In breve
Il 4 luglio 1776 il Secondo congresso continentale, riunito a Filadelfia, approvò la Dichiarazione d’indipendenza delle tredici colonie britanniche del Nord America, redatta principalmente da Thomas Jefferson. Il documento affermava che tutti gli uomini erano creati uguali e dotati di diritti inalienabili, e su questo principio fondava la separazione dalla Corona britannica. La stessa società che lo proclamava manteneva la schiavitù su base razziale, e Jefferson possedette per tutta la vita centinaia di persone ridotte in schiavitù. La dichiarazione arrivò oltre un anno dopo l’inizio delle ostilità militari, a Lexington e Concord nell’aprile 1775: fu la formalizzazione politica di un conflitto già in corso, non il suo atto d’inizio.
Contesto
La guerra dei sette anni (1756-1763), combattuta anche in Nord America come guerra franco-indiana, lasciò la Gran Bretagna con un debito pubblico raddoppiato e un impero nordamericano più esteso da difendere. Londra decise che le tredici colonie dovevano contribuire a quei costi, e varò provvedimenti fiscali mai negoziati con loro: lo Stamp Act del 1765 tassava documenti legali e giornali; le Townshend Acts del 1767 imposero dazi su vetro, carta e tè importati. Il rifiuto coloniale si condensò in uno slogan, no taxation without representation: le tredici colonie non eleggevano deputati a Westminster, e sostenevano che un parlamento in cui non sedevano non avesse titolo a tassarle — un principio costituzionale inglese, rivendicato contro l’Inghilterra stessa.
Nel dicembre 1773 alcuni coloni di Boston, in risposta al Tea Act che concedeva alla Compagnia delle Indie Orientali un monopolio di fatto sul tè, salirono a bordo di tre navi e ne gettarono in mare il carico. Il governo britannico rispose l’anno dopo con leggi punitive che i coloni chiamarono gli Intolerable Acts: fra queste, la chiusura del porto di Boston finché il tè non fosse stato risarcito, e la sospensione dell’autogoverno del Massachusetts. Fu la scala della risposta, più della tassa in sé, a convincere molte colonie moderate che la questione non riguardava più solo Boston.
A questo si intrecciava un debito intellettuale preciso verso il pensiero politico europeo del secolo, e in particolare verso John Locke: l’idea che gli esseri umani possedessero per natura diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà, anteriori a qualunque governo, e che un governo esistesse solo per tutelarli in virtù di un contratto con i governati — un contratto che questi ultimi potevano ritenere violato e quindi sciogliere. Nelle colonie nordamericane, quell’idea diventò nel giro di un decennio un programma politico immediatamente operativo.
Svolgimento
Nel settembre 1774 il Primo congresso continentale riunì a Filadelfia i rappresentanti di dodici colonie per coordinare una risposta agli Intolerable Acts: organizzò un boicottaggio delle merci britanniche e inviò una petizione a Giorgio III, senza ancora parlare di indipendenza. La rottura definitiva arrivò sul terreno, non nei documenti: il 19 aprile 1775 truppe britanniche in marcia verso Concord per sequestrare depositi di armi coloniali si scontrarono con miliziani a Lexington; nessuno sa con certezza chi sparò il primo colpo, ma da quel giorno le due parti furono in guerra.
Il Secondo congresso continentale si riunì a Filadelfia un mese dopo, in maggio, e si trovò a gestire un conflitto già avviato: assunse il comando delle milizie che assediavano Boston, le trasformò in un esercito continentale e ne affidò il comando a George Washington. Per oltre un anno continuò a definirsi legalmente fedele alla Corona pur combattendo contro le sue truppe, posizione erosa dal pamphlet Common Sense di Thomas Paine, pubblicato nel gennaio 1776, il primo ad argomentare in linguaggio popolare che la fedeltà alla monarchia era essa stessa il problema.
Il 2 luglio 1776 il congresso votò la risoluzione, proposta dal virginiano Richard Henry Lee, che dichiarava le colonie unite «stati liberi e indipendenti». Il testo che ne spiegava le ragioni al mondo — la Dichiarazione d’indipendenza vera e propria — fu approvato due giorni dopo, il 4 luglio, e va detto con chiarezza: quella data formalizzò una separazione politica da una guerra in corso da quindici mesi, non la scatenò. Il documento era stato redatto da un comitato di cinque membri, ma la stesura fu quasi interamente opera di Thomas Jefferson, trentatreenne delegato della Virginia, poi rivista dal congresso in seduta.
