In breve
Nel luglio 1853 quattro navi da guerra statunitensi al comando del commodoro Matthew Perry entrano nella baia di Edo e chiedono, con la forza implicita dei loro cannoni, che il Giappone apra i porti al commercio. Da oltre due secoli lo shogunato Tokugawa manteneva il paese quasi del tutto chiuso al mondo. Il trattato di Kanagawa (1854) e i trattati successivi impongono l’apertura e condizioni ineguali; quindici anni dopo, nel 1868, la restaurazione Meiji rovescia lo shogunato e sceglie di industrializzarsi in fretta, riuscendo dove quasi nessun altro paese asiatico dell’epoca riuscì: a non essere colonizzata.
Contesto
Dagli anni trenta del Seicento lo shogunato Tokugawa aveva chiuso il Giappone al mondo esterno con una politica nota come sakoku, “paese in catene”. La decisione seguiva la rivolta di Shimabara (1637-38), un’insurrezione contadina con forte componente cristiana che il bakufu represse nel sangue e che convinse i governanti che il cristianesimo e i mercanti europei fossero una minaccia alla stabilità politica. Da allora i giapponesi non potevano lasciare il paese, pena la morte per chi tentava di rientrare, e gli unici contatti autorizzati con l’esterno passavano per un’isola artificiale nella baia di Nagasaki, Dejima, dove una piccola colonia di mercanti olandesi — soli fra gli europei — poteva commerciare sotto stretta sorveglianza. Cinesi e coreani mantenevano canali separati e altrettanto ristretti.
Questo isolamento non era immobilismo totale: il Giappone Tokugawa aveva un’economia monetizzata, città enormi per l’epoca (Edo contava probabilmente oltre un milione di abitanti), un’alfabetizzazione diffusa e una classe di studiosi che, attraverso i libri olandesi arrivati a Dejima, seguiva con attenzione la scienza e la tecnica occidentali (il cosiddetto rangaku, “studi olandesi”). Ma il potere restava nelle mani di un governo militare, lo shogunato, che teneva sotto controllo oltre duecento signori feudali (daimyo) proprio impedendo che le informazioni e le armi occidentali circolassero liberamente.
A metà Ottocento la pressione esterna cambiò natura. Le guerre dell’oppio (1839-42, poi 1856-60) avevano dimostrato alla Cina Qing, il gigante di riferimento per tutta l’Asia orientale, che la superiorità navale e d’artiglieria europea rendeva ormai illusoria qualunque politica di chiusura difesa con la sola distanza. Gli Stati Uniti, nel frattempo, avevano interessi propri e crescenti nel Pacifico: dopo la guerra con il Messico (1846-48) e l’acquisizione della California, cercavano rotte commerciali verso la Cina, stazioni di rifornimento del carbone per le navi a vapore e un trattamento sicuro per gli equipaggi delle baleniere che talvolta naufragavano sulle coste giapponesi e vi venivano trattati come intrusi criminali. Fu questo intreccio di interessi commerciali, strategici e umanitari a spingere Washington a inviare una spedizione navale.
Svolgimento
L’8 luglio 1853 quattro navi della marina statunitense — due delle quali a vapore, cosa mai vista prima nelle acque giapponesi — entrarono nella baia di Edo e gettarono l’ancora davanti a Uraga. Il popolo le soprannominò kurofune, “navi nere”, per lo scafo scuro e il fumo dei motori. Il commodoro Matthew Calbraith Perry rifiutò di trattare con i funzionari locali di rango inferiore e pretese di consegnare personalmente una lettera del presidente Millard Fillmore, indirizzata all’imperatore, che chiedeva l’apertura di porti al rifornimento e al commercio. Dopo aver consegnato la lettera, Perry si ritirò annunciando che sarebbe tornato l’anno successivo per la risposta, con una flotta più numerosa: una dimostrazione di forza deliberata, calcolata per lasciare al bakufu il tempo di decidere senza perdere la faccia di fronte a un ultimatum immediato.
Perry tornò nel febbraio 1854 con il doppio delle navi. Il 31 marzo 1854 fu firmato il trattato di Kanagawa: apriva ai rifornimenti americani i porti di Shimoda e Hakodate, garantiva assistenza ai naufraghi e permetteva l’insediamento di un console statunitense, ma non ancora un vero accordo commerciale. Nel 1856 il primo console, Townsend Harris, si stabilì a Shimoda e negoziò un trattato più ampio, firmato nel 1858: il trattato di Amicizia e Commercio apriva altri porti (fra cui Kanagawa, che sarebbe diventata la Yokohama moderna), fissava dazi doganali bassi e concordati, non decisi dal Giappone, e concedeva l’extraterritorialità ai cittadini statunitensi, cioè la sottrazione alla giurisdizione giapponese. Entro pochi mesi Gran Bretagna, Russia, Olanda e Francia ottennero trattati equivalenti: gli storici li chiamano collettivamente i “trattati ineguali”.
L’aver firmato senza il consenso dell’imperatore — una formalità che lo shogunato aveva sempre bypassato, ma che ora diventava un’arma politica nelle mani degli oppositori — scatenò una crisi interna. Nacque il movimento sonno joi, “onora l’imperatore, espelli i barbari”, che univa la rivendicazione della sovranità imperiale al rifiuto della presenza straniera. Il principale artefice dei trattati, il consigliere shogunale Ii Naosuke, fu assassinato nel 1860. Alcuni domini periferici, in particolare Satsuma e Choshu, scontrarono direttamente le potenze occidentali: Kagoshima, capitale di Satsuma, fu bombardata dalla marina britannica nel 1863 dopo l’uccisione di un mercante inglese; Choshu bombardò a sua volta navi straniere nello stretto di Shimonoseki e ne subì la rappresaglia nel 1864. Da queste sconfitte, paradossalmente, i due domini trassero la lezione che serviva armarsi secondo criteri occidentali, non respingerli per principio.
