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Atlante della storia umana

Connessioni globaliCompagnie e guerre di religione

Le colonie inglesi

Jamestown e poi il New England avviano un modello coloniale di popolamento, diverso da quello iberico di conquista

esatto

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In breve

Il 14 maggio 1607 poco più di cento uomini, inviati da una compagnia per azioni londinese, sbarcarono su un’isola paludosa del fiume James e vi fondarono Jamestown, il primo insediamento inglese permanente nelle Americhe. Nei primi tre anni la fame, le malattie e i conflitti con la confederazione algonchina dei Powhatan quasi cancellarono la colonia; la salvò il tabacco, che dal 1614 ne fece un’economia di piantagione. Nel 1620 un gruppo di separatisti religiosi fondò più a nord Plymouth, e nel 1630 migliaia di puritani seguirono nella baia del Massachusetts. Nacque così, nell’arco di una generazione, un modello fondato sul trasferimento di intere famiglie su terra sottratta a popolazioni native già indebolite dal contatto europeo: diverso, per struttura economica e per demografia, dalla riscossione a tributo di imperi già densamente popolati che Spagna e Portogallo praticavano da un secolo.

Contesto

Un primo tentativo era fallito senza lasciare tracce: nel 1587 Walter Raleigh aveva finanziato un insediamento a Roanoke, sulla costa dell’attuale Carolina del Nord, e nel 1590 una nave di soccorso lo trovò abbandonato, con la sola scritta CROATOAN incisa su un palo. La sorte dei coloni di Roanoke resta ignota ancora oggi. Spagna e Portogallo finanziavano le proprie spedizioni con capitali di corte e ne traevano argento e tributi da imperi già organizzati, come quello inca o quello azteco; l’Inghilterra, priva di un apparato coloniale paragonabile, lasciò l’iniziativa a compagnie per azioni sul modello già sperimentato dalla Muscovy Company e dalla Levant Company, che ripartivano il rischio fra centinaia di investitori privati in cambio di una quota sui profitti futuri.

La costa atlantica che gli inglesi si accingevano a colonizzare non era terra vuota. Nella tidewater della Chesapeake, circa trenta gruppi di lingua algonchina obbedivano a un capo supremo, Wahunsenacawh — che gli inglesi chiamavano Powhatan — il quale dalla sua sede di Werowocomoco riscuoteva tributi in cibo, pelli e perle da una confederazione, Tsenacomoco, di forse quattordicimila persone, che coltivava mais, fagioli e zucca senza aratro né animali da tiro. Più a nord i Wampanoag avevano già avuto, per tutto il secolo precedente, contatti intermittenti e spesso violenti con pescatori europei: nel 1614 il capitano inglese Thomas Hunt rapì una ventina di uomini nativi per venderli come schiavi in Spagna, anni prima che una nave di coloni gettasse l’ancora in quelle acque. In Inghilterra, intanto, la crescita demografica e la recinzione delle terre comuni spingevano famiglie povere a cercare altrove un podere, mentre la repressione contro chi rifiutava la Chiesa ufficiale rendeva l’emigrazione, per separatisti e puritani, l’unica alternativa al carcere.

Svolgimento

Le tre navi della Virginia Company sbarcarono i coloni, quasi tutti uomini, su un’isola scelta per ragioni difensive contro un possibile attacco spagnolo: priva di acqua dolce potabile e circondata da paludi malariche, si rivelò quasi fatale. Nell’inverno 1609-1610, la “starving time”, la popolazione crollò da circa cinquecento a poco più di sessanta persone, fra fame, malattia e l’interruzione del commercio di cibo da parte dei Powhatan, esasperati dalle razzie inglesi. Uno studio dendrocronologico sugli anelli dei cipressi calvi della regione mostrò che il periodo 1606-1612 fu il più secco in settecentosettant’anni, e che un’altra siccità estrema aveva colpito la stessa area negli anni della scomparsa di Roanoke: il clima, non solo l’inesperienza dei coloni, spiega la somiglianza fra i due fallimenti.

