In breve
Verso il 1700, sulla Costa d’Oro e sulla Costa degli Schiavi dell’Africa occidentale, presero forma due fra gli stati meglio organizzati del continente. Osei Tutu unificò le città-stato akan sotto un solo sovrano, l’Asantehene, con capitale a Kumasi e con lo Sgabello d’Oro come simbolo della nuova unione, intorno al 1701. Pochi decenni dopo il re Agaja portò il regno del Dahomey, con capitale ad Abomey, fino al mare, conquistando i porti da cui passava il commercio atlantico. Entrambi gli stati controllavano miniere d’oro o rotte commerciali strategiche, armavano i propri eserciti con fucili comprati agli europei in cambio di oro e di prigionieri di guerra, e trattavano con le compagnie commerciali europee da una posizione negoziale forte: non subivano il sistema atlantico, lo gestivano da protagonisti.
Contesto
L’entroterra della Costa d’Oro — l’attuale Ghana meridionale — era una fascia di foresta pluviale ricca di oro alluvionale, sfruttato da secoli dai popoli akan e scambiato verso nord, attraverso il Sahel, con le carovane che portavano sale e prodotti mediterranei: la stessa rete che aveva reso ricchi gli imperi del Sahel occidentale nei secoli precedenti. Prima del 1700 la regione era frammentata in molte piccole città-stato akan, spesso tributarie di Denkyira, lo stato più potente della zona, che esigeva oro e manodopera dai vicini più deboli, fra cui i clan che sarebbero poi diventati il nucleo ashanti attorno a Kumasi.
Più a est, nella pianura che oggi corrisponde al Benin meridionale, il piccolo regno interno di Abomey, fondato dai Fon nel corso del XVII secolo, si trovava nell’orbita del più grande e più antico regno di Allada, di lingua e cultura affini, che a sua volta non si affacciava direttamente sul mare: fra la costa e l’interno si interponeva il regno hueda di Ouidah, che controllava il principale porto schiavista della regione e ne incassava i dazi.
Il fattore che cambiò gli equilibri fu l’arrivo su scala crescente dei fucili europei, scambiati nei forti costieri — quello olandese di Elmina, quello inglese di Cape Coast — contro oro, avorio e prigionieri. Chi otteneva le armi da fuoco per primo acquisiva un vantaggio militare decisivo sui vicini che ne erano ancora privi, e questo rendeva urgente, per qualunque stato ambizioso dell’interno, il controllo diretto delle vie che portavano alla costa.
Svolgimento
Nel 1701, secondo la data convenzionale, Osei Tutu, capo del clan Oyoko di Kumasi, sconfisse Denkyira nella battaglia di Feyiase, ponendo fine alla sua supremazia tributaria sugli stati akan minori. La tradizione ashanti racconta che il sacerdote Okomfo Anokye fece scendere dal cielo, davanti ai capi riuniti, il Sika Dwa Kofi, lo Sgabello d’Oro: non un trono su cui sedersi, ma la sede dichiarata dell’anima della nazione appena nata, che nessun re avrebbe mai potuto toccare con i piedi né mostrare in pubblico. Da quell’atto nacque l’Asanteman, la confederazione ashanti, retta dall’Asantehene con Kumasi come capitale politica e rituale.
L’Asanteman controllava le miniere d’oro della foresta e le rotte commerciali che portavano quell’oro sia a nord, verso Salaga e i mercati del Sahel, sia a sud, verso i forti europei della costa, dove veniva scambiato con fucili, polvere da sparo, tessuti e ferro lavorato. Osei Tutu e i suoi successori, a cominciare da Opoku Ware dal 1720, estesero il dominio ashanti su Akwamu, Akyem e altri vicini con una sequenza di guerre che, oltre a garantire tributo, fornivano prigionieri da vendere sulla costa: il ricavato tornava in parte in nuove armi da fuoco.
Nel Dahomey, il re Agaja, salito al trono nel 1708, conquistò Allada nel 1724 e Ouidah nel 1727, ottenendo per la prima volta uno sbocco diretto sull’Atlantico. Costruì un’amministrazione centralizzata, con un sistema di censimento annuale della popolazione e dei raccolti tramite conte di sassolini e conchiglie, un esercito permanente e un corpo di combattenti donne, le agojie — chiamate “amazzoni” dai visitatori europei per analogia con il mito greco — reclutate fra le donne di palazzo e addestrate al pari dei soldati uomini. Ogni anno la corte di Abomey teneva una cerimonia pubblica, le Customs, in cui si ridistribuiva ricchezza fra i sudditi, si esibivano bottino e prigionieri di guerra e si eseguivano esecuzioni rituali: una messa in scena del potere regio che va raccontata senza eufemismi, perché era parte integrante di come quel potere si affermava e si tramandava.
Il re del Dahomey rivendicò il monopolio regio sul commercio degli schiavi che passava da Ouidah: le compagnie europee — francesi, inglesi, portoghesi — dovevano trattare direttamente con la corte, pagare i dazi stabiliti e accettare i prezzi fissati ad Abomey, non il contrario. Nessuno dei due stati, però, fu una potenza senza limiti: nel 1730 la cavalleria dell’impero yoruba di Oyo, efficace nella savana ma non nella foresta ashanti, sconfisse ripetutamente l’esercito di Agaja e costrinse il Dahomey a pagare un tributo annuale che durò fino al 1823.
