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Atlante della storia umana

Connessioni globaliCompagnie e guerre di religione

I Tokugawa

Il Giappone si unifica e poi si chiude quasi del tutto per due secoli e mezzo di pace interna

esatto

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In breve

Nell’ottobre del 1600, a Sekigahara, Tokugawa Ieyasu sconfisse la coalizione di daimyo che si opponeva alla sua ascesa e chiuse oltre un secolo di guerra civile nell’arcipelago giapponese. Nei quarant’anni successivi i suoi eredi costruirono uno stato militare centralizzato, il bakufu di Edo, che tenne i signori feudali sotto controllo con residenze forzate e leggi vincolanti, e che ridusse drasticamente i contatti con le potenze europee dopo aver soffocato una rivolta contadina a sfondo religioso a Shimabara. Il risultato fu un ordine politico durato, con la stessa famiglia al comando, fino al 1868: due secoli e mezzo in cui il Giappone non fu isolato dal mondo, ma vi partecipò secondo termini che stabiliva Edo, non i suoi visitatori.

Contesto

Per gran parte del Cinquecento il Giappone era un mosaico di domini retti da signori della guerra, i daimyo, in lotta per terre e risorse nell’era Sengoku, «paese in guerra»: un secolo e mezzo di conflitto cominciato con la guerra di Onin del 1467. Tre uomini avviarono in successione la riunificazione: Oda Nobunaga, che introdusse in battaglia gli archibugi portoghesi e sottomise buona parte del Giappone centrale prima di essere assassinato nel 1582; Toyotomi Hideyoshi, che completò la conquista dell’arcipelago entro il 1590 e poi sperperò uomini e risorse in due invasioni fallite della Corea (1592-1598); e Tokugawa Ieyasu, vassallo di Hideyoshi, che alla sua morte nel 1598 restò il più potente fra i reggenti lasciati a governare per l’erede minorenne, Toyotomi Hideyori.

Il territorio conteso era un paese di risaie strette fra montagne, dove il riso era anche unità di misura della ricchezza e del potere: il kokudaka, la resa in koku che un dominio produceva, classificava i domini e ne fissava gli obblighi militari. Una terra montuosa e povera di suolo coltivabile aveva prodotto, in secoli di guerra endemica, una classe guerriera numerosa, i samurai, che nessuno dei tre unificatori poteva permettersi di ignorare: bisognava comprarne la fedeltà, o disarmarla.

Svolgimento

Il 21 ottobre 1600 (data gregoriana) le truppe di Ieyasu, circa 75.000 uomini, si scontrarono a Sekigahara con la coalizione radunata attorno a Ishida Mitsunari in nome di Hideyori. Il tradimento di alcuni comandanti nemici durante lo scontro decise la battaglia in poche ore. Ieyasu ridistribuì le terre dei vinti fra i propri vassalli e nel 1603 l’imperatore gli conferì il titolo di sei-i taishogun, «grande generale che sottomette i barbari», usato in origine contro le popolazioni emishi del Giappone settentrionale e che dal Duecento designava il capo di fatto del governo militare.

Restava un ostacolo: Hideyori, ormai adulto, occupava ancora il castello di Osaka con i samurai rimasti senza signore dopo Sekigahara. Ieyasu lo assediò nell’inverno del 1614 e di nuovo nell’estate del 1615; caduto il castello, Hideyori e sua madre Yodo-dono si tolsero la vita. La corte proclamò l’era Genna e la chiamò Genna embu, «deposizione delle armi»: una pace che i Tokugawa intendevano permanente, e per quasi due secoli e mezzo lo fu. Nello stesso 1615 il bakufu emanò le Buke shohatto, le leggi per le case militari: ai daimyo servivano ormai autorizzazioni per sposarsi o riparare un castello, e ogni dominio poteva tenerne uno solo.

Il terzo shogun, Tokugawa Iemitsu, irrigidì il sistema: nel 1635 rese obbligatoria per tutti i daimyo la sankin kotai, la residenza alternata fra Edo e il proprio dominio, con moglie e figli lasciati in ostaggio nella capitale. Il costo dei cortei e delle doppie residenze teneva i signori indebitati e privi di risorse militari, mentre le strade che li collegavano a Edo, a cominciare dal Tokaido, diventavano assi di commercio permanente.

Parallelamente lo shogunato inasprì la persecuzione del cristianesimo, introdotto dai gesuiti portoghesi dal 1549: un editto del 1614 lo vietò ed espulse i missionari, e negli anni venti e trenta le esecuzioni di convertiti divennero frequenti. La tensione esplose nel 1637 a Shimabara e nelle isole Amakusa, in Kyushu, dove contadini gravati da tasse e in gran parte cristiani si sollevarono sotto la guida del giovane Amakusa Shiro e si asserragliarono nel castello abbandonato di Hara. Il bakufu vi impiegò oltre centomila uomini e, per mostrare che la rivolta non godeva di appoggio straniero, ottenne che una nave della Compagnia olandese bombardasse il castello dal mare. Caduto Hara nell’aprile del 1638, le truppe shogunali massacrarono quasi tutti i difensori, stimati in decine di migliaia.

