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Atlante della storia umana

Connessioni globaliConquista e scambio

I Moghul

Babur fonda una dinastia che unificherà quasi tutto il subcontinente e produrrà il Taj Mahal e una sintesi culturale indo-persiana

esatto

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In breve

Nel 1526 il principe Babur, discendente di Tamerlano e cacciato dall’Asia centrale, sconfisse il sultano di Delhi Ibrahim Lodi nella prima battaglia di Panipat e fondò la dinastia moghul. Nei successivi centoventicinque anni i suoi successori — soprattutto il nipote Akbar — costruirono sopra quella vittoria militare un’amministrazione fiscale capace di governare quasi tutto il subcontinente indiano, con le imposte fissate in denaro su un rilievo sistematico delle terre coltivate. Fu un impero che integrò l’aristocrazia guerriera indù del Rajasthan invece di limitarsi a sottometterla, e che sotto Shah Jahan, fra il 1632 e il 1653, produsse il Taj Mahal. Fu anche, in modo meno visibile, uno dei principali bacini di assorbimento dell’argento americano, che le compagnie europee portavano in India per pagare i tessuti di cotone che l’impero esportava nel mondo.

Contesto

Il subcontinente che Babur si accingeva a invadere non era una terra vuota da riempire. Da tre secoli il nord era retto da sultanati di lingua persiana e origine turca o afghana; l’ultimo, quello dei Lodi, governava da Delhi un territorio eroso dalle ribellioni dei governatori periferici e circondato dai regni rajput del Rajasthan, indù, autonomi e spesso in guerra fra loro. La pianura indo-gangetica restava però fra le zone agricole più produttive dell’Asia: le piogge monsoniche estive e i limi depositati da Indo e Gange sostenevano una densità di popolazione, e un gettito fiscale potenziale, che nessuno stato dell’Asia centrale poteva vantare in patria.

Babur — Zahir ud-Din Muhammad, nato nel 1483 nella valle di Ferghana, oggi in Uzbekistan orientale — discendeva per parte di padre da Tamerlano e per parte di madre da Gengis Khan, ma quell’ascendenza non gli garantì il trono che avrebbe voluto: perse Samarcanda due volte contro i confederati uzbechi shaybanidi e nel 1504, appena ventunenne, si accontentò di Kabul, base da cui per un ventennio lanciò incursioni verso il Punjab. Portava con sé anche una tecnologia militare recente, diffusa nel mondo islamico a partire dall’impero ottomano: l’artiglieria da campo e i moschetti ad acciarino, affidati a un ufficiale, Ustad Ali Quli, che li impiegava secondo la tattica ottomana di ancorare i cannoni a una barriera di carri legati fra loro.

Svolgimento

Il 21 aprile 1526, a Panipat, a nord di Delhi, l’esercito di Babur — forse dodicimila uomini contro un avversario più che decuplicato e appoggiato da elefanti da guerra — sconfisse e uccise Ibrahim Lodi grazie ai cannoni e a una manovra di aggiramento delle ali, la tulughma, appresa dagli ottomani. L’anno dopo, a Khanwa, Babur sconfisse anche la confederazione rajput guidata da Rana Sanga di Mewar. Morì ad Agra nel 1530.

Il figlio Humayun perse quasi tutto: sconfitto dal condottiero afghano Sher Shah Suri a Chausa nel 1539 e a Kannauj nel 1540, visse quindici anni in esilio, in parte alla corte safavide di Persia, prima di riconquistare Delhi nel 1555. Morì l’anno dopo, cadendo dalle scale della propria biblioteca.

Il vero architetto dell’impero fu Akbar, figlio di Humayun, salito al trono tredicenne nel 1556 e regnante fino al 1605. Conquistò Malwa, Gujarat, Bengala e Kashmir, e affidò al ministro delle finanze Todar Mal una riforma agraria, il sistema zabt, che fissava le imposte in denaro su un rilievo delle terre e delle rese medie del decennio precedente: una burocrazia documentata nell’Ain-i-Akbari, il manuale del suo segretario Abu’l-Fazl. Abolì nel 1564 la jizya, l’imposta sui non musulmani, sposò principesse rajput e arruolò i loro eserciti nell’apparato imperiale, e convocò dibattiti interreligiosi — fra musulmani, indù, giainisti e gesuiti portoghesi — nella nuova capitale di Fatehpur Sikri, costruita fra il 1571 e il 1585 e poi abbandonata per la scarsità d’acqua. Nel 1582 proclamò il Din-i-Ilahi, un ordine etico personale più che una religione: ebbe pochi seguaci oltre alla corte, e la sua natura resta discussa.

I successori proseguirono su strade diverse. Jahangir, che regnò dal 1605 al 1627, fu mecenate della pittura miniata naturalistica e ricevette l’ambasciatore inglese Thomas Roe, che fra il 1615 e il 1618 negoziò per la Compagnia inglese delle Indie Orientali una fattoria commerciale a Surat. Shah Jahan, salito al trono nel 1628, spostò l’impero sull’architettura: fondò nel 1639 la nuova capitale di Shahjahanabad, l’odierna Vecchia Delhi, e fece costruire ad Agra, fra il 1632 e il 1653, il Taj Mahal per la moglie Mumtaz Mahal, morta di parto nel 1631. Fra il 1630 e il 1632 una serie di monsoni falliti provocò nel Deccan una carestia che uccise, secondo le stime, milioni di persone: un promemoria di quanto anche il più ricco degli imperi agrari dipendesse da un regime di piogge che non controllava.

