In breve
Fra il 1520 e il 1566 Solimano I resse l’impero ottomano nella fase di massima espansione territoriale e di assestamento delle sue istituzioni. Le sue armate conquistarono Belgrado nel 1521 e gran parte dell’Ungheria dopo la battaglia di Mohács del 1526, e nel 1529 posero l’assedio a Vienna, il punto più occidentale mai raggiunto da un esercito ottomano. La flotta dell’ammiraglio Hayreddin Barbarossa impose il predominio ottomano sul Mediterraneo orientale dopo la vittoria di Prevesa, nel 1538. I sudditi lo chiamavano Kanuni, “il Legislatore”, per la codificazione del diritto secolare che affiancò la legge religiosa in tutte le province; in Europa la fama che lo raggiunse fu invece quella del “Magnifico”, per la ricchezza della corte e per un mecenatismo che produsse, fra l’altro, la grande moschea di Istanbul progettata dall’architetto Sinan.
Contesto
Quando Solimano salì al trono, nel settembre 1520, ereditava uno stato che il padre Selim I aveva quasi raddoppiato in appena otto anni: fra il 1514 e il 1517 gli eserciti di Selim avevano sconfitto i safavidi di Persia a Chaldiran e poi rovesciato il sultanato mammelucco, estendendo il dominio ottomano su Siria, Egitto e sul Hijaz, con le città sante di Mecca e Medina. Da allora l’Egitto, granaio del Mediterraneo orientale fin dall’antichità, spediva a Istanbul un tributo annuale di grano che ne sosteneva la crescita.
Istanbul stessa era, nel 1520, una città ancora in ricostruzione: conquistata nel 1453, era stata ripopolata con trasferimenti forzati da altre province, e a metà del secolo avrebbe superato il mezzo milione di abitanti, probabilmente la città più popolosa del Mediterraneo. Il governo ottomano poggiava su due pilastri materiali: il timar, una concessione di terra il cui gettito fiscale, invece di passare per una tesoreria centrale, pagava direttamente il servizio militare di un cavaliere; e la fanteria dei giannizzeri, reclutata bambina fra i sudditi cristiani dei Balcani con la leva del devşirme, convertita e addestrata a servire uno stato a cui doveva l’intera fedeltà, senza legami con un clan o una provincia.
L’impero controllava anche gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la via obbligata del grano che dal Mar Nero riforniva il Mediterraneo orientale, e doveva fare i conti con una minaccia economica recente: dal 1498 le navi portoghesi che doppiavano il Capo di Buona Speranza portavano le spezie asiatiche in Europa senza più passare dal Mar Rosso e dal Golfo Persico, sottraendo dazi di transito alle rotte tradizionali. Riguadagnare peso su quella via, non solo la fede o il prestigio, mosse buona parte delle campagne navali del regno.
Svolgimento
Nel 1521 Solimano prese Belgrado, fortezza che aveva resistito agli ottomani per oltre sessant’anni. L’anno dopo assediò e conquistò Rodi, cacciando i cavalieri ospitalieri che vi si erano insediati dal 1309 e minacciavano le rotte ottomane nel Mediterraneo orientale; i cavalieri si stabilirono poi a Malta, nel 1530.
Il 29 agosto 1526 l’esercito ottomano sconfisse a Mohács quello del re Luigi II d’Ungheria, morto nella fuga: privo di un erede diretto, il regno ungherese si spezzò nei decenni successivi fra un’area centrale amministrata direttamente da Istanbul, un settore occidentale conteso dagli Asburgo e la Transilvania, rimasta autonoma sotto sovranità ottomana. Nel 1529 Solimano marciò su Vienna, ma vi arrivò tardi nella stagione: le piogge avevano rallentato l’avanzata nei Balcani, costringendolo ad abbandonare parte dell’artiglieria pesante impantanata nel fango, e con l’inverno alle porte l’esercito tornò indietro dopo poche settimane. Da Istanbul a Vienna correvano oltre 1.600 chilometri, e la stagione utile alla campagna, fra il disgelo primaverile e le piogge d’autunno, durava a stento cinque mesi: Vienna restò per un secolo e mezzo il limite occidentale stabile dell’espansione ottomana in Europa, non per mancanza di volontà.
A oriente, la guerra contro i safavidi — rivali anche sul piano religioso, sciiti contro l’ortodossia sunnita rivendicata da Istanbul — portò nel 1534 alla conquista di Tabriz e di Baghdad, con le città sante sciite della Mesopotamia. Sul mare, Solimano affidò nel 1533 il comando della flotta a Hayreddin Barbarossa, ex corsaro di Algeri: nel 1538 la flotta ottomana sconfisse a Prevesa quella della lega cristiana guidata da Andrea Doria, assicurando il predominio navale ottomano nel Mediterraneo fino a Lepanto, nel 1571. Nel 1536 concesse inoltre ai mercanti francesi privilegi commerciali e strinse con Francesco I un’intesa anti-asburgica — un’alleanza fra un sultano musulmano e un re cattolico che i contemporanei giudicarono scandalosa.
All’interno, Solimano fece raccogliere in un corpo organico di kanunname il diritto secolare su fiscalità, proprietà terriera e diritto penale, affiancandolo alla legge religiosa islamica: da qui il titolo di Kanuni con cui i sudditi lo ricordavano. A Istanbul l’architetto Mimar Sinan, anch’egli reclutato bambino con il devşirme, costruì fra il 1550 e il 1557 il complesso della Süleymaniye: una moschea affiancata da scuole coraniche, un ospedale e una mensa pubblica gratuita, finanziati da un vakıf, una fondazione la cui rendita da botteghe e terreni ne sosteneva perennemente il funzionamento. La corte coltivò anche miniatura, calligrafia e poesia; lo stesso Solimano compose migliaia di versi in turco con lo pseudonimo di Muhibbi.
