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Atlante della storia umana

RivoluzioniLa scienza nuova

L'illuminismo

Ragione, tolleranza, critica dell'autorità e diritti naturali diventano un programma politico, non solo un'idea

circa

1650Rivoluzioni1850

In breve

Fra il 1720 e il 1789 circa, in Francia, nelle isole britanniche, negli stati tedeschi e in Italia, un insieme eterogeneo di filosofi, scienziati e pubblicisti sostenne che la ragione umana, esercitata senza il vincolo dell’autorità rivelata, bastasse da sola a fondare la morale, la politica e la conoscenza. Si chiamarono philosophes in Francia e Aufklärer nei paesi di lingua tedesca, e condivisero — non senza contraddirsi spesso fra loro — la tolleranza religiosa, la critica del dispotismo, la separazione dei poteri e l’idea di diritti naturali che nessun sovrano poteva concedere né togliere. Non fu un partito né una dottrina unica, ma un campo di dibattito che alcuni sovrani provarono a usare dall’alto, e che preparò concettualmente le rivoluzioni americana e francese di fine secolo.

Contesto

Il terreno era stato preparato nel secolo precedente. Il razionalismo di Cartesio, che nel 1637 aveva fondato la conoscenza sul dubbio metodico e sulla certezza del pensiero prima che su qualunque autorità esterna, e l’empirismo di John Locke, che nel Saggio sull’intelletto umano del 1690 descrisse la mente come una tavola inizialmente vuota riempita dall’esperienza, offrirono due strade diverse ma convergenti per fondare il sapere sull’osservazione e sul ragionamento invece che sulla rivelazione o sulla tradizione. Il modello più influente restava però Isaac Newton: i Principia del 1687 avevano mostrato che poche leggi matematiche spiegavano tanto la caduta di un grave quanto il moto dei pianeti, e per una generazione di lettori europei quella fu la prova che la ragione, applicata con metodo, arrivava a verità più solide di qualunque dogma. Se Newton aveva capito l’universo fisico senza bisogno di un’autorità che gliene dettasse le leggi, si chiedevano molti, perché la società e la politica avrebbero dovuto restare sotto un’autorità che non si giustificava se non con se stessa?

A questo si sommava un contesto politico concreto. Le monarchie assolute continentali — la Francia dei successori di Luigi XIV in testa — reggevano un ordine diviso in ceti, con un clero che deteneva un potere fiscale e censorio enorme e un potere regio giustificato per diritto divino. In Inghilterra, dove dal 1689 il Bill of Rights aveva già limitato la prerogativa regia, il dibattito sulla libertà politica era più avanzato e alimentò da fuori la riflessione francese: Voltaire tornò da un soggiorno londinese del 1726-1729 convinto che la libertà civile inglese fosse un modello da imitare. La crescita di un pubblico borghese e urbano alfabetizzato, di caffè, salotti e logge massoniche, diede a queste idee uno spazio sociale nuovo, distinto dalla corte e dall’università, in cui circolare e farsi programma.

Svolgimento

Il movimento non ebbe un atto fondativo unico, ma un insieme di opere e di episodi che si susseguirono per settant’anni. Montesquieu pubblicò nel 1748 Lo spirito delle leggi, un’analisi comparata delle forme di governo che proponeva la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario come argine al dispotismo — un’idea che passerà, attraverso Madison, nella costituzione statunitense del 1787.

Denis Diderot e Jean Le Rond d’Alembert diressero dal 1751 al 1772 l’Encyclopédie, ventotto volumi che si proponevano di raccogliere in un solo luogo le conoscenze sparse del mondo. Il progetto, con oltre centoquaranta collaboratori, era politico già nella sua struttura: voci tecniche e scientifiche accanto a voci filosofiche, spesso con rimandi interni che invitavano il lettore a confrontare l’autorità ecclesiastica con la ragione. Il governo francese ne sospese il privilegio di stampa nel 1759, e l’opera proseguì fra censura, clandestinità e la protezione discreta di alcuni funzionari.

Voltaire fece della tolleranza religiosa una battaglia pubblica. Dopo l’esecuzione nel 1762 del mercante protestante Jean Calas a Tolosa, accusato senza prove solide di aver ucciso il figlio per impedirne la conversione al cattolicesimo, Voltaire ne ottenne la riabilitazione postuma nel 1765 e pubblicò nel 1763 il Trattato sulla tolleranza, che restò il testo di riferimento del genere.

Jean-Jacques Rousseau condivise con gli altri philosophes il rifiuto dell’assolutismo, ma ruppe con quasi tutti loro su quasi tutto il resto. Il Contratto sociale del 1762 fondò la sovranità sulla “volontà generale” del popolo, non su un accordo fra individui portatori di interessi privati come in Locke, e la sua diffidenza verso il progresso e l’artificiosità della civiltà urbana lo mise in rotta di collisione con Voltaire e con gli enciclopedisti, che lo consideravano un moralista sospettoso della stessa ragione che pure praticava.