Conseguenze

Nel breve periodo, apparato fiscale e alleanze aristocratiche resero l’India moghul uno stato sorprendentemente stabile per un impero nato dalla conquista: la successione restava violenta — ogni imperatore, incluso Akbar, arrivò al potere dopo una lotta fra fratelli o contro un reggente — ma l’amministrazione sopravviveva al cambio di sovrano. Quella stessa amministrazione, con il rilievo delle terre e la gerarchia dei mansabdar che legava il rango militare a uno stipendio in assegnazioni di reddito, fornì un modello che la Compagnia inglese delle Indie Orientali avrebbe in parte ereditato quando, due secoli più tardi, ne rilevò le funzioni fiscali in Bengala.

L’effetto meno visibile fu economico e planetario. Nel Seicento l’India moghul produceva tessuti di cotone che l’Europa non sapeva eguagliare, e le compagnie olandese e inglese li pagavano non con merci ma con argento, in gran parte estratto a Potosí e giunto in India attraverso l’Atlantico e il Mediterraneo o attorno all’Africa. L’impero, privo di miniere d’argento proprie, ne divenne uno dei principali bacini di assorbimento al mondo, insieme alla Cina Ming: un filo che collegava, in quest’epoca, una montagna andina a un telaio del Gujarat.

Sul piano culturale, la corte moghul fuse tradizioni persiane, turche e indiane in una sintesi ancora visibile nell’architettura e nella pittura miniata, e nel persiano che restò lingua amministrativa fino all’Ottocento inoltrato. La convivenza costruita da Akbar fra corte musulmana e nobiltà indù non fu totale né definitiva: sotto Aurangzeb, dopo il 1658, la politica religiosa dell’impero cambiò segno. Ma per oltre un secolo rese possibile un governo che la sola forza militare non avrebbe potuto reggere.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La fonte più singolare è il Baburnama, le memorie che Babur scrisse in turco chagatai: un’autobiografia regale rara per candore, che accosta le campagne militari al suo amore per i giardini e al disagio per il clima e il cibo dell’India. Il regno di Akbar è documentato dall’Ain-i-Akbari e dall’Akbarnama, opere del funzionario di corte Abu’l-Fazl, che scriveva per celebrare il sovrano: i dati su eserciti, prezzi e rendite vanno usati con la cautela dovuta a una fonte interessata, non scartati per questo. Vi si affiancano resoconti europei — il gesuita Antonio Monserrate a corte da Akbar, l’ambasciatore Thomas Roe da Jahangir — utili perché guardano dall’esterno, con interessi commerciali o missionari dichiarati.

Restano punti dibattuti. Le cifre di popolazione e di gettito fiscale spesso citate per l’India moghul, inclusa la stima dello storico economico Angus Maddison secondo cui l’impero avrebbe prodotto fino a un quarto della manifattura mondiale, sono ricostruzioni fondate su documenti amministrativi successivi e catasti coloniali, non su censimenti coevi: vanno lette come ordini di grandezza, non come dati. La natura del Din-i-Ilahi di Akbar è discussa: alcuni storici vi leggono un tentativo di sincretismo religioso, altri un giuramento di fedeltà personale rivestito di linguaggio religioso, senza pretesa di sostituire l’islam. Anche l’inquadramento dei moghul, insieme a ottomani e safavidi, come “imperi delle polveri” accomunati dall’uso dell’artiglieria è stato criticato: attribuisce alla tecnologia un peso che rischia di mettere in ombra l’amministrazione fiscale, che qui come altrove fece la differenza fra una conquista di passaggio e uno stato duraturo.

Approfondimenti

  • Wheeler M. Thackston (traduttore), The Baburnama (1996) — le memorie di Babur tradotte integralmente: raro il caso di un sovrano che racconta sé stesso senza intermediari.
  • John F. Richards, The Mughal Empire (1993) — la sintesi di riferimento sull’amministrazione fiscale e militare che tenne insieme l’impero.
  • Catherine B. Asher, Architecture of Mughal India (1992) — segue gli edifici, da Fatehpur Sikri al Taj Mahal, come documenti politici oltre che estetici.
  • Audrey Truschke, Culture of Encounters: Sanskrit at the Mughal Court (2016) — la corte moghul vista dal lato sanscrito e indù, non solo da quello persiano di corte.

Riferimenti

  • Wheeler M. Thackston, The Baburnama: Memoirs of Babur, Prince and Emperor, 1996, Oxford University Press
  • Abu'l-Fazl ibn Mubarak, Āʼīn-i Akbarī
  • John F. Richards, The Mughal Empire, 1993, Cambridge University Press
  • Catherine B. Asher, Architecture of Mughal India, 1992, Cambridge University Press
  • Audrey Truschke, Culture of Encounters: Sanskrit at the Mughal Court, 2016, Columbia University Press

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