Satsuma e Choshu, alleati contro il bakufu, guidarono la guerra Boshin (1868-69): lo shogun Tokugawa Yoshinobu rassegnò il potere e il 3 gennaio 1868 fu proclamata la restaurazione del governo diretto sotto il giovane imperatore Meiji. Cominciava così, sul filo di una guerra civile relativamente breve, l’era che avrebbe trasformato il Giappone in una potenza industriale e militare in appena una generazione.
Conseguenze
Nell’immediato la conseguenza fu la fine della sakoku e l’ingresso forzato del Giappone in un sistema di relazioni internazionali dettato da altri: dazi fissati dall’estero, tribunali consolari stranieri sul proprio suolo, porti aperti per decisione altrui. Fu anche la fine, più lenta ma inevitabile, dello shogunato Tokugawa: il regime che aveva costruito la propria legittimità sulla capacità di tenere fuori gli stranieri non sopravvisse alla dimostrazione plateale di non poterlo più fare.
Nel medio periodo, il nuovo governo Meiji trasformò la crisi in programma politico. Lo slogan fukoku kyohei, “paese ricco, esercito forte”, riassumeva la strategia: abolizione dei domini feudali (1871) e della casta samuraica come ordine giuridico separato, leva militare obbligatoria, ferrovie, industria tessile e siderurgica avviate con capitali e tecnici statunitensi, europei e con missioni di studio come quella guidata da Iwakura Tomomi in Europa e negli Stati Uniti (1871-73). L’obiettivo esplicito, dichiarato dai dirigenti Meiji, era rendere il Giappone abbastanza forte da far revocare i trattati ineguali: la piena autonomia doganale arrivò solo nel 1911, ma l’extraterritorialità fu abolita già nel 1899.
Nel lungo periodo, il Giappone divenne l’unica potenza non occidentale a industrializzarsi ed emergere come attore imperiale a pieno titolo prima della metà del Novecento, vincendo guerre contro la Cina (1894-95) e contro la Russia (1904-05) — quest’ultima la prima vittoria di una potenza asiatica su una grande potenza europea in epoca moderna. È un contrasto che gli storici sottolineano spesso con la traiettoria cinese dello stesso periodo, segnata invece da concessioni territoriali, indennità di guerra e progressiva perdita di sovranità: due imperi affrontarono la stessa pressione occidentale e ne uscirono per strade opposte. La stessa apertura forzata produsse anche un effetto culturale inatteso: l’arte e gli oggetti giapponesi, ora esportabili, alimentarono in Europa la moda del japonisme che avrebbe influenzato la pittura impressionista.
Nel frattempo altrove
- 1830L'Algeria francese — Africa
- 1840Il trattato di Waitangi — Oceania
- 1848Il 1848 — Europa
- 1854Il colera e la fognatura — Europa
- 1857La rivolta dei sepoy — Asia meridionale
- 1861La guerra civile americana — Americhe
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
Come lo sappiamo
La spedizione di Perry è insolitamente ben documentata sul lato americano: al ritorno, il Congresso commissionò una relazione ufficiale, la Narrative of the Expedition, compilata dal reverendo Francis L. Hawks sulla base dei diari e delle note di Perry e dei suoi ufficiali. È una fonte di prima mano, ma va letta come un resoconto pensato per giustificare la missione di fronte all’opinione pubblica statunitense, non come cronaca neutra.
Sul lato giapponese esistono i diari e i memoriali dei funzionari del bakufu che negoziarono con Perry e Harris, oltre a una quantità notevole di stampe ukiyo-e dell’epoca che raffigurano le “navi nere” e i marinai stranieri: erano prodotti di consumo popolare, diffusi rapidamente per soddisfare la curiosità e l’ansia del pubblico, e restano la testimonianza visiva più diretta di come l’evento fu percepito dai giapponesi comuni.
Resta dibattuto quanto la restaurazione Meiji fosse una conseguenza diretta della pressione esterna e quanto invece portasse a compimento tensioni già presenti nel sistema bakuhan — il conflitto strutturale fra il potere centrale dello shogunato e l’autonomia crescente dei domini periferici, la crisi fiscale del bakufu, il malcontento samuraico. La storiografia più recente tende a leggere l’arrivo di Perry come un detonatore che accelera processi già in corso, più che come causa unica. È discussa anche la figura stessa di Perry: celebrato nella memoria pubblica statunitense come pioniere della diplomazia, è visto da una parte della storiografia giapponese come l’agente di un ricatto navale i cui effetti — i trattati ineguali — pesarono sul Giappone per oltre quarant’anni.
Approfondimenti
- W. G. Beasley, The Meiji Restoration (1972) — la ricostruzione classica delle cause politiche interne della caduta dello shogunato.
- Marius B. Jansen, The Making of Modern Japan (2000) — sintesi di riferimento sulla storia giapponese dal 1600 a oggi, comprese le trattative con l’Occidente.
- Michael R. Auslin, Negotiating with Imperialism (2004) — rilegge i trattati ineguali dal punto di vista della diplomazia giapponese, meno passiva di come viene spesso descritta.
- Andrew Gordon, A Modern History of Japan (2003) — manuale d’introduzione, utile per collocare l’apertura forzata nel percorso lungo verso l’industrializzazione.
- Francis L. Hawks (a cura di), Narrative of the Expedition of an American Squadron to the China Seas and Japan (1856) — la fonte di prima mano, compilata dal lato americano della spedizione.