In breve
Fra il gennaio 1848 e l’estate del 1849 un’ondata di rivolte attraversò quasi tutta l’Europa continentale: cominciò a Palermo, travolse Parigi in febbraio, e in poche settimane raggiunse Vienna, Berlino, gli stati italiani e tedeschi e l’impero asburgico nella sua interezza. Chiedeva costituzioni scritte, rappresentanza parlamentare e, spesso insieme, l’unità o l’indipendenza nazionale. Quasi ovunque fu repressa entro un anno o due, ma lasciò un’eredità di lungo periodo — fine della servitù della gleba in gran parte dell’Europa centrale, precedente di mobilitazione politica di massa — che la storiografia più recente valuta meno negativamente della lettura tradizionale. Nello stesso febbraio 1848, a Londra, Karl Marx e Friedrich Engels pubblicarono il Manifesto del Partito Comunista: una coincidenza cronologica, non una causa, ma un testo che sarebbe diventato il riferimento ideologico dei movimenti operai dei decenni successivi.
Contesto
Il sistema uscito dal congresso di Vienna del 1815, trattato altrove in questo atlante, aveva restaurato le monarchie e affidato all’Austria di Metternich il ruolo di custode dell’ordine contro ogni spinta liberale o nazionale. Per oltre trent’anni quel sistema tenne, ma non spense il malcontento: lo represse, spostandolo nella clandestinità, nelle società segrete, nella stampa censurata.
Le richieste che maturarono in quei decenni erano di due tipi, spesso intrecciati nella stessa persona: quelle liberali — costituzione scritta, parlamento eletto, libertà di stampa e di associazione, un allargamento del voto oltre i ceti proprietari — e quelle nazionali: l’unificazione degli stati italiani e degli stati tedeschi, divisi rispettivamente in una penisola di monarchie e principati e in una confederazione di oltre trenta stati sovrani, e l’indipendenza per i popoli sudditi dell’impero asburgico — ungheresi, cechi, popoli del nord Italia — o dell’impero ottomano nei Balcani. Nella stessa città, e spesso nella stessa persona, un costituzionalista e un patriota nazionale si scontravano con lo stesso ordine dinastico.
A questo si sommò, fra il 1845 e il 1846, una crisi materiale concreta: un’infezione fungina distrusse i raccolti di patate in gran parte d’Europa, alimento base delle popolazioni rurali povere, mentre cattivi raccolti cerealicoli fecero impennare il prezzo del pane; una crisi commerciale e finanziaria colpì insieme l’industria tessile e mise in disoccupazione gli artigiani urbani. Fame nelle campagne e disoccupazione nelle città arrivarono, per la prima volta in una generazione, nello stesso anno delle richieste politiche represse da decenni.
Svolgimento
La scintilla scoccò a Palermo, il 12 gennaio 1848: una rivolta contro il governo borbonico costrinse il re di Napoli a concedere una costituzione, la prima di una serie che nelle settimane seguenti si estese ad altri stati italiani. Ma fu Parigi a trasformare una rivolta regionale in un incendio continentale: il 22 febbraio i parigini si sollevarono contro il divieto di un banchetto politico d’opposizione, il 24 febbraio il re Luigi Filippo abdicò e fuggì, e fu proclamata la Seconda Repubblica. La notizia viaggiò per l’Europa in pochi giorni, grazie a strade, ferrovie e stampa periodica, e agì ovunque da detonatore su malcontenti già maturi.
In marzo la rivolta raggiunse Vienna: il 13 marzo una manifestazione degenerò in scontri, e lo stesso giorno Metternich, architetto del sistema del 1815 e al potere da oltre trent’anni, si dimise e fuggì in incognito. La caduta dell’uomo che più di ogni altro incarnava l’ordine restaurato fu un simbolo potente quanto la fuga di un re. Nello stesso marzo insorse Berlino, dove il re di Prussia promise una costituzione; a Pest, il nucleo orientale dell’odierna Budapest, una folla guidata da Lajos Kossuth ottenne in poche ore la fine della censura e l’avvio di un governo ungherese autonomo dalla dieta di Vienna; negli stati italiani scoppiarono le «cinque giornate» di Milano (18-22 marzo) e la rivolta di Venezia, e il regno di Sardegna dichiarò guerra all’Austria.
Il tentativo più organico di dare forma istituzionale alle richieste nazionali tedesche fu il Parlamento di Francoforte, insediato il 18 maggio 1848: un’assemblea eletta da tutti gli stati tedeschi, incaricata di scrivere una costituzione per una Germania unita. Discusse per mesi la forma dello stato futuro e nella primavera del 1849 offrì la corona imperiale al re di Prussia, che la rifiutò perché non voleva riceverla da un’assemblea popolare invece che dai principi tedeschi: il rifiuto segnò il fallimento del tentativo di unificazione dal basso, e il parlamento si sciolse senza aver prodotto uno stato.
La repressione arrivò in tempi diversi da luogo a luogo, ma quasi ovunque entro un anno o due, per mano di eserciti regolari rimasti fedeli alle rispettive corone: Vienna fu riconquistata in ottobre 1848, gli stati italiani furono sconfitti a Custoza e a Novara fra il 1848 e il 1849. In Francia la repubblica sopravvisse formalmente, ma già in dicembre elesse presidente Luigi Napoleone Bonaparte, che nel 1851 ne avrebbe chiuso la parentesi con un colpo di stato. L’ultima a cadere fu l’Ungheria: dopo aver proclamato l’indipendenza in aprile 1849, il governo di Kossuth fu schiacciato in agosto da un intervento militare russo, concesso dallo zar Nicola I all’imperatore asburgico in nome della solidarietà fra monarchie assolute.
