In breve
Fra il 1519 e il 1533, in due campagne condotte a quasi diecimila chilometri di distanza, gli spagnoli abbatterono i due imperi più estesi delle Americhe: la Triplice Alleanza azteca, con capitale a Tenochtitlan, e il Tawantinsuyu inca, con capitale a Cusco. Hernán Cortés e Francisco Pizarro non agirono da soli: si inserirono in conflitti già aperti — il risentimento dei popoli tributari verso il Messico centrale, una guerra civile per il trono inca — e si appoggiarono a decine di migliaia di alleati indigeni. Più delle armi, a decidere l’esito furono le epidemie portate dall’Eurasia, contro cui le popolazioni americane non avevano difese immunitarie: il vaiolo uccise l’imperatore azteco Cuitláhuac nel 1520 e aveva probabilmente già ucciso il sovrano inca Huayna Capac anni prima che Pizarro sbarcasse. La resistenza organizzata proseguì per decenni — l’ultimo stato neoinca cadde solo nel 1572 — mentre il crollo demografico raggiungeva, verso il 1600, una scala che nessun’altra epidemia documentata ha più eguagliato.
Contesto
Nel 1519 la Triplice Alleanza — Tenochtitlan, Texcoco e Tlacopan, spesso chiamata semplicemente «impero azteco» — dominava il Messico centrale imponendo tributo a decine di città-stato subordinate, non amministrando il territorio in modo diretto. Tenochtitlan, un’isola sul lago Texcoco collegata alla terraferma da argini, sosteneva con le sue chinampe (orti galleggianti ad alta resa) una delle popolazioni urbane più dense del mondo, e riceveva ogni anno derrate, tessuti, cacao e prigionieri da province lontane. Quel tributo generava risentimento: Tlaxcala, confederazione indipendente incuneata a est della capitale, viveva sotto un blocco commerciale imposto dalla Triplice Alleanza e vi si opponeva da generazioni con le cosiddette «guerre fiorite». Era un impero con nemici interni pronti a cambiare campo.
Il Tawantinsuyu inca, esteso lungo le Ande per oltre quattromila chilometri, governava con strumenti diversi — strade lastricate, magazzini di stato, lavoro a turno (la mit’a) al posto del tributo in merci — ma condivideva con l’impero azteco un punto debole: la successione al trono non seguiva una regola fissa, e la morte improvvisa del sovrano apriva quasi sempre una crisi fra pretendenti.
Entrambe le civiltà erano isolate da millenni dal bacino di malattie infettive che circolava fra Europa, Africa e Asia, dove secoli di convivenza con il bestiame domestico avevano selezionato patogeni come il vaiolo e il morbillo. Le popolazioni americane, prive di immunità acquisita, ne subirono un crollo demografico su una scala che nessuno dei due imperi aveva gli strumenti per contenere.
Svolgimento
Hernán Cortés sbarcò sulla costa del golfo del Messico nell’aprile 1519 con circa cinquecento uomini. Dopo aver sconfitto in battaglia i guerrieri di Tlaxcala, ne accettò l’alleanza: i tlaxcaltechi videro nell’arrivo degli stranieri un’occasione per rovesciare i propri dominatori, non un evento a cui assistere soltanto. Determinante fu anche Malintzin, donna nahua ceduta come schiava agli spagnoli a Tabasco, che imparò rapidamente lo spagnolo e divenne l’interprete e una delle principali consigliere politiche di Cortés: senza di lei la comunicazione con Moctezuma II e la tessitura delle alleanze sarebbero state impraticabili.
L’8 novembre 1519 la spedizione, ormai forte di migliaia di alleati indigeni, entrò a Tenochtitlan, e Cortés prese in ostaggio Moctezuma II nel proprio alloggiamento. La situazione precipitò nel maggio 1520, quando Pedro de Alvarado, lasciato al comando in assenza di Cortés, fece massacrare la nobiltà azteca riunita per la festa di Toxcatl: la città insorse. Moctezuma morì il 29 giugno, in circostanze che le fonti non concordano nel ricostruire, e nella notte fra il 30 giugno e il 1° luglio — la «Noche Triste» — gli spagnoli fuggirono lungo gli argini del lago, perdendo la maggior parte dei propri uomini e gran parte dell’oro razziato.
Nei mesi successivi scoppiò a Tenochtitlan un’epidemia di vaiolo, portata secondo il francescano Toribio de Motolinía da un uomo ridotto in schiavitù giunto con la spedizione punitiva inviata da Cuba contro Cortés. Il nuovo imperatore Cuitláhuac ne morì dopo appena ottanta giorni di regno. Il suo successore, Cuauhtémoc, resistette all’assedio che Cortés impose nella primavera del 1521 con decine di migliaia di guerrieri alleati e imbarcazioni costruite apposta per controllare il lago; Tenochtitlan cadde il 13 agosto 1521, ridotta alla fame e devastata dalla malattia.
A migliaia di chilometri di distanza, e con oltre un decennio di ritardo, una sequenza simile — epidemia, crisi di successione, conquista — si ripeté nel Tawantinsuyu. Huayna Capac morì, secondo le cronache, intorno al 1527, probabilmente di vaiolo giunto via terra dall’istmo di Panama prima ancora che uno spagnolo mettesse piede sull’altopiano andino. La sua morte aprì una guerra civile fra i figli Huáscar, a Cusco, e Atahualpa, a Quito, che quest’ultimo vinse poco prima dell’arrivo di Francisco Pizarro, nel 1532. Il 16 novembre di quell’anno, a Cajamarca, Pizarro tese un’imboscata ad Atahualpa durante un incontro concordato: in poche ore la sua guardia disarmata fu massacrata e il sovrano fatto prigioniero. Atahualpa offrì di riempire una stanza d’oro e due d’argento come riscatto; gli spagnoli lo accettarono, incassarono il metallo e lo giustiziarono comunque, il 26 luglio 1533, con il laccio invece che sul rogo, dopo che si fece battezzare in punto di morte.