Shimabara accelerò gli editti, promulgati fra il 1633 e il 1639, che vietarono ai giapponesi di lasciare il paese o di rientrarvi se già all’estero, pena la morte, ed espulsero i portoghesi nel 1639. Nel 1641 il bakufu trasferì l’ultimo avamposto europeo, quello olandese, da Hirado a Dejima, un’isola artificiale nella baia di Nagasaki collegata alla terraferma da un solo ponte sorvegliato: da lì i mercanti olandesi commerciarono senza mai risiedere stabilmente in Giappone né praticarvi il proprio culto in pubblico.

Conseguenze

Nel breve periodo l’effetto più immediato fu la fine della guerra endemica: per la prima volta da generazioni un contadino poteva contare sul fatto che il raccolto non sarebbe stato bruciato da un esercito di passaggio. La popolazione crebbe, i terreni incolti furono messi a coltura, e attorno alle residenze forzate dei daimyo sorsero città-castello divenute mercati permanenti: Edo, poco più di un villaggio di pescatori a fine Cinquecento, contava già alcune centinaia di migliaia di abitanti a metà Seicento.

Quella crescita ebbe un costo ambientale: la domanda di legname per castelli, templi e città esaurì le foreste più accessibili, tanto che nella seconda metà del secolo diversi domini imposero restrizioni al taglio. Sul fronte agricolo, il freddo anomalo e i cattivi raccolti dei primi anni quaranta, la carestia dell’era Kan’ei, aggravata dall’eruzione del vulcano Komagatake nel 1640, spinsero il governo a vietare nel 1643 la vendita perpetua delle risaie, per impedire che i contadini indebitati smettessero di produrre il riso su cui si fondava la fiscalità del regime.

Nel lungo periodo, il controllo selettivo dei contatti esterni permise al Giappone di restare l’unico grande stato dell’Asia orientale a non subire un’occupazione coloniale prima dell’Ottocento, mentre la pace interna e l’integrazione dei mercati regionali posero le basi su cui, due secoli più tardi, si sarebbe innestata la modernizzazione dell’era Meiji.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti sono di tipo diverso e non sempre concordano. I documenti di governo, le Buke shohatto, gli editti sul commercio estero, sono atti amministrativi che dicono con precisione cosa lo shogunato ordinava, meno bene quanto fosse rispettato ai margini dell’arcipelago. I registri della Compagnia olandese delle Indie orientali a Dejima, tenuti giorno per giorno, sono invece una fonte esterna e continuativa, scritta da chi doveva rendere conto a un’azienda commerciale, non alla corte di Edo.

Un punto va dichiarato con chiarezza, perché cambia il senso della vicenda: la parola sakoku, «paese chiuso», con cui si etichetta questa politica, non esisteva nel Seicento. Fu coniata nel 1801 da Shizuki Tadao, che tradusse un passo di Engelbert Kaempfer sul Giappone, e si diffuse solo nell’Ottocento. Storici come Ronald Toby hanno mostrato che il bakufu non intendeva tagliare il Giappone fuori dal mondo: manteneva relazioni diplomatiche regolari con la Corea via Tsushima, con le Ryukyu via Satsuma e con le popolazioni ainu dell’Ezo via Matsumae, oltre al commercio olandese e cinese a Nagasaki. «Chiusura» descrive bene l’esclusione degli europei cattolici, molto meno la rete di rapporti asiatici rimasta attiva: qui si è scelto di usarla solo per la politica verso l’Europa, dichiarando che non valeva per il resto dell’Asia.

Restano incerti anche i numeri. Le stime dei morti a Shimabara vanno da circa ventisettemila a oltre trentasettemila, a seconda delle fonti coeve considerate attendibili e di come si contino i civili rifugiati nel castello insieme ai ribelli armati; e la popolazione di Edo a metà Seicento è una proiezione a ritroso da censimenti più tardi, non una rilevazione diretta, perché il primo censimento nazionale giapponese risale al 1721.

Approfondimenti

  • Conrad Totman, Early Modern Japan (1993) — la sintesi più ampia sul periodo, utile per collocare la politica dei Tokugawa dentro la storia sociale ed economica dell’arcipelago, non solo in quella di corte.
  • Ronald P. Toby, State and Diplomacy in Early Modern Japan (1984) — il libro che ha smontato l’idea di un Giappone semplicemente «chiuso», ricostruendo la diplomazia reale del bakufu verso Corea, Ryukyu ed Ezo.
  • Adam Clulow, The Company and the Shogun (2014) — il punto di vista della Compagnia olandese delle Indie orientali, che dovette imparare a trattare Edo da pari a pari, non da potenza coloniale.
  • Jonathan Clements, Christ’s Samurai (2016) — una ricostruzione narrativa della rivolta di Shimabara, utile per capire la vicenda dal lato dei ribelli e non solo da chi la represse.

Riferimenti

  • Conrad Totman, Early Modern Japan, 1993, University of California Press
  • Ronald P. Toby, State and Diplomacy in Early Modern Japan, 1984, Princeton University Press
  • Adam Clulow, The Company and the Shogun, 2014, Columbia University Press
  • Jonathan Clements, Christ's Samurai, 2016, Little, Brown

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