La colonia sopravvisse grazie a una pianta. Nel 1612 John Rolfe importò dai Caraibi spagnoli semi di un tabacco più dolce di quello locale, e nel 1614 la prima spedizione commerciale raggiunse Londra; il tabacco esauriva rapidamente il suolo e imponeva di disboscare nuove terre ogni pochi anni, ma divenne in un decennio l’unica ragione economica della colonia. Lo stesso anno Rolfe sposò Pocahontas, figlia di Powhatan: un’unione che portò qualche anno di tregua senza risolvere il conflitto sulla terra.

Il 1619 fu per la Virginia un anno di svolta: a Jamestown si riunì la House of Burgesses, prima assemblea rappresentativa eletta nelle colonie inglesi d’America, e in agosto la nave White Lion sbarcò a Point Comfort “venti e qualcuno” prigionieri d’origine africana, requisiti in mare a una nave negriera portoghese diretta in Messico — il primo arrivo documentato di africani in Virginia, in uno status giuridico che la legge non fissò per altri decenni. Nel 1622 il successore di Powhatan, Opechancanough, guidò un attacco che uccise circa un quarto dei coloni in un solo giorno; la Virginia Company, già in dissesto, perse la carta reale nel 1624 e la colonia passò sotto controllo diretto della corona.

Più a nord, nel 1620, un gruppo di separatisti salpò sulla Mayflower diretto alla Virginia settentrionale, ma le correnti li portarono fuori dai confini della propria licenza: prima di sbarcare firmarono il Mayflower Compact, un accordo di autogoverno reso necessario dall’assenza di ogni autorità legale riconosciuta. Approdarono su terre dei Patuxet, che un’epidemia devastante — la diagnosi resta incerta — aveva quasi sterminato fra il 1616 e il 1619; fra i pochi sopravvissuti c’era Tisquantum, rapito anni prima da un altro capitano inglese e tornato in patria proprio mentre l’epidemia si spegneva. Trovò il proprio villaggio vuoto, e fu lui a insegnare ai coloni le tecniche agricole locali che ne permisero la sopravvivenza. Nel 1630 un secondo gruppo di puritani trasferì in America la carta della Massachusetts Bay Company, sottraendola fin dall’inizio al controllo di Londra; nel decennio successivo la “grande migrazione” vi portò circa ventimila persone in fuga dalla repressione religiosa di Carlo I. Il rapporto con i nativi degenerò fra il 1636 e il 1638 nella guerra contro i Pequot, culminata nell’incendio di un villaggio fortificato sul fiume Mystic, dove le milizie coloniali e i loro alleati Narragansett e Mohegan uccisero diverse centinaia di Pequot, in gran parte donne e bambini.

Conseguenze

Nel breve periodo la Virginia si assestò su un’economia di piantagione a monocoltura, con una manodopera composita di servi a contratto europei e persone d’origine africana il cui status giuridico restava fluido: alcuni, come Anthony Johnson, arrivato come prigioniero nel 1621, ottennero libertà e terra propria. Solo nei decenni successivi, con una serie di leggi coloniali, la schiavitù si irrigidì in un sistema ereditario legato all’origine africana. Nel New England prevalse invece un’agricoltura familiare mista, sostenuta dalla pesca e dal legname, organizzata attorno all’assemblea cittadina, istituzione di autogoverno locale sopravvissuta ben oltre l’epoca coloniale.

