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Atlante della storia umana

Connessioni globaliCompagnie e guerre di religione

La piccola era glaciale

Un raffreddamento di pochi gradi, e carestie da un capo all'altro dell'Eurasia

circa

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In breve

Fra gli anni venti e la metà del Seicento un raffreddamento globale di poco più di un grado accorciò le stagioni della crescita in tutto l’emisfero settentrionale: una combinazione di attività solare debole e di una serie di grandi eruzioni vulcaniche tropicali, il nucleo più acuto di quella che oggi si chiama piccola era glaciale. In Cina settentrionale, dove il fisco della dinastia Ming dipendeva dall’argento americano e l’esercito era già impegnato su due fronti, una sequenza di siccità e carestie fra Shaanxi e Shanxi alimentò rivolte contadine che nel 1644 concorsero alla caduta dei Ming. Nello stesso arco di anni l’Europa visse gli inverni più rigidi di cui abbia memoria scritta, e una serie di rivolte quasi simultanee — dal Portogallo alla Catalogna, dall’Inghilterra all’impero ottomano — spinse alcuni storici a parlare di una crisi generale del Seicento. Non fu un’unica causa a produrre tutto questo: fu uno shock ambientale condiviso, che agì su società diversissime e in ciascuna produsse un esito diverso a seconda della loro tenuta fiscale e politica.

Contesto

La piccola era glaciale non era un evento, ma una tendenza di lungo periodo, dal Trecento all’Ottocento inoltrato, legata a due meccanismi concomitanti: minimi nell’attività delle macchie solari — quello di Spörer nel Cinquecento, l’avvicinarsi di quello di Maunder verso la metà del Seicento — e il pulviscolo di solfati immesso nella stratosfera da grandi eruzioni vulcaniche, che riflette la luce solare e abbassa le temperature per alcuni anni dopo ogni evento. Erano condizioni di fondo, non un’unica causa scatenante: sommandosi, rendevano più probabili annate fredde e raccolti scarsi in tutto l’emisfero settentrionale.

In Cina l’effetto cadde su un sistema già teso. La popolazione dell’impero Ming, stimata da alcuni storici fra i centocinquanta e i duecento milioni di persone — cifra dibattuta, come per quasi ogni censimento premoderno —, aveva spinto la coltura dei cereali su terre marginali dell’altopiano di loess, in Shaanxi e Shanxi: suoli fertili ma poveri d’acqua, dipendenti da piogge monsoniche che una sola estate arida bastava a compromettere. Il fisco Ming, dagli anni Ottanta del Cinquecento, riscuoteva le imposte quasi solo in argento, arrivato in gran parte dalle Americhe attraverso il galeone di Manila: efficiente quando il metallo affluiva regolarmente, fragile quando lo Stato doveva finanziare insieme il soccorso alle campagne e una guerra. E una guerra la corte la stava già combattendo: dal 1616 il capo mancese Nurhaci aveva fondato oltre la Grande Muraglia il Later Jin — che nel 1636 avrebbe preso il nome di Qing —, e ogni campagna nel nord-est assorbiva risorse che altrimenti sarebbero andate ai granai di soccorso su cui il sistema Ming contava per le carestie.

Svolgimento

Nel 1627 salì al trono il sedicenne imperatore Chongzhen, ereditando un tesoro già eroso. Negli stessi anni le prime annate di siccità colpirono lo Shaanxi: i governatori segnalavano raccolti falliti, e i contadini più poveri si nutrivano di corteccia d’olmo e di una terra bianca commestibile in piccole dosi, la “terra di Guanyin”, che in quantità maggiori causava occlusioni intestinali fatali — un dettaglio che le cronache di prefettura registrarono con la stessa asciuttezza con cui annotavano il prezzo del miglio. Fra chi si univa alle bande di fuggiaschi c’era, dal 1630, un ex corriere postale licenziato per un taglio di bilancio: Li Zicheng, che nel giro di un decennio avrebbe comandato un esercito.

Il decennio successivo aggravò la crisi. Le ricostruzioni dendrocronologiche su anelli d’albero della Cina settentrionale indicano nel 1637-1643 la sequenza di anni più aridi degli ultimi cinquecento, aggravata da una fase di vulcanismo intenso nel Sud-est asiatico: l’eruzione del monte Parker, a Mindanao, nel gennaio 1641, e quella del Komagatake, in Giappone, l’anno prima, immisero solfati che, secondo lo storico William Atwell, raffreddarono ulteriormente un’estate già compromessa dalla siccità. Fra il 1640 e il 1643 un’epidemia — probabilmente di peste — percorse il corridoio fra Shanxi, Hebei e la stessa Pechino, colpendo popolazioni già indebolite dalla fame e lasciando la capitale con una guarnigione decimata alla vigilia dell’assedio finale; le cronache locali dello Shaanxi e dell’Henan riportano, in quegli stessi anni, casi di cannibalismo fra la popolazione affamata, un dettaglio troppo ricorrente in fonti indipendenti per essere liquidato come topos letterario.

Nel 1643 Li Zicheng occupò Xi’an; l’anno successivo vi proclamò una nuova dinastia, la Shun, prima di marciare su Pechino. Il 25 aprile 1644 l’imperatore Chongzhen, trovata la città indifendibile, si impiccò su una collina artificiale alle spalle della Città proibita. Le sue truppe di frontiera, comandate dal generale Wu Sangui al passo di Shanhaiguan contro i Manciù, si trovarono davanti a una scelta: sottomettersi al ribelle che aveva appena spodestato il loro imperatore, o aprire il passo al nemico esterno. Wu Sangui scelse i Manciù: le truppe Qing entrarono a Pechino nella tarda primavera del 1644, misero in fuga Li Zicheng e vi restarono, fondando la dinastia che avrebbe governato la Cina fino al 1912.