La successione fu segnata da una crisi interna: nel 1553, durante una campagna contro i safavidi, Solimano fece strangolare nel proprio accampamento il figlio maggiore, il principe Mustafa, popolare fra i giannizzeri e considerato da molti l’erede naturale, con l’accusa di tramare contro di lui. Storici moderni attribuiscono un ruolo nella sua caduta al gran visir Rüstem Pascià e alla moglie di Solimano, Hürrem Sultan, ma quanto ciascuno abbia effettivamente pesato sulla decisione resta materia di ricostruzione più che di prova diretta.
Solimano morì nella notte fra il 5 e il 6 settembre 1566, nella propria tenda durante l’assedio della fortezza ungherese di Szigetvár, poche ore prima che la piazza cadesse. Il gran visir Sokollu Mehmed Pascià tenne segreta la sua morte per quasi due mesi, durante il ritiro dell’esercito, finché il figlio ed erede Selim II non poté insediarsi senza contestazioni.
Conseguenze
Nel breve periodo l’impero raggiunse la sua massima estensione fra l’Ungheria e il Golfo Persico, il Mar Rosso e le coste nordafricane, ma l’insuccesso di Vienna fissò per generazioni il confine occidentale del possibile: il secondo assedio della città sarebbe arrivato solo nel 1683, con lo stesso esito. La codificazione del kanun restò per secoli il riferimento amministrativo dell’impero, tanto che i riformatori ottocenteschi del Tanzimat vi si sarebbero richiamati come a un’età dell’oro della buona amministrazione da restaurare, più che da inventare.
Nel lungo periodo la rivalità con gli Asburgo, aperta a Mohács e confermata a Vienna, strutturò per un secolo e mezzo la politica dell’Europa centrale, mentre l’alleanza con la Francia introdusse un precedente pragmatico nella diplomazia europea: due potenze potevano allearsi contro un nemico comune al di là della frontiera religiosa. I privilegi commerciali concessi ai francesi nel 1536, le cosiddette capitolazioni, divennero il modello poi esteso a inglesi e olandesi, e per secoli regolarono la presenza dei mercanti europei nei porti ottomani. Sul piano storiografico, la morte di Solimano fu a lungo letta come l’inizio di un declino ottomano quasi ininterrotto: una lettura oggi ampiamente rivista, perché l’impero restò una potenza militare ed economica di primo piano per altri due secoli.
Nel frattempo altrove
- 1498Vasco da Gama — Asia meridionale
- 1500La tratta atlantica — Africa
- 1517La Riforma — Europa
- 1519La caduta degli imperi americani — Americhe
- 1521Magellano attraversa il Pacifico — Oceania
- 1526I Moghul — Asia meridionale
- 1600La porcellana di Jingdezhen — Asia orientale
Come lo sappiamo
Le fonti sono di tre tipi diversi, e non raccontano la stessa cosa. I registri amministrativi — i kanunname, i catasti fiscali tapu tahrir — sono redatti dallo stato per governare, non per narrare: danno numeri su terra, tasse e reclute con una precisione che le cronache non hanno, ma tacciono le motivazioni delle persone. Le cronache di corte, testi illustrati commissionati per celebrare le campagne del sultano, erano propaganda dinastica: dicono come il potere voleva essere visto, non cosa accadeva davvero nelle sue stanze. Le fonti europee, come le lettere dell’ambasciatore asburgico Ogier Ghiselin de Busbecq, scritte durante la sua missione a Istanbul fra il 1554 e il 1562, offrono il resoconto più dettagliato che abbiamo sulla vita di corte — ma restano lo sguardo di un diplomatico che scriveva per convincere il proprio imperatore, e misurava l’impero ottomano su un metro europeo.
Su due punti la ricostruzione resta aperta. Il primo è l’esecuzione del principe Mustafa nel 1553: le fonti che ne attribuiscono la regia a Hürrem Sultan sono in parte europee e in parte ottomane scritte dopo i fatti, ed è difficile distinguere la ricostruzione politica dal pregiudizio verso l’influenza femminile a corte — Leslie Peirce ha proposto di leggere il potere di Hürrem come governo legittimo piuttosto che come intrigo, ribaltando un’interpretazione più vecchia. Il secondo è la stessa idea di “declino”: generazioni di storici ottomanisti l’hanno usata come cornice per i due secoli dopo Solimano, e solo la ricerca più recente ha cominciato a chiedersi se quella cornice non dica più sui pregiudizi europei sull’Oriente che sull’effettivo funzionamento dello stato ottomano.
Approfondimenti
- Ogier Ghiselin de Busbecq, The Turkish Letters — la testimonianza più diretta di un contemporaneo alla corte ottomana: utile per vedere cosa colpiva un osservatore esterno, e cosa gli restava invisibile.
- Leslie P. Peirce, The Imperial Harem (1993) — ribalta la lettura tradizionale del ruolo di Hürrem Sultan, da intrigo di corte a esercizio di potere legittimo.
- Colin Imber, The Ottoman Empire, 1300-1650 (2002) — entra nell’amministrazione, nel timar e nel kanun più che nelle battaglie: da lì dipendeva il potere del sultano.
- Caroline Finkel, Osman’s Dream (2005) — colloca il regno di Solimano nell’arco lungo dei sei secoli ottomani, utile a capire perché la sua morte non segnò un declino immediato.
- Gülru Necipoğlu, The Age of Sinan (2005) — racconta il mecenatismo architettonico del regno, e mostra come un vakıf trasformasse un edificio religioso in un’infrastruttura di welfare.