaria: il caso cinese contro il commercio dell’oppio, argomentato da chi lo formulò allora.

Riferimenti

  • Julia Lovell, The Opium War: Drugs, Dreams and the Making of China, 2011, Picador
  • Jonathan D. Spence, The Search for Modern China, 1990, W. W. Norton & Company
  • Hsin-pao Chang, Commissioner Lin and the Opium War, 1964, Harvard University Press
  • Lin Zexu, Lettera alla regina Vittoria, 1839

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