Non tutti i sovrani ignorarono queste idee: alcuni le usarono. Federico II di Prussia corrispose per decenni con Voltaire e lo ospitò a Potsdam fra il 1750 e il 1753; Caterina II di Russia finanziò la stampa dell’Encyclopédie quando la censura francese la colpì e discusse riforme con Diderot, ricevuto a San Pietroburgo nel 1773-1774; Giuseppe II d’Asburgo abolì la servitù della gleba nel 1781 e concesse un editto di tolleranza religiosa. Fu il cosiddetto dispotismo illuminato: riforme amministrative, giudiziarie e religiose imposte dall’alto, senza toccare il principio stesso dell’autorità assoluta del sovrano — una selezione delle idee illuministe che ne conservava l’utilità pratica e ne scartava la conseguenza più radicale, cioè il limite al potere del re.

Conseguenze

A breve termine l’illuminismo cambiò il linguaggio pubblico della politica europea: tolleranza, diritti naturali e critica dell’arbitrio entrarono nel vocabolario di riformatori e funzionari anche dove non si tradussero in mutamenti costituzionali. A lungo termine fornì il repertorio concettuale con cui la rivoluzione americana giustificò nel 1776 la propria indipendenza in nome di diritti che nessun governo poteva concedere né togliere, e con cui la rivoluzione francese formulò nel 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Il rapporto fra idee e rivoluzioni non fu però lineare: gli stessi principi generarono letture opposte. Rousseau ispirò tanto la sovranità popolare dei giacobini quanto argomenti poi usati per giustificare il Terrore, mentre Montesquieu ispirò i costituzionalisti moderati che vi si opponevano.

Restò aperta, e va detto esplicitamente, la questione dell’universalità dichiarata. La maggior parte dei philosophes non estese i propri principi di uguaglianza alle donne, agli schiavi delle colonie o ai popoli colonizzati: Diderot e Montesquieu criticarono la schiavitù nei loro scritti ma senza mai organizzarne una campagna politica, Rousseau escluse esplicitamente le donne dalla cittadinanza attiva nell’Emilio del 1762, e la ricchezza di città portuali francesi come Nantes e Bordeaux, che finanziavano salotti e stampa, dipendeva in parte dal commercio atlantico degli schiavi. Un’eccezione dibattuta è quella di Nicolas de Condorcet, che nel 1790 sostenne esplicitamente il diritto di voto delle donne e si oppose alla schiavitù in termini più sistematici degli altri: la sua posizione, minoritaria anche fra i contemporanei, mostra che l’incoerenza non era inevitabile, ma una scelta.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti primarie sono in gran parte a stampa e sopravvissute in numero considerevole: i testi dei philosophes furono pubblicati, ristampati e tradotti già nel Settecento, e l’Encyclopédie stessa è oggi consultabile integralmente in edizione digitale. Le corrispondenze private — quella fra Voltaire e Federico II, quella fra Diderot e Caterina II — permettono di distinguere quanto i sovrani “illuminati” leggessero davvero queste idee e quanto le usassero come immagine pubblica da esibire.

Resta dibattuto quanto l’illuminismo sia stato un fenomeno unitario. La storiografia più recente, penso a Jonathan Israel, distingue un illuminismo “radicale” — di matrice spinoziana, favorevole alla democrazia e all’uguaglianza senza compromessi con la religione rivelata, minoritario e spesso clandestino — da un illuminismo “moderato”, maggioritario, che cercava un compromesso fra ragione e ordine costituito e comprendeva la maggior parte dei philosophes più celebri e dei sovrani riformatori. Letture più classiche, come quella di Peter Gay, hanno insistito invece su un impulso comune all’intera epoca. Restano diverse anche le tradizioni nazionali: l’illuminismo scozzese di Hume e Adam Smith, più interessato all’economia e alla natura umana che alla polemica anticlericale, e quello tedesco di Kant, che nel saggio Che cos’è l’illuminismo? del 1784 lo definì come l’uscita dell’uomo da una “minorità” autoimposta, ebbero toni ed esiti diversi da quello francese. Non è quindi corretto parlare di un unico “Illuminismo” con un programma condiviso da tutti i suoi protagonisti: è più esatto parlare di un campo di dibattito attraversato da divisioni reali, di cui questa scheda segue la lettura di Israel per la distinzione radicale/moderato, senza per questo negare che i confini fra le due correnti fossero spesso sfumati.

Approfondimenti

  • Jonathan I. Israel, Radical Enlightenment (2001) — la tesi che distingue un’ala radicale spinoziana da una moderata, utile per capire perché “l’illuminismo” al singolare è una semplificazione.
  • Peter Gay, The Enlightenment: An Interpretation (1966-1969) — la lettura classica e unitaria, buon termine di confronto per misurare la distanza dalla tesi di Israel.
  • Voltaire, Traité sur la tolérance (1763) — il testo nato da un caso giudiziario concreto: il modo migliore per vedere come l’astrazione “tolleranza” nascesse da un fatto.
  • Montesquieu, De l’esprit des lois (1748) — la fonte diretta della separazione dei poteri, prima che diventasse un luogo comune costituzionale.

Riferimenti

  • Voltaire, Traité sur la tolérance, 1763
  • Montesquieu, De l'esprit des lois, 1748
  • Jonathan I. Israel, Radical Enlightenment: Philosophy and the Making of Modernity 1650-1750, 2001, Oxford University Press
  • Peter Gay, The Enlightenment: An Interpretation, 1969, Knopf

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