Conseguenze

Nel breve periodo la transizione Ming-Qing costò, secondo le stime più caute, diversi milioni di vite fra guerra, carestia ed epidemia — cifre incerte, perché proprio i registri fiscali da cui si stima la popolazione smisero di funzionare negli anni del collasso, e un calo nei registri non equivale sempre a un calo reale delle persone. Le fornaci di Jingdezhen, che dipendevano dal commercio verso l’estero per pagare in argento le tasse imperiali, interruppero per un ventennio la produzione regolare.

In Europa lo stesso raffreddamento non produsse un collasso dinastico paragonabile: contribuì piuttosto ad aggravare conflitti già in corso. Il Portogallo e la Catalogna si ribellarono entrambi alla Spagna nel 1640, l’Inghilterra scivolò nella guerra civile nel 1642, e i cattivi raccolti resero più difficile per gli eserciti della guerra dei trent’anni vivere sul territorio che occupavano, aggravando una mortalità civile che quella guerra già produceva per conto proprio. Il Tamigi gelò abbastanza spesso, in questi decenni, da rendere possibili fiere sul ghiaccio che restano nella memoria collettiva londinese. Che uno stesso raffreddamento sia coinciso, in un caso, col crollo di un impero e, nell’altro, con guerre e rivolte sopravvissute, dice qualcosa sulla capacità fiscale e militare degli stati coinvolti, oltre che sulla gravità del clima.

Nel lungo periodo l’episodio è diventato un caso fondativo della storia del clima come disciplina: incrociare anelli degli alberi, ghiacci polari e archivi amministrativi di continenti diversi per la stessa finestra di anni ha permesso una storia comparata su scala eurasiatica, e ha acceso un dibattito che dura tuttora su quanto peso dare al clima nello spiegare crolli politici che avevano pure cause proprie.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti sono di natura diversa alle due estremità dell’Eurasia, e la differenza va dichiarata invece che lasciata intendere. In Cina la base documentaria principale sono le cronache di prefettura (difangzhi), redatte dai funzionari locali per registrare eventi notevoli — comprese siccità, carestie e prezzi del grano — insieme ai resoconti della corte Ming: fonti amministrative, non pensate per la ricerca climatica. In Europa la combinazione di diari meteorologici privati, registri parrocchiali e serie di prezzi del grano già seriali per il Seicento permette ricostruzioni più fitte. L’asimmetria non riflette una differenza nella gravità del fenomeno, ma nel tipo di archivio che ciascuna burocrazia produceva: è la ragione per cui questa scheda tiene l’Asia orientale come regione principale, per non lasciare che la maggiore quantità di fonti europee faccia apparire europeo un fenomeno che non lo fu.

Sulla cronologia va detto che l’intervallo 1620-1650 usato qui è una convenzione, scelta per inquadrare insieme gli antecedenti della crisi, il suo decennio più acuto e il suo esito politico: le ricostruzioni dendrocronologiche più citate individuano il nucleo più arido fra il 1637 e il 1643, e il minimo di Maunder in senso stretto comincia solo dopo il 1645. La piccola era glaciale come fenomeno climatico è molto più lunga di questa finestra, che ne racconta solo il tratto più acuto in Asia orientale.

Resta soprattutto dibattuto quanto peso dare al clima nella caduta dei Ming. Parker tratta la crisi climatica come il filo che lega crolli politici avvenuti in continenti diversi nello stesso torno di anni. Storici specialisti della Cina Ming, come Brook, sono più cauti: la corte era già indebolita da fazioni interne e corruzione fiscale, e combatteva una guerra di frontiera scelta, non imposta dal clima; un racconto troppo centrato sul tempo atmosferico rischia di togliere responsabilità politica a chi la aveva. La lettura proposta qui tratta il clima come un moltiplicatore di una fragilità già esistente, non come causa sufficiente da sola: una siccità colpisce ogni stato agrario del suo tempo, ma non ogni stato agrario crolla per questo.

Approfondimenti

  • Geoffrey Parker, Global Crisis (2013) — la sintesi più ambiziosa, che collega crisi politiche di continenti diversi allo stesso torno di anni: da leggere sapendo che la causa climatica condivisa è la sua tesi, non un consenso acquisito.
  • William S. Atwell, “Volcanism and Short-Term Climatic Change in East Asian and World History” (2001) — l’articolo che lega le eruzioni vulcaniche del 1638-1641 al raffreddamento in Asia orientale: il meccanismo fisico dietro la cronologia.
  • Timothy Brook, The Troubled Empire (2010) — il contrappunto necessario, di uno storico dei Ming che tratta il clima come uno dei fattori del collasso, non come la sua spiegazione totale.
  • Brian Fagan, The Little Ice Age (2000) — l’inquadramento più letto del fenomeno nel suo complesso, utile anche per accorgersi di quanto sia scritto dal punto di vista europeo.

Riferimenti

  • Geoffrey Parker, Global Crisis: War, Climate Change and Catastrophe in the Seventeenth Century, 2013, Yale University Press
  • William S. Atwell, Volcanism and Short-Term Climatic Change in East Asian and World History, c. 1200-1699, 2001 doi:10.1353/jwh.2001.0002
  • Timothy Brook, The Troubled Empire: China in the Yuan and Ming Dynasties, 2010, Harvard University Press
  • Brian Fagan, The Little Ice Age: How Climate Made History, 1300-1850, 2000, Basic Books

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.