Conseguenze
Nel breve periodo, il consolidamento di Asanteman e Dahomey aumentò il volume della tratta atlantica dalla Costa d’Oro e dalla Costa degli Schiavi: più fucili gli stati ottenevano, più guerre potevano condurre per catturare prigionieri, che scambiavano per altri fucili. È un meccanismo che alcuni storici chiamano “ciclo armi-schiavi”, e che aiuta a spiegare perché la richiesta di armi da fuoco crescesse insieme, e non in alternativa, alla fornitura di persone.
Nel lungo periodo, le due strutture politiche durarono oltre un secolo. L’Asanteman restò la potenza dominante dell’Africa occidentale forestale fino alle guerre anglo-ashanti dell’Ottocento e alla conquista britannica di Kumasi nel 1901; lo Sgabello d’Oro è tuttora custodito come simbolo nazionale del Ghana. Il regno del Dahomey sopravvisse, riscattandosi dal tributo a Oyo nel 1823 sotto il re Ghezo, fino alla conquista coloniale francese del 1892-94. In entrambi i casi il commercio degli schiavi finì per l’intervento esterno — la pressione abolizionista britannica e poi la colonizzazione — non per un collasso interno del sistema che lo aveva reso redditizio.
Nel frattempo altrove
- 1520Solimano — Medio Oriente
- 1644I Qing — Asia orientale
- 1687I Principia di Newton — Europa
- 1700L'illuminismo — Europa
- 1707Il declino moghul — Asia meridionale
- 1770Cook e l'Australia — Oceania
- 1776L'indipendenza americana — Americhe
Come lo sappiamo
Le fonti sono di tre tipi. I registri delle compagnie commerciali europee — la Compagnia olandese delle Indie occidentali a Elmina, la Royal African Company inglese a Cape Coast, gli agenti francesi a Ouidah — annotavano prezzi, quantità e il tono delle trattative, e descrivono sovrani ashanti e dahomeani come interlocutori che imponevano condizioni, non che le subivano. Le tradizioni orali raccolte più tardi, in particolare quelle sullo Sgabello d’Oro, furono messe per iscritto da etnografi coloniali nel primo Novecento: raccontano un evento fondativo più che un fatto cronachistico, e vanno lette come tali. L’archeologia, infine: i bassorilievi del palazzo reale di Abomey, oggi patrimonio dell’UNESCO, e gli scavi urbani a Kumasi.
Restano punti dibattuti. La data del 1701 per l’episodio dello Sgabello d’Oro è convenzionale: Wilks e altri storici la collocano, sulla base di ricostruzioni genealogiche divergenti, in una forbice fra il 1695 e il 1701. La consistenza numerica e l’organizzazione effettiva del corpo delle agojie nei primi decenni del Settecento sono note peggio di quanto sembri: i resoconti più dettagliati sono ottocenteschi, scritti da visitatori europei inclini a esotizzare ed esagerare, e proiettarli all’indietro è un rischio.
Il punto più delicato è storiografico più che fattuale: quanta responsabilità morale attribuire agli stati africani che catturavano e vendevano prigionieri di guerra, spesso presi da popolazioni vicine. Dirlo con onestà significa evitare due scorciatoie opposte. Non si può negare che Asanteman e Dahomey conducessero guerre e razzie il cui scopo, fra gli altri, era procurare persone da vendere: le fonti commerciali europee lo documentano riga per riga. Ma questa responsabilità non riduce quella europea, che forniva la domanda, il capitale d’acquisto e le navi: senza uno dei due lati il sistema atlantico degli schiavi non avrebbe potuto funzionare alla scala a cui funzionò, e nessuna delle due componenti giustifica l’altra. Storici come Thornton hanno insistito sul fatto che gli stati africani coinvolti avessero strutture militari e politiche autonome, non semplicemente reattive alle armi europee; altri, seguendo Law, insistono di più sulla dipendenza crescente dal commercio delle armi come motore delle guerre di cattura. Entrambe le letture sono sostenute da fonti solide, e la sintesi qui proposta è che si tratti di dinamiche che si rinforzavano a vicenda, non di un rapporto a senso unico.
Approfondimenti
- Ivor Wilks, Asante in the Nineteenth Century (1975) — il riferimento sulla struttura politica ashanti, denso ma insostituibile per capire come funzionava lo stato oltre il mito fondativo.
- Robin Law, The Slave Coast of West Africa, 1550-1750 (1991) — ricostruisce dal lato africano, non solo da quello europeo, come Allada, Ouidah e Dahomey negoziarono i termini del commercio atlantico.
- John K. Thornton, Warfare in Atlantic Africa, 1500-1800 (1999) — la lettura utile per capire perché le armi da fuoco contassero tanto, e per la tesi secondo cui gli stati africani non erano attori passivi della propria organizzazione militare.
- Edna G. Bay, Wives of the Leopard (1998) — sul Dahomey visto dall’interno della corte di Abomey, comprese le agojie, senza il filtro esotizzante dei resoconti ottocenteschi.