Pizarro insediò come sovrano fantoccio Manco Inca Yupanqui, che nel 1536 ruppe con gli spagnoli e assediò per mesi Cusco prima di ritirarsi verso Vilcabamba, nella foresta a nord-ovest della capitale, dove fondò uno stato inca indipendente sopravvissuto altri trentasei anni. Solo nel 1572 il viceré Francisco de Toledo vi pose fine: Túpac Amaru, l’ultimo sovrano, fu catturato e decapitato nella piazza principale di Cusco.
Conseguenze
Nel breve periodo la conquista trasferì il vertice politico di due imperi a un’amministrazione coloniale spagnola che riutilizzò, più che sostituire, gli strumenti di governo preesistenti: l’encomienda ereditò il tributo azteco, e la mita coloniale — impiegata su scala industriale dagli anni 1570 nelle miniere d’argento di Potosí — riadattò il lavoro a turno inca a uno scopo che i sovrani precedenti non avevano previsto.
Nel lungo periodo l’effetto più grave fu demografico. Le stime restano controverse per l’assenza di censimenti affidabili prima della conquista, ma anche le ricostruzioni più caute concordano su un crollo superiore all’80% della popolazione, nel Messico centrale come nelle Ande, fra il 1520 e il 1600 circa — uno dei crolli demografici più gravi mai documentati, causato soprattutto da epidemie successive (morbillo, e dal 1545 un’infezione chiamata cocoliztli la cui causa esatta resta oggetto di ricerca) più che dalla violenza militare diretta.
L’argento estratto dalle stesse Ande conquistate, in particolare da Potosí a partire dal 1545, finanziò le guerre della corona spagnola in Europa e, attraverso il Pacifico, entrò nel circuito monetario della Cina Ming: la conquista di due imperi americani si tradusse, nel giro di due generazioni, in un pezzo del primo sistema economico davvero globale.
Culturalmente la conquista non cancellò le società conquistate: le lingue nahuatl e quechua sono ancora oggi parlate da milioni di persone, e per secoli l’amministrazione coloniale dipese da intermediari e funzionari di origine indigena.
Nel frattempo altrove
- 1498Vasco da Gama — Asia meridionale
- 1500La tratta atlantica — Africa
- 1517La Riforma — Europa
- 1520Solimano — Medio Oriente
- 1521Magellano attraversa il Pacifico — Oceania
- 1526I Moghul — Asia meridionale
- 1600La porcellana di Jingdezhen — Asia orientale
Come lo sappiamo
Le fonti sulla conquista del Messico sono in parte spagnole e in parte nahua, e non raccontano la stessa storia. Bernal Díaz del Castillo, soldato della spedizione, scrisse la propria cronaca decenni dopo i fatti, in polemica con chi attribuiva ogni merito al solo comandante; il Codice fiorentino, compilato dal francescano Bernardino de Sahagún con informatori nahua una generazione dopo, restituisce invece la prospettiva degli sconfitti, compreso l’orrore per il massacro di Toxcatl. Per il Perù, la cronaca illustrata di Felipe Guamán Poma de Ayala, scritta e disegnata da un nobile andino a inizio Seicento, è la fonte più ricca sul punto di vista indigeno, benché indirizzata al re di Spagna per denunciare gli abusi coloniali e quindi tutt’altro che neutrale.
Restano dibattuti almeno tre punti. Il primo è quanto la conquista sia stata opera di poche centinaia di spagnoli e quanto di decine di migliaia di alleati indigeni: la storiografia più recente, in particolare quella di Matthew Restall, sostiene che il racconto di pochi uomini capaci di abbattere da soli un impero sia un mito costruito dagli stessi conquistadores per rivendicare meriti presso la corona. Il secondo è la scala del crollo demografico: le stime più alte sulla popolazione precoloniale del Messico centrale, elaborate dagli anni Sessanta del Novecento, restano contestate proprio perché quella popolazione di partenza non fu mai censita. Il terzo è la data di chiusura di questa scheda: il 1600 non corrisponde a un evento preciso, ma al punto in cui si possono dire concluse sia la resistenza politica organizzata — Vilcabamba cadde nel 1572 — sia la prima e più devastante fase del crollo demografico.
Approfondimenti
- Matthew Restall, Seven Myths of the Spanish Conquest (2003) — smonta il racconto di pochi eroi spagnoli e restituisce peso alle alleanze indigene, tlaxcalteca in testa.
- Camilla Townsend, Fifth Sun (2019) — la stessa vicenda ricostruita a partire dagli annali in nahuatl, non dalle cronache dei vincitori.
- Noble David Cook, Born to Die (1998) — la ricostruzione di riferimento sul ruolo delle epidemie nel crollo demografico andino.
- Bernal Díaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España — la cronaca di un soldato che scrive tardi, in polemica con i cronisti di corte, e per questo densa di dettagli concreti.
- Felipe Guamán Poma de Ayala, El primer nueva corónica y buen gobierno — cronaca andina illustrata, la fonte più ampia sul punto di vista indigeno del Perù coloniale.