Quasi in concomitanza, ma su un piano diverso, il 21 febbraio 1848 uscì a Londra il Manifesto del Partito Comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels su commissione della Lega dei comunisti: proponeva la lotta di classe come chiave di lettura della storia e prevedeva la rivoluzione del proletariato industriale contro la borghesia. Non ebbe alcun ruolo nello scatenare le rivolte di quell’anno: fu diffuso in poche migliaia di copie, in un momento in cui il proletariato industriale era ancora una minoranza della forza lavoro europea, e le rivendicazioni del 1848 furono in stragrande maggioranza liberali e nazionali, non comuniste.
Conseguenze
Nel breve periodo il bilancio fu di sconfitta pressoché ovunque: le costituzioni concesse sotto pressione furono in molti casi ritirate o svuotate, i parlamenti eletti furono sciolti, i protagonisti processati, imprigionati o costretti all’esilio. Il Parlamento di Francoforte si chiuse senza una Germania unita, l’Ungheria tornò sotto il controllo asburgico, l’Italia restò divisa. È la ragione per cui la lettura tradizionale considera il 1848 un fallimento quasi totale delle rivoluzioni liberali e nazionali.
Nel lungo periodo, però, alcune conseguenze furono reali e durature, ed è per questo che la storiografia più recente propende per un bilancio più sfumato. La servitù della gleba fu abolita in Austria e in Ungheria nel 1848 stesso, e la misura non fu più revocata dopo la sconfitta militare dei rivoltosi: milioni di contadini dell’Europa centrale cessarono da allora di essere legati alla terra e al proprietario. Il 1848 lasciò inoltre un precedente di mobilitazione politica di massa — comitati, guardie civiche, giornali di strada, assemblee elette — che i movimenti liberali, nazionali e operai dei decenni successivi avrebbero riutilizzato come repertorio d’azione. Infine, molti dei protagonisti sconfitti — i cosiddetti «quarantottardi» — emigrarono, in buona parte verso gli Stati Uniti, portando con sé idee liberali e radicali.
Il Manifesto del Partito Comunista ebbe una traiettoria opposta: pressoché irrilevante nel 1848, la sua analisi della lotta di classe divenne, dopo la fondazione delle prime organizzazioni operaie di massa nella seconda metà del secolo, un riferimento ideologico centrale per il movimento socialista e poi comunista internazionale. La sua influenza politica reale fu quindi posteriore di decenni alla sua pubblicazione, non simultanea a essa.
Nel frattempo altrove
- 1830L'Algeria francese — Africa
- 1839Le guerre dell'oppio — Asia orientale
- 1840Il trattato di Waitangi — Oceania
- 1853L'apertura del Giappone — Asia orientale
- 1857La rivolta dei sepoy — Asia meridionale
- 1861La guerra civile americana — Americhe
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Il 1848 è documentato con un’abbondanza che non ha equivalenti nei decenni precedenti: atti parlamentari, una stampa periodica ormai diffusa in tutte le città coinvolte, corrispondenza diplomatica, memorie dei protagonisti scritte spesso durante l’esilio successivo. La densità delle fonti varia però molto da regione a regione: Parigi, Vienna e Berlino sono ricostruibili quasi giorno per giorno, mentre le rivolte in aree periferiche dell’impero asburgico o negli stati italiani minori restano documentate in modo più frammentario.
Il punto storiografico più rilevante non riguarda i fatti principali, largamente accertati, ma il bilancio complessivo da darne, e conviene dirlo esplicitamente invece di sceglierne uno in silenzio. La lettura tradizionale, di impronta ottocentesca e poi novecentesca, considera il 1848 un fallimento: costituzioni ritirate, parlamenti sciolti, unità italiana e tedesca rinviate rispettivamente di oltre un decennio e di più di vent’anni. Storici come Jonathan Sperber, pur riconoscendo la sconfitta politica immediata, hanno insistito sulle conseguenze strutturali di lungo periodo — fine del servaggio, nascita di un repertorio di mobilitazione politica di massa, formazione di una prima generazione di quadri liberali e nazionali che avrebbero governato decenni dopo — proponendo un bilancio più sfumato del semplice fallimento. Questa scheda segue la seconda lettura senza negare la prima: nel breve periodo il 1848 fu una sconfitta quasi ovunque, ma ridurlo a quella sola sconfitta significa ignorare effetti che si misurano solo a distanza di decenni.
Resta da chiarire un punto spesso frainteso: il Manifesto del Partito Comunista è a volte presentato, in sintesi divulgative, come l’innesco intellettuale delle rivolte del 1848. Non lo fu: la sua diffusione iniziale fu limitatissima e la sua influenza politica reale arrivò solo nella seconda metà del secolo. La concomitanza delle due date è un fatto storico interessante, non un rapporto di causa.
Approfondimenti
- Mike Rapport, 1848: Year of Revolution (2008) — una narrazione unica dell’intero anno rivoluzionario attraverso l’Europa, utile per cogliere la rapidità dell’effetto domino da una capitale all’altra.
- Jonathan Sperber, The European Revolutions, 1848-1851 (2005) — l’analisi di riferimento sulle cause sociali ed economiche comuni alle diverse rivolte, e sulla loro sconfitta strutturale.
- Eric Hobsbawm, The Age of Capital: 1848-1875 (1975) — colloca il quarantotto nel quarto di secolo successivo: utile per misurare le conseguenze di lungo periodo di cui la sola cronaca del 1848 non dà conto.
- Karl Marx e Friedrich Engels, Manifest der Kommunistischen Partei (1848) — la fonte primaria, breve e disponibile in traduzione: un testo di propaganda politica di una piccola organizzazione, non un resoconto delle rivolte in corso, ed è utile leggerlo come tale.