Jefferson vi scrisse che «tutti gli uomini sono creati uguali» e dotati da un creatore di diritti inalienabili fra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità: una formulazione lockiana, applicata non a un trattato filosofico ma a un atto politico immediato di rottura con una monarchia. Lo stesso Jefferson possedeva a Monticello, in Virginia, centinaia di persone ridotte in schiavitù, e le possedette dalla nascita alla morte. La bozza iniziale del comitato conteneva un lungo paragrafo che accusava Giorgio III di aver imposto alle colonie la tratta atlantica degli schiavi, definendola guerra «contro la natura umana stessa»; il congresso lo soppresse quasi per intero, lasciandone solo un’eco nell’accusa di aver istigato «insurrezioni interne». Jefferson attribuì decenni dopo la cancellazione ai delegati della Carolina del Sud e della Georgia e ai mercanti del Nord coinvolti nel commercio triangolare: un resoconto tardo e a propria discolpa, ma il fatto resta che l’autore materiale del testo, mentre denunciava sulla carta la tratta come crimine contro l’umanità, continuò a possedere esseri umani per il resto della vita.
Conseguenze
Nel breve periodo la dichiarazione non concluse nulla militarmente: la guerra continuò per altri sette anni, fino al trattato di Parigi del 1783 che riconobbe l’indipendenza degli Stati Uniti. Politicamente fissò però subito un linguaggio — diritti naturali, consenso dei governati, diritto alla rivolta contro un governo che li violi — che divenne il riferimento retorico di ogni movimento indipendentista successivo nelle Americhe e oltre.
Nel lungo periodo la contraddizione fra il principio dichiarato e la pratica sociale non si risolse con la fondazione: la costituzione federale del 1787 contò gli schiavi come tre quinti di persona ai fini della rappresentanza parlamentare, e la schiavitù rimase legale negli Stati Uniti per altri ottantasette anni. La tensione fra un principio scritto come universale e un ordine sociale fondato sulla schiavitù razziale non fu un incidente di percorso accanto alla fondazione: fu una delle sue strutture portanti, e attraversò la storia successiva del paese, dalla guerra civile al movimento per i diritti civili.
Nel frattempo altrove
- 1757Plassey — Asia meridionale
- 1769La macchina a vapore — Europa
- 1770Cook e l'Australia — Oceania
- 1789La rivoluzione francese — Europa
- 1804Il califfato di Sokoto — Africa
- 1839Le guerre dell'oppio — Asia orientale
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
Come lo sappiamo
La sequenza degli eventi politici — i congressi, le leggi fiscali britanniche, il testo della dichiarazione — è documentata da un numero eccezionale di fonti scritte, comprese le minute dei congressi e più bozze manoscritte della Dichiarazione stessa, con le correzioni del comitato e del congresso visibili sulla carta: è uno dei rari casi in cui si può seguire riga per riga cosa un testo fondativo diceva prima di essere ridotto.
Il punto genuinamente dibattuto non è cosa Jefferson scrisse, ma cosa intendesse: se «tutti gli uomini sono creati uguali» fosse per lui e per i firmatari un principio pensato come davvero universale, destinato in linea di principio a estendersi nel tempo anche a chi ne era escluso nel 1776, oppure un’affermazione retorica rivolta a giustificare la separazione dalla Gran Bretagna, senza reali implicazioni sull’ordine schiavista del sud. La storiografia non converge su una risposta unica: letture come quella di Gordon Wood insistono sul carattere radicale del linguaggio dei diritti naturali, capace di sfuggire al controllo di chi lo enunciò e di alimentare rivendicazioni — abolizioniste, poi dei diritti civili — che i firmatari non avevano previsto; letture come quella di Edmund Morgan, concentrata sulla Virginia coloniale, mostrano invece come la retorica della libertà repubblicana si sia sviluppata proprio dentro una società di piantatori schiavisti, perché la schiavitù rendeva possibile un’uguaglianza politica fra bianchi liberi che non doveva confrontarsi con una classe di lavoratori bianchi subordinati. Le due letture non sono del tutto incompatibili, ma pesano diversamente la stessa frase.
Che il contrasto fosse visibile ai contemporanei, e non solo alla storiografia successiva, è attestato: nel 1775 lo scrittore britannico Samuel Johnson, in un pamphlet contrario alle rivendicazioni coloniali, si chiese come mai si sentissero «i più forti strilli per la libertà tra i conducenti di negri» — un’osservazione ostile e polemica, scritta da chi voleva delegittimare la causa americana, ma che coglieva una contraddizione reale e non un’invenzione retrospettiva.
Approfondimenti
- Gordon S. Wood, The Radicalism of the American Revolution (1992) — la tesi che i principi del 1776 abbiano avuto una forza propria, capace di eccedere le intenzioni di chi li scrisse.
- Edmund S. Morgan, American Slavery, American Freedom (1975) — la lettura opposta e complementare, su come la libertà repubblicana della Virginia coloniale si sia costruita proprio sopra la schiavitù, non nonostante essa.
- La Declaration of Independence nel testo del 1776, comprese le bozze del comitato di stesura — il documento primario, leggibile insieme alle cancellature per vedere cosa il congresso scelse di togliere.