Nel lungo periodo le due colonie fissarono traiettorie divergenti dentro lo stesso impero: una fondata sulla piantagione da esportazione e sul lavoro coercitivo, l’altra sulla piccola proprietà e sulla comunità religiosa. Condividevano però lo stesso presupposto, opposto a quello spagnolo e portoghese: non l’assoggettamento fiscale di società native già strutturate in stati tributari, ma la sostituzione di quelle società con famiglie di coloni, spesso dopo che le epidemie ne avevano già ridotto il numero — una differenza che avrebbe pesato per secoli sulla distribuzione della popolazione, della terra e del potere politico nelle due Americhe.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti scritte sono quasi interamente inglesi: i resoconti di John Smith, che esagerava sistematicamente il proprio ruolo nella sopravvivenza di Jamestown, e la storia di William Bradford, Of Plymouth Plantation, scritta da chi guidò la colonia per oltre trent’anni e la cui narrazione provvidenziale va letta anche come opera di autogiustificazione religiosa. La prospettiva powhatan e wampanoag arriva quasi solo filtrata da questi testi: nessun resoconto nativo di prima mano su Jamestown o su Plymouth è sopravvissuto in forma scritta.

Sulla “starving time” la storiografia tradizionale, che seguiva le accuse di pigrizia e cattiva amministrazione avanzate dagli stessi sopravvissuti, e la ricerca dendrocronologica del 1998 non si escludono a vicenda: la siccità estrema rese la crisi quasi inevitabile, ma la scelta del sito e la rottura dei rapporti con i Powhatan la aggravarono. Nel 2012 gli scavi del progetto Jamestown Rediscovery portarono alla luce ossa umane con segni di macellazione compatibili con episodi di cannibalismo, un dettaglio a lungo liquidato come esagerazione propagandistica e che l’archeologia ha invece confermato come plausibile.

Resta discusso lo status giuridico dei primi africani sbarcati nel 1619 — se fossero fin da subito schiavi a vita o servi a contratto assimilabili, per un periodo, a quelli europei — perché la documentazione superstite è troppo scarsa per dirlo con certezza: è il nodo centrale del dibattito storiografico sull’origine della schiavitù razziale nordamericana. Discussa è anche la causa dell’epidemia che colpì il New England costiero fra il 1616 e il 1619: le ipotesi includono leptospirosi, epatite virale e vaiolo, ma nessuna fonte del tempo descrive sintomi sufficienti a un’identificazione retrospettiva certa.

Approfondimenti

  • Edmund S. Morgan, American Slavery, American Freedom (1975) — perché libertà politica dei bianchi e schiavitù degli africani nacquero insieme in Virginia, non l’una nonostante l’altra.
  • William Cronon, Changes in the Land (1983) — storia ambientale del New England: come inglesi e nativi intendevano la terra in modi incompatibili, prima ancora che in conflitto.
  • Karen Ordahl Kupperman, The Jamestown Project (2007) — colloca Jamestown dentro un secolo di tentativi coloniali europei falliti, non come un inizio isolato.
  • James Horn, A Land As God Made It (2005) — la cronaca più dettagliata dei primi anni di Jamestown, “starving time” compresa.
  • David W. Stahle e altri, “The Lost Colony and Jamestown Droughts” (1998) — lo studio sugli anelli degli alberi che ha rivisto la spiegazione del fallimento di due colonie.
  • William Bradford, Of Plymouth Plantation, 1620-1647 — il resoconto di chi guidò Plymouth per trent’anni: da leggere sapendo che è anche un’opera di autogiustificazione.

Riferimenti

  • Edmund S. Morgan, American Slavery, American Freedom: The Ordeal of Colonial Virginia, 1975, W. W. Norton
  • William Cronon, Changes in the Land: Indians, Colonists, and the Ecology of New England, 1983, Hill and Wang
  • Karen Ordahl Kupperman, The Jamestown Project, 2007, Harvard University Press
  • James Horn, A Land As God Made It: Jamestown and the Birth of America, 2005, Basic Books
  • David W. Stahle e altri, The Lost Colony and Jamestown Droughts, 1998, Science doi:10.1126/science.280.5363.564
  • William Bradford, Of Plymouth Plantation, 1620-1647, 1952, Knopf

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